“Tramps like us, baby we were born to run”

Per caricare le batterie e convincere i polmoni a funzionare ci vuole qualcosa di forte, sparato a palla nelle cuffie, il passo veloce, la testa alta, lo sguardo nel vuoto. A destra, indisturbato, il Danubio. Qualche auto. Qua e là. Il tram sferraglia alla sinistra, il ponte è laggiù.

Il passo è veloce, molto veloce, di più. Il fiato tiene.

Nel player parte ‘Born to run’, del Boss. Il ritmo è vero, l’emozione è forte. Travolgente è il ricordo di un padre che torna a casa un venerdì sera del 1984, con un vinile, e lei che ha 7 anni e il disco è già vecchio.

Ecco l’isola. Una pupilla affilata di gatto che osserva il sole tagliata nel centro del fiume, un enorme parco nel centro della città, pieno di fiori colorati e fontane e persone che portano i cani a passeggio.

Alice non corre per dimagrire. Alice non corre per correre. Alice corre per respirare. ‘Bambina, vagabondi come noi, siamo nati per correre’ dice la canzone.

Siccome non riesce a respirare, da viva, respira correndo. O nuotando.

Occasionalmente si siede per terra, ci pensa su, e accenna un mezzo sorriso, come dice Thich Nhat Hanh. Dopo un po’, però, a forza di osservare il respiro, sarà per il principio di indeterminazione, smette di respirare. Allora accenna di nuovo un mezzo sorriso e ricomincia ad osservare il diaframma che si apre e la pancia che si riempie.

Oppure nuota, che le viene meglio.

Oppure corre, che con le scarpe giuste e la musica buona, come le ha insegnato Francesco, il fiato non sembra, ma c’è. E adesso corre anche un’ora, al parco vicino a casa, a passo turistico …

C’è anche un giardino giapponese, a Margit-sziget. Come quello di Giverny, con le ninfee. Come i quadri di azzurro e speranza sterminata che ha visto quella prima volta ad una mostra da sola al Palazzo Reale, a Milano. Come il ricordo della stessa emozione al MoMA a New York: la sensazione della sua libertà, per una volta: della mancanza di peso, della possibilità di scegliere, della eventualità di amare se stessa. Con le ninfee, quelle di Monet. Col fiore di loto, che ha tatuato sulla caviglia.

C’è un giardino giapponese, a Margit-sziget, e prati coltivati di fiori mai visti di arancio, di rosso, di viola. Il Danubio a destra, il Danubio a sinistra. Palazzi antichi oltre il fiume, persone che camminano, immagini che si susseguono, prive di senso e piene di aria.

Nelle orecchie, il ‘Galaxy express’ degli Oliver Onions, nel naso qualche lontano profumo di erba tagliata, nei polmoni un sacco di aria. E di colpo la testa è leggera, i capelli sono madidi, il sole scalda, la felpina si attacca addosso umida a segnalare che fa caldo. Una goccia di sudore sulla fronte si infila sotto gli occhiali e si asciuga con l’aria aperta. Il ponte è lì e Buda non è lontana.

L’assurda canzone finisce, l’iPhone segnala il quarantunesimo minuto di corsa, Alice rallenta, cammina veloce, respira forte, cammina più piano, respira sempre forte. Fa suonare un cha cha, per tenere il ritmo camminando mentre riprende fiato.

Si sente meglio, leggera, vuota. Forse ha fame. Soprattutto ha sete. L’albergo dista ancora circa un kilometro. Laggiù c’è un minimarket.

*Andiamo a reperire una colazione, dunque, che ce la meritiamo.*

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