La diade

Saranno le undici passate, più o meno, quando un raggio di luce che filtra dalla finestra colpisce insistentemente le palpebre di Andrès, fino a costringerlo ad aprire gli occhi. Saranno pure le undici passate, ma lui non ha la benché minima intenzione di alzarsi.

Ieri notte deve aver dimenticato di chiudere le imposte, prima di addormentarsi, e adesso, irriverente, la luce del giorno gli disturba il sonno e il riposo.

La bocca impastata, gli occhi incollati, la schiena aggranchita, Andrès rimane immerso tra i cuscini, col lenzuolo arrotolato tra le gambe e un sottile velo di sudore tra il corpo e il materasso. Infastidito, si sposta dal centro del letto verso un lato, per godere della frescura delle lenzuola pulite.

Svegliandosi lentamente, percepisce sulla sua pelle una fragranza diversa dal solito, un profumo dolce, che gli è rimasto attaccato addosso. No, il profumo non c’è, in effetti, è solo una sensazione. La scia che sente è il ricordo dell’odore di una pelle che sa di buono, forse appena sfiorata, di un delicato profumo francese, leggermente frizzante, e di quel sorriso luminoso e madido di energia della moretta italiana sulla pista da ballo.

Andrès strizza gli occhi, poi si stira, piano, e cerca di capire se quel viso da bambola l’ha guardato davvero o solo sognato. Sicuramente l’ha guardato, eccome se l’ha guardato. Eppure, probabilmente, l’ha anche sognato. Perché, se si sforza di ricordare bene, lei aveva un vestito nero, leggero, che si sollevava poco ballando, e un paio di calze autoreggenti, forse, sotto il vestito. Ma nelle immagini nella sua testa c’è una moretta dalla pelle candida, tanta pelle liscia e candida, e nessun vestito nero.

No, no, qualcosa deve aver sognato.

Andrès si gira a pancia sotto, spalma la testa sul cuscino, cerca sulla federa il profumo di lei, non lo trova. Rimane lì, fermo, ad assaporare i resti del sogno, il profumo, il sudore, il sorriso, il raggio di sole sul suo corpo. Un vago desiderio gli sale dalle gambe, mentre il torpore della notte si allontana lento. Nella mente si assiepano, confuse, le immagini della serata e quelle del sogno, in un delirio onirico mattutino difficile da gestire, nel letto da solo.

Le lenzuola e la domenica mattina portano ricordi, pensieri, immagini sul futuro. La schiena nuda di Anja, istoriata con quell’enorme disegno nero, le gambe tornite di Maude appoggiate lascivamente sulle sue, le dita lunghe di Alice che si muovono frenetiche come fosse Glenn Gould.

Immerso nelle immagini e nel desiderio incipiente, Andrès si alza e si butta sotto la doccia: prima calda per lavare e poi fredda per abbassare la temperatura e schiarire la mente.

Con addosso una polo blu e un paio di jeans, scende al piano terra  a cercare una colazione. Nel dehors dell’albergo c’è il brunch: niente di meglio, per la domenica.

C’è il sole fuori, oggi, e fa caldo. Andrès si accomoda ad un tavolo con due sedie, prende il giornale, ordina un caffè nero dopo essersi riempito il piatto di fette di pane tostato, prosciutto e del formaggio da spalmare. Apre il giornale e si mette a leggere, ma dopo un po’ viene distratto dal un gruppetto di persone rumorose che arrivano e si siedono ad un tavolo poco distante dal suo.

Sulla tovaglia beige arrivano piatti pieni di brioche e marmellatine e miele, un cameriere si affaccenda a raccogliere le ordinazioni di succhi di frutta e caffè. Intorno al tavolo siedono sei ragazzi, tre uomini e tre donne, tutti più o meno sulla trentina. Due sono nitidamente coppie, gli altri non si capisce. Sono molto allegri e paiono ammaccati da una nottata forte: le ragazze, tutte e tre, portano occhiali scuri di quelli che coprono tutto il viso, gli uomini sono in calzoncini e maglietta e danno la sensazione di essere pronti per il mare, che però non c’è, a Budapest.

Siedono sotto il gazebo e dopo un giro di succo di frutta ordinano una bottiglia di prosecco, e poco di seguito una seconda, ridono forte e sembrano conoscersi da anni.

I due seduti all’angolo estremo del tavolo sono una coppia esteticamente molto ben assortita, lei mora, gli occhiali scuri, una fascia in testa che le tiene i capelli corti in ordine e un vestitino verde acqua da attrice degli anni 60, lui è muscoloso e rasato, maglietta bianca e pantaloncini neri, un sorriso accattivante sempre rivolto altrove. Sono belli, vicini, ma non sono una bella coppia. Sembrano Bruce Willis e Demi Moore anni fa. C’è della noncuranza nell’atteggiamento di lui e lei sembra contrita nonostante il sorriso. Forse si stanno lasciando. A guardarli bene somigliano una coppia di vecchi amanti che han perso il fuoco della passione.

