Verano Porteño

*** su queste note, le sue ***

C’è un tango di Piazzolla che è convulso, veloce, isterico e ferace, come lo stano d’animo di Alice mentre cammina a passo spedito lungo il Danubio, senza intenzione e senza meta.

Di qualunque cosa volesse raccontare l’autore, quando ha composto Verano Porteño, adesso nel cuore di Alice non c’è traccia: non della calura furiosa dell’estate argentina, che qui è Natale, non della malinconia del ballo strappato ai bassifondi. Nel cuore, nella pancia, nella testa di Alice c’è solo un turbinio angosciante di ricordi, paure e insicurezze. C’è rabbia, indecisione, e il disorientamento tipico del navigatore senza bussola nella nebbia.

Si ferma, ascoltando distratta la musica, si guarda intorno: palazzi, ponti, fiume.

*Ma dove sono? Cosa ci faccio qui?*

Alice socchiude gli occhi e poi li sgrana, cercando di guardare meglio. Poi si guarda le mani, coi palmi aperti al cielo, e poi i piedi, incerti, con le punte rivolte all’interno. Li guarda, come se fossero loro i colpevoli.

*Lo sapevo che non ci dovevo venire a fare questo cazzo di inutile viaggio. Lo sapevo che dovevo rimanere a casa. Lo sapevo. *

Colpevoli, i piedi e le mani, di averla trasportata lì, sola, in una città straniera dove anche parlare tedesco sembra difficile; dove non ci sono luoghi rassicuranti, divani di cotone blu in cui appallottolarsi sfatta sotto la copertina di pile, né piscine in cui andare a nuotare per un’ora per sfogare il nervoso.

*Scusa, perché, se rimanevi a casa cosa cambiava?*

La domanda, in sé, ha un suo precipuo senso. Anche la consecutio temporum sbagliata ce l’ha. Nelle cuffie suona forte Piazzolla, col bandoneon che tiene a lungo la nota straziata, acuta, lancinante, e il passo che rallenta, e il pianoforte che fa la seconda voce all’armonia, e il respiro che si ferma e la gola che stringe e una lacrima, grossa, che scende sulla guancia.

*Francesco ci andava lo stesso al matrimonio.

Ci andava lo stesso, Alice.

Senza di te.

E l’acca ti scriveva lo stesso questa mail di merda.*

Eccolo, messo a fuoco, il problema: Francesco, Samantha.

Francesco che era tornato, in ginocchio, chiedendo un’altra occasione. Francesco che aveva pianto, pregato, scongiurato di avere una seconda possibilità, che aveva lasciato l’altra, che aveva deciso di cambiare, per loro, insieme.

Samantha che aveva combattuto, con le sue povere piccole armi, e aveva perso.

Eppure Alice, all’idea, ancora trema.

Trema perché il solo nome di lei rievoca il passato. Rievoca il travaglio, il cerchio di fuoco, la privazione, la metamorfosi, la resilienza. Samantha di per sé non conta niente, ma il gancio analogico nella memoria di Alice la ricollega al momento più doloroso e ansiogeno della sua vita adulta.

*Beh, fossi stata a casa, potevo appallottolarmi sul divano e dimenticarmi di essere viva.  E potevo fare, brigare, disfare. Qui invece, sono bloccata dentro una gabbia da turista per caso. E devo arrivare viva a domani mattina, salire su quell’aereo, riprendermi la mia vita.*

È la gabbia, più di tutto, che stringe forte. È la sensazione di non poter far niente, di non poter controllare, di non capire. Di dover accettare il presente, qualunque sia la forma in cui esso si presenti, e percepirsi in maniera obiettiva e non catastrofica.

Nel Verano Porteño di Piazzola l’incipit è violento, due scariche di bandoneon che stringono il passo e accelerano il respiro, poi entra il piano, forte, deciso, drammatico. Così segue il passo di Alice, veloce, trascinato, pesante, soprappensiero. Talora il tango frena, quasi si ferma, accenna ad un fremito di serenità, per poi ripiombare, in un crescendo di furia, nella malinconia più spessa e madida di lacrime e sudore. Così cammina Alice, su un qualche ponte sul Danubio che non saprebbe dire quale sia, col vento che le sbatte contro e le nuvole grigie sopra la testa, incazzata nera per tutto quello che succede, qualunque cosa sia.

Alice che in questa cazzo di Budapest ci è venuta di malavoglia, Alice che si guarda intorno e non sa che fare perché, in fondo, non sa bene chi è. Alice che cerca di mettersi a fuoco e vede solo i labili bordi delle ultime ninfee di Monet sotto il ponte giapponese nel guardino di Giverny. Come fosse cieca, come il pittore. Alice che è lunatica, ondivaga, tempestosa, collerica.

Alice che, mentre cammina, si arrabbia per la pioggia, per i visi delle belle donne, le altre, per gli sms che non arrivano e per quelli che arrivano.

*Io me ne vado. Torno a casa. Altro che bagni. Altro che milonga. Altro che capitale della Mitteleuropa. Torno a casa.*

Poi ci pensa su, si rende conto che è una soluzione impraticabile, ricomincia a camminare, malinconica e furiosa.

E cammina, cammina, cammina, finché non ritrova l’Art Hotel davanti a sé.

 

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