In volo (due)

Seduto sul sedile troppo piccolo, con le gambe lunghe malamente accavallate, Andrès appoggia il portatile sulle ginocchia e apre la posta elettronica: perso il sonno, tanto vale lavorare un po’.

Viaggia da Milano a Budapest, ma in realtà vive a Parigi, anche se gira molto, per lavoro. Lui sì che si occupa davvero di risorse umane, non come quelle del personale … Fa il trainer e il formatore interno alla sua società, si occupa di sviluppo e di potenziale creativo ed è ciclicamente in visita alle varie sedi europee per avviare o seguire i gruppi di junior che ogni anno vengono inseriti, come branchi di pecorelle smarrite, nell’organico delle divisioni europee.

Oggi pomeriggio ci sono da conoscere i dieci nuovi assunti della direzione ungherese; già se li immagina: rampanti, spavaldi, appena usciti dall’università, convinti di avere il mondo in mano e capaci sì e no di allacciarsi le scarpe.

Dal riassunto che gli hanno preparato dalle risorse umane apprende che ci saranno addirittura due donne, nella rosa dei neoassunti. Chissà quanti ne sopravvivranno, tra tre mesi.

Normalmente il dieci percento molla quasi subito, e a metà del primo anno un terzo degli aspiranti “creativi veri” ha già trovato un altro lavoro, meno stressante o più redditizio. Si presentano tutti con enormi pretese e forte convinzione di sé, per poi ritrovarsi a scoprire che la creatività non è una dote innata che si sprigiona spontaneamente, ma un estenuante lavoro su se stessi in costante ricerca di nuove idee emergenziali, commissionate da altri con poco tempo e molte pretese.

Il compito di Andrès è quello di inserirli nel contesto. Dare loro i rudimenti della professione, valutarne il potenziale, specializzarli secondo le loro attitudini, tirare fuori il “meglio di loro”.

Ci vuole acume e sottigliezza, per fare un lavoro così: capacità di intuizione e di ascolto, empatia, relazione. Andrès ha tutte queste doti, anche se a guardarlo sembra spigoloso e malinconico.  Ha tutte queste doti e ha sviluppato le competenze sulla sua pelle, facendosi le ossa da solo, prima come designer, poi come copywriter, eccezionalmente come oscuro fotografo, con l’obiettivo di fare il coach e il supervisore dei gruppi di lavoro. Una fatica terribile, ma anche una grande soddisfazione. Per questo mandano sempre lui a gestire i gruppi nuovi o quelli difficili, perché è il più bravo. E lo sa.

L’aereo decolla traballando malamente, le eliche rumoreggiano e l’aria sbatte forte contro i finestrini. Il monitor del portatile vibra fastidiosamente, disturbando la sua lettura.

Cerca di concentrarsi, poi si rassegna ad aspettare un momento migliore ed appoggia la testa sul sedile, guardandosi intorno. Non ci sono molte persone: una famigliola rumorosa, un paio di uomini in viaggio di lavoro, decisamente vestiti male, e due ragazze sedute alla sua sinistra che chiacchierano fittamente a bassa voce.

Il viaggio dura poco meno di due ore, almeno volato con un mezzo normale. Due ore sono lunghe, da passare così scomodo. *Speriamo che almeno quella hostess stinta e finta bionda mi porti in fretta un caffè* pensa, e le pianta gli occhi sottili addosso per cercare di avere la sua attenzione.

La biondina inutile, però, sembra ignorarlo.

*Strano.*

Colto da un momento di noia improvvisa, tira fuori dalla borsa il libro che Maude gli ha lasciato sul comodino prima che partisse da Parigi, ieri mattina, e lo guarda dubbioso. “Doppio sogno” di Schnitzler. Che ci sia un significato recondito che a lui è sfuggito?

Le donne non fanno mai regali a caso, e normalmente in un libro è sotteso un doppio messaggio. Peccato che il suddetto libro racconti di per sé un doppio messaggio, e questo complica ancor più le cose. Andrès l’ha letto, anni orsono, di fretta, per andare a vedere il film di Kubrick con maggior consapevolezza, ma la giovane età non gli ha permesso di approfondirlo bene.

Scettico, apre la controcopertina alla ricerca di una dedica che lo illumini sul significato nascosto del regalo.

Nemmeno una parola, solo una data e la inconfondibile M arricciata di Maude. Che di venerdì mattina alle sei è già inspiegabilmente sveglia.

O forse non è mai andata a dormire.

Comincia a leggere le prime pagine, ma la lettura non è attanagliante. Così, tra una pagina e l’altra, mentre l’aereo continua il suo can can nel cielo, si guarda attorno immaginando le storie delle persone che siedono vicino a lui.

La famigliola rumorosa che siede nei sedili di testa deve essere in viaggio di piacere: sono i soliti turisti italiani, caciaroni e maleducati. Lei, coi capelli biondi tagliati quasi a spazzola, jeans aderenti su un sedere troppo formoso, una maglietta rosa slavato, flaccidamente languida su una spalla, siede con la testa appoggiata al finestrino e guarda fuori. È evidente che non è contenta di essere lì, infastidita dai suoi compagni di viaggio, che invece dovrebbero essere quelli di vita. Lui, basso e grassoccio, con una faccia da bonaccione mansueto, si agita nel vano tentativo di tenere fermi i due giannizzeri che devono essere i suoi figli. Talora la guarda, desolato. Cerca di attirare la sua attenzione con una battuta infelice o una carezza indesiderata e poi si ritira al suo posto, nuovamente intento ad ammansire i bambini. I lanzichenecchi, dal canto loro, spargono giochi sui sedili, strillano animatamente e sembrano non aver alcuna intenzione di lasciar dormire nessuno su quell’aereo.