Spostando lo sguardo dall’altro lato del tavolo Andrès guarda la spilungona bionda con le gambe sulla sedia e un abitino succintissimo che si accosta e si allontana continuamente dal suo vicino. Lui la guarda con cupidigia, sotto i capelli cortissimi, gli occhiali neri e la maglia viola. La guarda, si avvicina, cerca di baciarla, lei si lascia andare e poi subito si scosta. Come una donna francese, che non si capisce mai cosa vuole. Saranno amanti? O lui uno spasimante illuso e disilluso a minuti?

Gli ultimi due, invece, quelli sì che sono una coppia. La mora coi riccioloni siede in braccio al suo compagno, lo bacia con passione, gli rabbocca il bicchiere. Lui la stringe e ride. Alto come lei, magro ma solido, coi capelli neri e i tratti ispanici, la sbalza dalle ginocchia per bere e le tiene un braccio attorno alla vita. La guarda e sorride, intenso. Quei due si amano, si vede.

A caso, ogni tanto, qualcuno brinda, ride, si bacia.

Passa vicino ad Andrès la cameriera bionda, gli porta la seconda tazza di caffè e si ferma un attimo a parlare.

“Non ti ho visto in giro, ieri sera.”

“Te l’ho detto che sarei andato al Jazz Garden.”

“Che palle, quella musica noiosa e difficile. Se fossi venuto a ballare ne avresti viste delle belle.”

“Un po’ ho ballato anche io, ma piuttosto ho bevuto, infatti mi ci vuole un altro caffè.”

Lei gli riempie la tazza grande dal thermos e continua a parlare.

“Ma guarda quelli del tavolo di fronte … hanno festeggiato ieri sera un matrimonio e si sono ritirati alle sei di mattina e adesso? Sono qui a far colazione. E che fanno? Ricominciano a bere. Valli a capire, questi spagnoli … Fanno sempre bagordi. Ah guarda, arrivano gli sposi.”

Dal giardino fuori dalla hall sopraggiunge l’ennesima coppia, terribilmente assonnata e sorridente. Lui, coi capelli corti e brizzolati e una maglietta celeste come gli occhi, fuma una sigaretta salutando verso gli amici. Lei, formosa e scura, fasciata da un abito nero, cammina spedita verso il tavolo parlando al telefono.

Quando li raggiungono, gli altri si alzano giubilando, gridano “¡Vivan los novios!” e si baciano e si abbracciano tutti. Gli sposi si siedono e dopo un attimo ecco altre due bottiglie arrivare al tavolo.

*Quattro bottiglie in otto a mezzogiorno: che fegati.*

Andrès li guarda davvero incuriosito: sono un tavolo di casinari, rumoroso e molesto, disturbano la gente seduta attorno e non se ne curano minimamente, ma sembrano felici e tutto sommato è uno spasso, guardarli. Forse è una caratteristica del sud dell’Europa, la solarità: tutta questa gente che ride e parla e si muove così tanto. Anche la moretta del Jazz Garden aveva lo stesso piglio ridanciano e chiacchierino, la stessa incontenibile vitalità.

E poi quanto baciano, quelle donne spagnole, con le bocche aperte, con i busti protesi. Anche  Sara baciava così, tanto e forte. Chissà se anche la signorina raggio di sole bacia così, in fondo è Italiana. Peccato non averlo scoperto.

Così diverse sono, quelle donne, da Maude. Così diverse, quelle coppie, da loro.

Gli sposi e i due mori, in special modo, sembrano fortemente sintonizzati, desiderosi di stare a contatto, sembrano legati da un filo invisibile che li allaccia e li collega. Lui e Maude non sono così, visti in pubblico. Sono distanti, eleganti, esteticamente bilanciati, affettivamente riservati.

Già, lui e Maude. Se si vedesse da fuori, cosa percepirebbe? Cosa immaginerebbe?

Probabilmente, niente di buono.

In effetti lui e Maude sono una diade, un segno, nella semiotica, che vede in gioco due elementi, una entità divisa in due parti. Le coppie, invece, sono insiemi di singolarità fuse in una combinazione nuova. Molecole, ecco. Molecole composte di legami covalenti.

C’è qualcosa che manca, a guardare lui e Maude assieme: non è la passione, non è l’intesa, è il feeling, l’affinità elettiva. Maude è la maga Circe, una strega di passaggio nella vita di Andrès, una meta del viaggio, un’esperienza edonista e appagante, che non lascia intravvedere alcuna forma di futuro. Ma, forse, è proprio quello che lui cercava. Dopo tutto il trambusto degli anni precedenti, un equilibrio omeostatico senza scompensi, senza insoddisfazioni, senza dolori forti.

Senza emozioni forti, anche. Ma adesso va bene così. Forse.

È strano, ma è l’ora di pranzo di una domenica di luglio, Andrès siede allungato sulla sedia di tela del dehors dell’albergo, guarda gli spagnoli che schiamazzano bevendo vino e mangiando bacon e uova e formaggi vari, immagina le vite degli altri e non sente minimamente la mancanza di Maude.

Preso da un raptus di improvvisa follia, prende il telefono, riempie un bicchiere di acqua, e compone il numero di casa a Parigi.

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