La maga Circe

Alle cinque a Szentendre comincia a piovere abbastanza fitto e fastidioso da far desistere dal camminare e Luka e Andrès salgono in treno e tornano verso l’albergo.

Andrès scende a Batthyani tèr, perchè vuol fare un pezzo a piedi, nonostante il clima: non è molta strada da lì al suo albergo.

“Ci vediamo alle otto e mezza” commenta Luka, rassegnato alla luna ambulante dell’amico.

“A dopo, quindi” ribadisce Andrès, scendendo dal treno.

Mentre attraversa calmo il Ponte Margherita steso sul Danubio quasi a toccare l’isola, Andrès ascolta il tram sferragliare e le gocce di pioggia schiantarsi contro l’acqua agitata del fiume. Dall’altro lato, appoggiata alla balaustra, gli par di scorgere Alice, la moretta dell’aereo, abbandonata coi gomiti sul parapetto, ma l’immagine è vaga, e lui fatica a riconoscerla, nascosta tra il cappello e la kway.

In albergo lo aspettano un tè bollente, quindici mail da leggere, Silvana Deluigi che canta ‘La Cumparsita’. La musica suona ad alto volume, tra le pareti della stanza, per un’oretta e mezza. Poi Andrès si avvicina lentamente al bagno, carezzando il pavimento coi piedi. Dopo aver dormicchiato sul letto e sfogliato un altro po’ del libro, si prepara lento per uscire. Una lunga doccia calda, i capelli bagnati sulla testa, un profumo intenso e talcato sul petto, da una bottiglia azzurrata fatta a forma di mezzobusto maschile.

Camicia scura, jeans, scarpe Oxford nere, le preferite di Maude.

È troppo presto per uscire, ma lui non ha più voglia di stare chiuso in camera, meglio l’aria condizionata del bar dell’albergo e qualcuno con cui scambiare due parole.

Appoggiato al bancone, chiacchiera con la barista che conosce da qualche mese, sorseggia Vodkatini e le racconta cosa ha fatto nelle ultime settimane. La barista, allusiva, gli chiede che programmi abbia per la serata, piuttosto, e commenta di smontare dal turno a mezzanotte.

“Vado a cena con un paio di amici e poi, penso, al Jazz Garden per il dopo.”

“Mmm, il Jazz Garden … non mi piace molto la musica di quel posto. Io pensavo di andare a ballare in disco oppure di fermarmi da qualche parte a bere qualcosa. Tu che ne dici?”

Ecco, la donna perfetta.

“Che non so cosa farò, ma magari ci incontriamo. Lasciamo fare alla serata.”

Lasciarle credere che ci sarà un dopo, forse, senza diniegare né accettare l’invito di lei, è una delle cose che lo divertono di più. Tenere l’interlocutore sul filo, sedurre una donna solo con lo sguardo, disinteressarsi completamente delle conseguenze: tutte queste cose lo stuzzicano e lo tengono acceso.

Alle sette e mezza, prevedibile ma senza preavviso, ecco la telefonata di Maude.

Andrès rimane al bancone, ignorando deliberatamente la cameriera ammiccante e ficcanaso, finisce il bicchiere e ne ordina un altro, mentre ascolta chérie che si è improvvisamente profusa in un mare di parole. Maude è particolarmente fervida di racconti, stasera.

“Mon ami, Andrès, come stai? Hai passato una buona giornata?”

“Ciao, chérie. Sì, qui fa caldo ma non c’è bel tempo. E tu?”

“Ah, io ho un milione di cose da raccontarti. La settimana scorsa, ad un aperitivo, ho conosciuto un nuovo pittore, un amico di Eloise. Si chiama Paolo Livori. È un ragazzo molto giovane, Italiano, non ha più di trentacinque anni, e in questo periodo esibisce il suo lavoro qui a Paris. Dovresti vedere che quadri eccezionali dipinge: è uno stregone del colore. Dice che ha avuto un periodo cubista quando ha cominciato a dipingere da professionista, quindici anni fa, ma ora si è spostato sul manga.

Quando ho visto alcuni quadri appoggiati sui cavalletti nello studio sono impazzita: è adorabile. Riempie le immagini dei fumetti con colori sfumati e pastello in contrasto con altri fortissimi e nitidi, e poi le trasfigura in chiave politica o erotica. Più erotica, in effetti. Ribadisco, adorabile.

Ieri sera c’era l’inaugurazione della sua mostra alla Galleria di Antoine e ho chiesto di venire anche Lisette, che continuo a credere la più talentuosa delle mie giornaliste. Li ho presentati, così lei ha passato la serata lì con il fotografo per fare un reportage come si deve. Darò la massima eco all’evento sul prossimo numero, sono davvero entusiasta. E lui, Paolo, è davvero un ragazzo interessante. Penso che faremo delle belle cose assieme. Stasera andiamo a cena e vedo di progettare qualche evento per dargli l’adeguata risonanza sociale.”

