Malpensa, un venerdì di luglio

Gente che passa, poca. È mattina. Prestissimo. Il sole si è già alzato, l’aeroporto dorme.

*Chi me l’ha fatto fare di prendere un aereo alle nove e cinquantacinque di mattina?* Alice impreca tra sé e sé, seduta sulla sua sacca, gambe accavallate e aria seccata. Impreca tra sé e non fuma.

Non fuma. Aspetta.

L’unica volta nella sua vita che è arrivata in anticipo, è già stufa di aspettare ancora prima di cominciare a guardare l’ora.

Sofia sta arrivando. L’accompagna suo marito in macchina, perché la bimba è in montagna dai nonni e lui deve fare un servizio nel varesino per una TV locale: nessun problema a fare una gita alla Malpensa alle sette di un venerdì mattina di luglio, con l’autostrada assopita nella calura dell’estate padana.

Alice aspetta davanti ai banchi del check-in e non fuma. Ma forse fumerebbe. Se sapesse come si scrocca una sigaretta, nel duemiladieci, se si ricordasse come si fa la celebre faccia da schiaffi che aveva sempre stampata sul viso anni fa.

*Che faccio? Esco e la scrocco al primo che capita? Naaa, e se mi dice che non ne ha? E se poi mi attacca il bottone? Naaa, niente siga*. E intanto cammina, avanti e indietro, come un gendarme, davanti alla sacca.

*Ma perché ho smesso di fumare?* Ci riflette, e mentre guarda con distrazione il display del cellulare per vedere se è arrivata qualche email (alle sette di mattina?) nella mente appare un vago ricordo lontano. Un viaggio, il primo viaggio insieme, agosto duemiladue. Tre coppie: cinque fumatori e Luca. Luca il neofidanzato di Alice. Luca il santo, l’angelo, il martire. Luca che dice che fumare fa male. Luca che la mena così tanto che, non si sa come, Alice non fuma più. Solo per non sentirlo recriminare. Eh sì, perché in quanto a forza di volontà Alice ne ha da vendere. Nel dubbio, per non scontentare nessuno, si convince anche di averlo deciso lei. Si convince anche che era una buona idea.

*Eh però adesso come ci starebbe, una siga…*

Da lontano, una macchia scura si sbraccia nella sua direzione. Eccola lì, Sofia; capelli corvini e corpo esilissimo. Cammina verso Alice con una borsa sotto l’ascella destra, così piccola che è lecito chiedersi: dov’è la valigia?

“Ciao, sei qui da molto?”.

“No, appena arrivata”.

“Ah, meno male.”

Alice la bacia sulle guance, la prende sotto braccio e si avvia verso il  banco del check-in. “Dai, andiamo, così facciamo colazione. Ho una fame che non ci vedo. Normalmente a quest’ora sono ancora nel mondo dei sogni e oggi sono sveglia da due ore”. Non dice, Alice, che normalmente a quest’ora è a letto in balia di quella che lei chiama ‘tachinsonnia’. Non lo dice, lo pensa e basta.

Caffè americano, brioche al miele e cereali, un gran bicchiere d’acqua. Gli occhioni verdi di Sofia annegati nel riflesso della tazza. Il display del telefono muto. L’aeroporto che, piano, si sveglia.

Sofia: “Hai preso la guida?”

Alice: “Certo, eccola qua. Ho già studiato qualche itinerario interessante, ma penso che la città sia tutta da camminare. E poi magari Camilla ha qualche dritta da darci.”

Budapest. Ecco la destinazione del volo. Ecco il motivo per cui, anziché essere a letto in preda alla sua solita angoscia mattutina, Alice è all’aeroporto e si strugge all’idea di fumarsi una sigaretta.

Parte per Budapest. Con Sofia.

Una casualità cosmica. Una singolarità irriducibile.

Neanche lunedì questa cosa sembrava impensabile. Poi …

Poi una telefonata, una lite, una mail, una circostanziatissima serie di casualità stranamente collegate ed eccola qui. Vestita da ragazzina coi capelli sparati in aria e una borsa da turista per caso, pronta ad imbarcarsi su un volo improbabile per una destinazione quasi ignota. Tutto per uno stupido addio al nubilato.

E chi festeggerebbe il suo addio al nubilato a Budapest, se non Camilla?

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