Baby did a bad bad thing

“Questa non te la puoi perdere, sorella”.

Intorno, le note dirompenti di “History Repeating” dei Propellerheads.

In effetti, Sissi ha ragione. Stare ferma è impossibile, anche se lei non si alzerebbe mai da lì.

“Sono più dieci anni che solo tu la canti come si deve!”

L’emozione, l’alcol, lo stralunamento annullano la volontà di Alice, che scende meccanicamente dallo sgabello, intontita dalla voce roca e gridata di Shirley Bassey.

Sissi trascina Alice per una mano, Andrès la trattiene, per l’altra, e mentre le gambe già volano, lui si avvicina al suo viso, la guarda, piano, e le dice, o forse le sussurra all’orecchio, lasciandole un brivido in fondo alla schiena: “Ci vediamo domani sera. Ti aspetto, in milonga… Ci conto.”

‘Some people don’t dance, if they don’t know who’s singing, why ask your head, it’s your hips that are swinging, life’s for us to enjoy, woman, man, girl and boy, feel the pain, feel the joy, aside set the little bits of history repeating…”

Sulla pista Camilla, Sofia, Sissi e Alice. Come una volta. Come dimenticare? Impossibile. Come ricordare? Rifacendolo.

Persa ogni nota di malumore e annegata nello sguardo straniero e nel bicchiere di rhum, finalmente Alice balla. Adesso ballerebbe anche se non sapesse chi canta. Canta, simulando cinematograficamente un microfono, per le sue amiche, per ricordare, per riprendere se stessa, i desideri, la passione ardente che talora le sembra di aver smarrito. Alice ondeggia, vola, va … Alice ricorda, sulle note di quella e delle prossime dodicimila canzoni, gli ultimi dieci anni della sua vita in pochi minuti.

Dal bancone, lontano, Andrès la guarda. Sembra un’altra, adesso. O forse sempre la stessa, senza quella bolla di emozione trattenuta che la circondava fino a poco fa. In mezzo alle amiche, improvvisamente confidente, agita il vestito nero che si solleva a campana mentre gira intorno al suo asse, e per dio come sorride! Indossa un paio di decolletè nere, lisce e alte, semplici ed eleganti. Niente a che fare con Loubutin o Jimmy Choo. Dentro le scarpe un paio di calze sottilissime, di cui forse si intravede la banda autoreggente dal profilo del vestito che si solleva. E questo gli buca il cervello.

Quella vitalità assopita a tratti che scoppia all’improvviso quando ride, reclinando la testa all’indietro. Quel modo sincero e incontrollabile di arrossire, quella luminosità serena e ingestibile, curiosa, che promana dal suo sguardo quando pensa. Quella ferocia inspiegabile, nel non riuscire mai a stare ferma, non sull’aereo, non sullo sgabello del bar, quella passionalità selvatica che emerge mentre danza, quelle mani con le dita lunghe che gesticolavano continuamente facendo girare gli anelli per il nervoso.

Sembra un raggio di sole che batte, forte, in mezzo alla pista. Dal buio, le si è avvicinato ed è rimasto avvolto da una luce calda e pulita, quasi inspiegabile. Da quel profumo talcato che sa di anima viva.

Le scarpe, le mani, il sorriso. Nell’insieme, che strano, una donna. Qualcosa che va oltre il desiderio e l’appagamento di una serata di caccia. È una strana luce attraverso la tenebra, un senso di leggerezza e onestà, cose poco note e quasi mai sperimentate. È una scia delicata di profumo, una pelle così bianca da sembrare madreperla, un’allegria innata e spontanea che è quasi contagiosa. È l’inquietudine negli occhi che improvvisamente scompare per una canzone troppo vecchia per essere vera.

Per un attimo, Andrès rimane stregato, come un gatto al sole, con addosso la strana voglia di accogliere dentro di sé quella luminosità sincera, ambrata e sentire che la vita scorre, ancora, dentro le vene. Che non tutto è perduto, che non è tutto noioso e uguale a se stesso. Come un tramonto sulla spiaggia, col mare e il vento malinconici e una palla di oro rosso che si fonde sulla crina dell’orizzonte e profuma di futuro e di attesa.

Stordito, Andrès ci beve sopra un altro bicchiere di rhum, saluta Luka con un cenno di intesa, alza il culo dalla sedia e se ne torna in albergo.

Alice non si accorge di niente. Ha perso la testa dentro la musica, si sente così bene, per quello sguardo, che non ha bisogno di vedere, perché nello specchio della voce di quell’uomo ha avuto l’impressione di vedersi nitidamente.

Tutto si perde e rimangono, nell’aria, solo la musica, il sudore, i sorrisi, il rhum e la follia.

C’è, intorno, un alone di foschia, ma non può essere il clima: è luglio. Ci sono le orecchie che rimbombano dell’ultima canzone: ‘Baby did a bad bad thing’ di Chris Isaak, che Alice sta ancora ballando.

Ci sono le note di una chitarra eccitante e di una voce leggermente urlata, fuori, ci sono il cielo nero su Budapest e il ponte fermo sul fiume, c’è il tram che passa rumoroso, da qualche parte, per strada.

La testa confusa, la vista offuscata, i pensieri che svolazzano isterici tra i tatuaggi di Francesco e il passo sincopato sul boogie woogie, il desiderio inspiegabile di passare tutta la notte a parlare con questo maledetto affascinantissimo sconosciuto argentino, chissà dov’è finito, la solitudine di una che ha la testa troppo grande per accontentarsi, l’icona dei sorrisi di amiche che una volta erano tutto e adesso sono un vago ricordo e un’uscita un mercoledì ogni tanto …

La testa gira, forse. O forse no.

Da lontano, coglie con lo sguardo Luka che si avvicina a Sissi sulla pista, la cinge con un braccio, la solleva leggermente da terra, e la bacia.

*L’ha baciata? Ho visto bene?*

Eh sì, decisamente, l’ha baciata. La sta baciando ancora, mentre si avvicinano all’uscita del locale.

Alice chiude gli occhi. Ascolta Chris Isaak. Balla da sola. Tace e piano, sorride. Forse il malumore è passato anche ad Elisabetta, alla fine.

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