“Maude, scusami, ma non hai detto che avevi gente a cena a casa ieri sera?”

“Sì certo, mon ami, ho raggiunto Eloise e Paolò dopo la cena, per la fine della serata.”

*Ma a che ora? Forse è meglio non chiedere, Maude ne sa sempre una più del diavolo.*

“Tu che hai fatto, invece, caro?”

La domanda è evasiva e vagamente distratta. Distaccata, come al solito.

“Sono andato a Szentendre, il villaggio degli artisti con Luka, e abbiamo fatto un salto alla mostra sulle affiches di Lautrec, ti sarebbe piaciuta.”

“Ma quale, tesoro? ‘Les folies de Montmartre’?”

“Precisamente, quella.”

“Ma è una mostra piccolissima! Non ha avuto nemmeno buone recensioni.”

“Non è vero, sai? Era davvero interessante, anche se piccola, e poi ambientata molto bene.”

“Non sono d’accordo, mio caro.  Non dovresti perdere il tuo tempo in certe piccolezze … ” con la testa, Maude ha già decretato il suo totale disinteresse per la faccenda, e cambia argomento con la velocità con cui prova le scarpe quando non è convinta.

“Lukà e Carlà come stanno?”

“Bene, molto bene.”

Mentire è uno sport che si fa in coppia, evidentemente.

“Ma si sposano?”

“No, Luka non ha alcuna intenzione di sposarsi e Karla sembra disinteressata, poi adesso è a Londra e starà lì ancora per qualche mese. Però cercano un figlio, mi ha detto lui.”

“Un figlio???”

“Sì, chérie, perché questo scetticismo?”

“Oh, Andrès caro, sai benissimo come la penso: non capisco come una ragazza così giovane e brillante possa rovinarsi la vita a fare un bambino …”

“Non essere così drammatica, Maude, cosa c’è di strano nel fatto che facciano un figlio?”

“Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? Un mostriciattolo che piange tutte le notti e non ti fa dormire, che ti impedisce di vivere libero, di viaggiare, di uscire?”

“Chérie, lasciamelo dire: non sono d’accordo. In fondo, che senso abbiamo altrimenti? Io ci rifletto spesso: un figlio è il prolungamento di ciò che siamo, l’unico vero modo che abbiamo per lasciare una traccia del nostro passaggio su questa terra.”

“Andrès, mon ami, non dire fesserie. Non c’è futuro, non è così. Ci sono le smagliature, i dolori del parto, il sesso che finisce, la coppia che muore. Guarda come siamo fortunati noi due, con la nostra meravigliosa vita senza complicazioni.”

*Già. Sterile, meravigliosa.*

“Credi davvero a quello che dici?”

“Mon ami, scusami, ma adesso devo proprio andare. Sta suonando l’altro telefono ed io devo prepararmi per uscire, ci sentiamo domani, trascorri una buona serata.”

Clic.

Improvvisamente, qualcosa deve aver catturato l’attenzione di Maude, che ha chiuso la conversazione senza possibilità di appello e si è ritirata nei suoi appartamenti, domestici o mentali.

Andrès appoggia il telefono, sollevato dalla fine di una conversazione inutile e pericolosa, ma vagamente infastidito dal costante disinteresse di lei a tutto ciò che non è oggetto delle sue momentanee passioncelle.

Mentre scola il fondo del Vodkatini, il suo pensiero vola ad Ulisse, il viaggiatore dell’esistenza, proprio come lui.

Sono anni, ormai, forse dieci, forse più, che viaggia alla ricerca della sua Itaca. E non sa dove si trova, al punto della sua Odissea personale: tra le sirene, tra Scilla e Cariddi, vicino a Polifemo?

E Maude? Maude chi è nel suo viaggio verso il porto finale? Una sirena, Nausicaa, Penelope?

*No, Penelope decisamente no.*

E questo, di per sé, dice molto.

Ci riflette un secondo e visualizza una immagine forte scolpita nel nitore del suo sistema percettivo immaginifico: la maga Circe.

Eccola, Maude. Una maga potente, intelligente e forse nemmeno troppo cattiva, che intrappola, trattiene e trasforma tutti quelli che ha intorno in quel che vuole lei.

Circe, ecco chi. E fin che Andrès le rimane accanto, a lei va tutto bene.

Forse anche a lui, forse.

Sono le otto, è ora di andare, Andrès si scrolla di dosso i pensieri, appoggia il bicchiere al bancone, sorride vago alla barista, si fa chiamare un taxi e va verso il ristorante.

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