Una famiglia infelice, senza dubbio alcuno. Una coppia in crisi che ha fatto due figli per uscire dal tunnel ed è entrata in uno più buio, che fa un viaggio di vacanza in una città europea nel vano tentativo di darsi un tono e un contegno da famiglia perbene.

*Poveracci* pensa Andrès, soffermandosi per un attimo sulla sua condizione personale. Maude è la sua compagna, non una amica e non una madre. Una donna dura, ferma, indipendente e molto attraente. Vivono assieme da quasi tre anni, per quanto poco dormano assieme. Non fanno progetti, non decidono spazi di condivisione. Si trascinano stancamente in una relazione già consumata ma ancora stranamente viva, arricchita dalle distrazioni di ciascuno dei due, che ravvivano il sangue del loro rapporto non con la gelosia ma con la sfida. Maude non sarà mai una compagna vera e nemmeno una accogliente certezza con cui costruire una famiglia in senso canonico. Non finiranno mai come i quattro di cui sopra, loro due.

Poco più indietro, davanti ad Andrès, siedono due uomini in evidente tenuta da business men. In viaggio di lavoro o semplicemente alla ricerca di un facile svago ungherese? A giudicare dalle espressioni grigie e dagli occhiali modesti, dalle camicie cadenti su corpi gelatinosi e dagli orologi costosi ostentati con scarsa classe, sembrano più inclini alla seconda, delle due ipotesi. C’è da chiedersi perché un uomo debba trovare per forza la scusa di un viaggio di lavoro per cercare una bionda con cui distrarsi dalla tristezza della vita quotidiana per qualche ora. C’è da chiedersi perché non sfoderino il coraggio di sfilarsi le fedi dal dito e di conoscere persone nuove, di uscire in un locale qualunque nella facoltosa metropoli italiana e provare a sorridere ad una donna, senza dover per forza fare chilometri in aereo e inventare banali scuse professionali. C’è da chiedersi perché uno non abbia scelto di vivere la vita quando andava assaporata, anziché diventare un puttaniere a cinquant’anni. *Mah… sfigati*.

Girando lo sguardo Andrès rimane un secondo più del necessario intento a fissare le due ragazze sedute alla sua sinistra. Sono evidentemente care amiche: si nota dalla confidenza con cui si sorridono e dal modo con cui parlano con i visi molto vicini l’una all’altra. Adesso una delle due dorme, un volume sulle ginocchia e la testa appoggiata al finestrino. Evidentemente sono in viaggio di piacere, visto l’abbigliamento e la Lonely Planet che si sono passate. Quella che dorme ha un viso affascinante, capelli lunghi, corvini e setosi e un corpo sottile, di quelli che si piegano sotto le mani esperte e che si sollevano senza sforzo. C’è qualcosa di molto attraente ma imperfetto, nella bellezza di lei. Troppo sofisticata, forse. Studiata anche nel modo di dormire, così esile, delicata e composta.

L’altra sembra una tigre in gabbia, si direbbe quasi tarantolata. Siede disordinata in posizione del loto sul sedile, poi si muove, si sposta. Stende le ginocchia, poi incrocia di nuovo le gambe. Cerca di leggere, poi smette. Ad un certo punto accende la musica e allunga le gambe sotto il sedile. Evidentemente sta ascoltando qualcosa che le piace molto, perché smette di muoversi e appoggia la testa sul sedile, chiude gli occhi e socchiude le labbra. Non dorme, ma il viso si distende e disegna un vago sorriso meditativo. A guardarla bene è molto bella, ma di una bellezza diversa. Ha la pelle liscia e chiarissima, un’espressione da bambina imbronciata e labbra carnose. Le dita lunghe e i polsi sottili, lo sterno piatto che si muove ansante al ritmo del respiro. C’è qualcosa di strano nella sua posizione, adesso: ha le gambe tese e chiuse e muove impercettibilmente le dita e le caviglie, come se stesse cercando di danzare da ferma una musica su un filo invisibile. Socchiude gli occhi, le si corruga la fronte, il mezzo sorriso scompare e traditrice, sulla pelle bianca scende una lacrima.

Poi un’altra.

Lacrime grosse, bagnate, che le rigano il volto e le cadono sulla maglietta. Una la cattura inavvertitamente con la lingua, l’altra l’asciuga con la mano destra, sotto la lente dell’occhiale nero. Che spreco, una lacrima, su un viso così luminoso.

Senza pensarci e senza dire una parola, Andrès tira fuori un pacchetto di fazzoletti e glieli porge. Lei sembra accorgersi di sorpresa del suo gesto, gira la testa di scatto, lo guarda ostile, come una tigre ferita. Arrossisce. Non prende il fazzoletto, abbassa gli occhi e si rimette a guardare nel vuoto davanti a sé, come se lui non esistesse.

*Che stronza* pensa Andrès lì per lì.

Qualcosa però, in quel rossore timido e improvviso, cattura il suo pensiero. Stupefacente sarebbe, sotto lo sguardo che si abbassa, cogliere una flessione di quel corpo di madreperla che vibra per una carezza forte lungo la spina dorsale …

Rigira la testa per guardarla ancora e vedere se per caso lei abbia deciso almeno di sorridergli, ma il flusso dei suoi pensieri è improvvisamente interrotto dalla voce stridula della hostess bionda che richiama l’attenzione dei pochi passeggeri alla necessità di allacciarsi le cinture di sicurezza e prepararsi alla fase di atterraggio.

Annoiato e obbediente, Andrès si assicura al sedile, si accomoda sul poggiatesta e chiude gli occhi.

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