La valanga

Silenzio.

Affanno.

Silenzio.

*Porca puttana.*

Gli occhi incollati al monitor, lo stomaco contratto, il respiro rarefatto, una botta travolgente di angoscia attanaglia il collo e il plesso solare di Alice. Con immensa fatica si alza dalla poltrona, appoggia il portatile sul letto, si alza e beve a canna dalla bottiglia dell’acqua. Poi fa tre o quattro passi nella stanza, girando su se stessa dalla finestra alla porta del bagno e ritorno.

Di colpo, si riavvicina al portatile e accende il player, fruga velocemente negli anfratti di cervello ancora attivi per cercare qualcosa che le concili il momento, e sceglie di nuovo Di Meola che suona Piazzolla, come in aereo. Comincia con ‘Oblivion’, e spera di avvicinarsi rapidamente al titolo della canzone.

Poi si risiede sulla poltrona, riappoggia il portatile sulle ginocchia, prende un respiro profondo. Rilegge.

Due righe bastano per mandare all’aria giorni e settimane e mesi di ricerca dell’equilibrio e della serenità.

Alice legge. Legge e rilegge come un’ossessa le quindici righe di quella improbabile e assurda email, cercando spasmodicamente tra le parole una richiesta, una domanda, una provocazione. Invece non c’è niente. Quella mail è una fottutissima scatola vuota. Un evento inverosimile ed imprevedibile, piombato addosso come un gatto dal tetto in un fine settimana altrettanto impensabile.

*Perché mi ha scritto? Cosa vuole da me? Cos’è successo ieri sera?*

Nella testa di Alice le domande si affastellano furiose e confuse, si annodano, si urtano convulse l’un l’altra; si spostano dal piano degli eventi a quello dell’emozione, dalla rabbia alla paura, dall’inerzia all’impotenza.

Alice vorrebbe fare qualcosa. Qualunque cosa pur di uscire da quello stato, ma non sa che fare. Se non ascoltare il suo battito forte del cuore, il suo respiro interrotto, l’angoscia che sale come un nodo all’esofago e si arrampica fino alla gola.

*Che fare?

Le rispondo, di getto.

No.

Giro la mail a Francesco.

No.

Lo chiamo.

No.

Oddio, che faccio?*

È in questi momenti che la frenesia prende il sopravvento.

Alice cammina su e giù per la camera, in preda ad una specie di ballo di San Vito.

Prende il telefono, lo appoggia. Controlla la posta. Rilegge la mail.

Ricomincia a camminare su e giù, si torce le mani.

Di colpo, ineluttabilmente, non si vede più.

Intorno a lei solo una sequenza di immagini vorticose.

Francesco, Samantha, il passato, il futuro, questo presente incomprensibile …

Presa da un attacco improvviso di insofferenza per tutto, di quelli in cui se non si muove in fretta rischia di spaccare qualcosa, si butta addosso due vestiti a caso tanto per non uscire nuda, si infila le auricolari nelle orecchie di nuovo, mette distrattamente la cartina nella tasca dei pantaloncini ed esce dalla camera. Attraversa la hall senza neanche alzare la testa, esce dall’albergo e comincia a camminare forte lungo il Danubio, senza meta.

Nella sua testa si affollano immagini confuse e distorte del passato e del presente, fatti accaduti e fatti immaginati, parole e supposizioni e, di nuovo, rabbia e paura.

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