Il mattino, non quello del Peer Gynt

Un suono sul vetro, di colpo, nel buio. Ting ting. Maledetto iPhone.

*Ma perché non lo spengo mai?*

Un sms: “Ti sei ripresa da ieri sera?”

Alessandra.

Alice risponde, nel dormiveglia: “Perché, ero messa così male?”

*Ma che ore sono?*

La sveglia proiettata sul soffitto dice che sono le nove e cinque della domenica mattina.

*Che ci faccio sveglia? A che ora sono andata a dormire?*

Alice si solleva sul letto, si prende la testa tra le mani e la stringe, come a chiedersi se sia ancora lì.

Cerca di ricordare. Il fumo, il rhum, la musica, la gente, i sorrisi. Nella testa c’è un lungo, attutito, chiasso di fondo, come un rimbombo lento di una stanza piena di gente che ride e applaude. Si chiama hangover.

Si alza, malvolentieri, si trascina fino al lavandino, mette il viso nell’acqua fredda.

Ting ting. Rieccolo che suona, il maledetto telefono. La transustanziazione dell’odietamo.

“Non so, mi sembravi un po’ fatta, sul finire.”

*Ma dove sono?

A Budapest.

Cosa ci faccio qui?

Oddio, la testa …

Cosa ho fatto ieri sera?

Bevuto.

Ballato.

Bevuto.

Mamma mia, quanto ho bevuto.

Oddio, c’era anche l’argentino. Quello con lo sguardo penetrante, la voce bassa e le mani grandi.

Oddio.*

Alice sventola la mano davanti al viso, come a scacciare una zanzara. In realtà è solo un pensiero molesto. Non si manda via con un gesto.

“In effetti, lo sono. Adesso vado a correre e vedo se mi passa.” risponde, distratta ma dialogante.

Provvidenziale come un capoverso manzoniano, ecco un altro sms: “Vai a Margit-sziget, è perfetto. Senti, oggi pomeriggio sono da sola. Se ti va, vieni a fare due passi?”

“Ancora non lo so, al momento sono un po’ stordita.”

“Basta che chiami. Buona corsa.”

Non ci vuole molto, per andare a correre. I calzoncini e la maglietta, una grattatina alla testa. La felpina antivento, se dovesse fare come ieri: non si capisce, guardando fuori dalla finestra, che tempo fa oggi. Le scarpe per correre, di nuovo. Un sorso d’acqua. È finita.

Alice inforca gli occhiali da sole, accende la musica in cuffia e comincia a camminare. Veloce.

Per caricare le batterie e convincere i polmoni a funzionare ci vuole qualcosa di forte, sparato a palla nelle cuffie, il passo veloce, la testa alta, lo sguardo nel vuoto. A destra, indisturbato, il Danubio. Qualche auto. Qua e là.

Il passo è veloce, molto veloce, di più. Il fiato tiene. È il momento.

La camminata si trasforma in una lenta corsa a ‘passo turistico’, come avrebbe detto una vecchia prof di educazione fisica. Il tram sferraglia alla sinistra, il ponte è laggiù.

Nel player parte ‘Born to run’, the Boss. Il ritmo è vero, l’emozione è forte. Travolgente è il ricordo di un padre che torna a casa un venerdì sera del 1984, con un vinile, e lei che ha 7 anni e il disco è già vecchio.

Ecco l’isola. Una pupilla affilata di gatto che osserva il sole tagliata nel centro del fiume, un enorme parco nel centro della città, pieno di fiori colorati e fontane e persone che portano i cani a passeggio.

Alice non corre per dimagrire. Alice non corre per correre. Alice corre per respirare. ‘Bambina, vagabondi come noi, siamo nati per correre’ dice la canzone.

Siccome non riesce a respirare, da viva, respira correndo. O nuotando.

Occasionalmente si siede per terra, ci pensa su, e accenna un mezzo sorriso, come dice Thich Nhat Hanh. Dopo un po’, però, a forza di osservare il respiro, sarà per il principio di indeterminazione, smette di respirare. Allora accenna di nuovo un mezzo sorriso e ricomincia ad osservare il diaframma che si apre e la pancia che si riempie.

Oppure nuota, che le viene meglio.

Oppure corre, che con le scarpe giuste e la musica buona, come le ha insegnato Francesco, il fiato non sembra, ma c’è. E adesso corre anche un’ora, al parco vicino a casa, a passo turistico …

C’è anche un giardino giapponese, a Margit-sziget. Come quello di Giverny, con le ninfee. Come i quadri di azzurro e speranza sterminata che ha visto quella prima volta ad una mostra da sola al Palazzo Reale, a Milano. Come il ricordo della stessa emozione al MoMA a New York: la sensazione della sua libertà, per una volta: della mancanza di peso, della possibilità di scegliere, della eventualità di amare se stessa. Con le ninfee, quelle di Monet. Col fiore di loto, che ha tatuato sulla caviglia.

C’è un giardino giapponese, a Margit-sziget, e prati coltivati di fiori mai visti di arancio, di rosso, di viola. Il Danubio a destra, il Danubio a sinistra. Palazzi antichi oltre il fiume, persone che camminano, immagini che si susseguono, prive di senso e piene di aria.

Nelle orecchie, il ‘Galaxy express’ degli Oliver Onions, nel naso qualche lontano profumo di erba tagliata, nei polmoni un sacco di aria. E di colpo la testa è leggera, i capelli sono madidi, il sole scalda, la felpina si attacca addosso umida a segnalare che fa caldo. Una goccia di sudore sulla fronte si infila sotto gli occhiali e si asciuga con l’aria aperta. Il ponte è lì e Buda non è lontana.

L’assurda canzone finisce, l’iPhone segnala il quarantunesimo minuto di corsa, Alice rallenta, cammina veloce, respira forte, cammina più piano, respira sempre forte. Fa suonare un cha cha, per tenere il ritmo camminando mentre riprende fiato.

Si sente meglio, leggera, vuota. Forse ha fame. Soprattutto ha sete. L’albergo dista ancora circa un kilometro. Laggiù c’è un minimarket.

*Andiamo a reperire una colazione, dunque, che ce la meritiamo.*

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