Ferihegy

L’aeroporto di Budapest ha sempre la stessa faccia modesta e dimessa. Il terminal 1, ogni volta più vecchio, accoglie Andrès col suo mesto grigiore e qualche negozio del duty free che forse invoglia i turisti all’acquisto.

Fuori dal terminal lo aspetta un taxi per  Pest. Un altro viaggio, un’altra città, un altro taxi. L’ennesimo, di questa trasferta. Parigi, Milano, Budapest, poi Londra.

Poi, finalmente, di nuovo Parigi per almeno un paio di settimane. La città, la vita, le luci, i caffè, e quelle abitudini strane a cui uno si assuefa con passare del tempo. La colazione da “Le Pain Quotidien” leggendo il giornale, i pranzi veloci in qualche bistrot del centro, gli aperitivi organizzati da Maude nel grande salotto di casa (sua). La gente che parla con quell’accento stranamente arrotato e sempre un po’ vezzoso, le donne sofisticate, gli uomini ciarlieri e sorridenti. La conversazione erudita, gli artisti, le mostre, i musei, e la Senna che scorre silenziosa e si fa guardare a lungo dalle panchine dell’Île de la Cité.

Però c’è una cosa, di Budapest, che lo affascina in particolare e che lo fa viaggiare più volentieri: il popolo misterioso e sotterraneo della Milonga Urània. In un paese così freddo e poco ospitale, dove sono tutti silenziosi e circospetti, c’è una passione diffusa e inspiegabile per il tango argentino, che serpeggia silenziosa tra i vicoli di Pest e si innesta in milonghe buie e piene della gente più strana e variegata, che va lì per entrare, infilarsi le scarpe, ballare quasi senza parlare e poi tornare a casa, appagata dalla malinconia appassionata della danza. Intenso e multiforme, il popolo del tango, in qualunque città del mondo si ritrova sempre uguale a se stesso: donne in abiti sgargianti e uomini di ogni età, pavimenti lucidi e specchi alle pareti, sconosciute che si lasciano invitare, improvvisamente abbracciare e poi abbandonare, con distacco, a bordo pista alla fine della tanda.

Andrès è un habitué di Budapest, ci va quasi una volta al mese, e fa sempre in modo di organizzare le riunioni a ridosso del fine settimana, per poter godere del respiro silenzioso del Danubio e dell’emozione elettrica del tango della domenica.

Anche questa volta, non fa eccezione.

Un viaggio pianificato da tempo, un weekend programmato nei suoi tratti essenziali, un venerdì e un lunedì di lavoro ungherese, un sabato di passeggiate all’ombra del Turul, un aperitivo al Four Seasons con Luka … un taxi da prendere per non arrivare a ridosso della riunione e avere il tempo di fermarsi un minuto e bere un pessimo caffè.

Sul piazzale dell’aeroporto, con la coda dell’occhio, Andrès scorge le due ragazze dell’aereo salire sperdute sull’autobus che porta al capolinea della metro rossa, vede la moretta salire trafelata con i capelli scompigliati e gli occhi stretti da cinese intenti a cogliere il senso del contesto e, senza pensarci due volte, tralascia l’idea del taxi e si dirige verso di loro: la metro in effetti va più veloce di qualunque mezzo di superficie.

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