À rebours

La botta è arrivata, forte. Forte e addosso, come le nuvole bluastre che oscurano il cielo dietro la collina. La botta è arrivata forte e ha assunto le sembianze della catastrofe, come ogni volta che qualcosa va storto. Anziché respirare, fermarsi, pensare, Alice smette di vedere, obnubilata dal tracollo emotivo, e finisce in preda alla solita valanga incontrollabile di eventi che si abbatte sulla sua vita sebbene lei ne intuisca prima il sopravvenire.

Samantha, detta Samantha con l’acca, chi è?

Come lei stessa specifica per farsi identificare, è la ex ragazza di Francesco. Ex, scritto maiuscolo, come se contasse di più. Una sciacquetta troppo giovane, viziata e cattivella, che è stata convinta per un paio d’anni (o forse tre) di essere la sua compagna. Cioè, a dire il vero, era stato lui a convincerla, proprio Francesco, il re delle favole e dei castelli di carta.

Quando Alice e Francesco si erano conosciuti, ad un convegno a Roma, lui era sedicente fidanzato con questa ragazzetta di undici anni più giovane, e lei piattamente sposata con Luca. Si eran piaciuti subito, così, di pelle. Annusati, sorrisi, avvicinati. Per puro, assurdo caso. Solo che niente succede per caso.

*Ma come diavolo ho fatto a infognarmi così?*

Su domande di questo tipo Alice sbatte la testa da quasi tre anni, ormai. E tutte le volte che il solo vago ricordo di Samantha e dei burrascosi trascorsi si affaccia alla sua mente, ecco la catena inarrestabile del pensiero analogico, che, spostandosi per voli pindarici torna sempre lì, a chiedersi dove fosse il punto in cui salire o non salire sul treno avrebbe cambiato il corso della storia.

E il punto sembra uno solo e preciso: quando a ventiquattro anni, esattamente come il Grande Disegno Intelligente aveva preconizzato, Alice prendeva una sbandata per un disgraziato barista ultras e, per auto redimersi, si fidanzava col suo futuro perfetto marito col nome e il mood dell’evangelista. Luca.

È lì che il tempo si era fermato. Forse è lì che si poteva perdere il treno. Invece no. Il treno era passato, e lei ci era salita con tutti e due i piedi. E aveva segnato il passo della Alice “uno punto zero”.

Perché quando ti metti insieme all’uomo che ti devi sposare, essere bella non conta più. Avere successo non conta più. Uscire con le amiche a fare la scema, o a spettegolare, o a lamentarsi, non conta più.

Guardarle crescere, vederle sorridere, confrontarsi con loro per arricchirsi è una cosa che perde di interesse, fino a lasciare solo i resti di una vaga invidia stupefatta di fronte alla splendida femminilità e all’incomprensibile integrazione interiore delle altre.

Finalmente, quando ti metti insieme all’uomo che devi sposare, puoi solo fare e non serve più alcuna perigliosa veste sociale. Fai la manager perfetta, moglie perfetta, fotografata (grassoccia) sulla copertina di qualche rivista patinata, in una vita inscatolata nella pubblicità del Mulino Bianco.

Solo che di notte, quando non riusciva a dormire, Alice faceva sogni strani, perchè sognare era l’unico spazio per essere. E spesso sognava di ballare, perché ballare era rimasto l’unico canale ancora concesso per esprimere se stessa.

Se capitava che Luca non fosse in casa, Alice sparava la musica a tutto volume, come quando era ragazzina, e ballava in salotto, da sola, come Liv Tyler. Poi, di colpo, piangeva, senza sapere perché, con quel vago senso di coda di paglia che hanno i bambini quando sanno di aver violato un divieto.

Alice, con Luca, non stava male, non soffriva. Semplicemente, non sentiva niente. Era come una anestesia all’anima.

Mentre passava il tempo, lei, cocciuta, cercava strade: per questo, nella vana ricerca di assecondare la passione dimenticata in fondo ad un cassetto chiuso, Alice era riuscita a trascinare Luca a scuola di tango. Ma, diciamocelo, Luca stava alla passione, almeno con lei, come l’idroscalo alle spiagge liguri.

Per Luca ascoltare Mozart e Piazzolla era lo stesso. Buona musica. Ecco. Nessuna flessione sulla malinconia, sull’angoscia, sulla vorticosità. Libertango come Eine kleine Nachtmusik.

Luca era un buon ballerino, rigorosamente impostato, elegante nei movimenti, privo di qualunque accento espressivo. E in milonga non ci voleva andare. Perché era un maledetto perfezionista e piuttosto che sbagliare un passo o ballare un brutto tango, meglio nessun tango.

E Alice lì, con le sue caviglie sottili e i suoi polsi impacciati, la goffa timidezza di una gatta maldestra e l’innato senso della musica di una ballerina afrocubana. Alice che ascoltava Milva, in cuffia, di notte, cantare straziata e piangeva, forse di rabbia, forse di nostalgia, o forse solo di vibrante emozione. Alice che girava per i convegni con le scarpe da ballo in valigia ma non ballava mai nemmeno lei, perché le mancava il coraggio.

E proprio un giovedì così, con le scarpe da ballo nascoste nella camera d’albergo, d’improvviso, si era presentato Francesco a stravolgerle la vita.

Francesco con gli occhi d’oro, il sorriso grande, le braccia forti. Francesco ruvido e solido, vivace e brillante, Francesco pieno di vita, ma soprattutto, pienissimo di amore per sé.

Alice e Francesco erano due che si sentivano soli e si consolavano delle rispettive fonde tristezze con lunghe telefonate mattutine e interminabili chat di notte, e sarà stata l’affinità, sarà stata la contingenza, si erano trovati invischiati in una cosa più grande di loro (anzi, solo di lei). Annodati l’uno all’altra, nel tentativo di sopravvivere alla vita, in una storia di pelle e vino rosso e serate e risate, con una forma inossidabile, e incomprensibile, di affetto reciproco.

Allora erano cominciati i guai: i weekend in fuga spacciati per viaggi di lavoro, le telefonate isteriche di gelosia la notte, le bugie, le scuse. Le menzogne, soprattutto. E mentre Francesco navigava tranquillo nelle sue acque di irredimibile don Giovanni, Alice annegava le sue parole nelle lacrime e nelle crisi d’ansia, fino ad arrivare a capire che magari con Francesco non se ne faceva niente, ma che con Luca proprio non si poteva più andare avanti.

E così il confronto, il pianto, la paura, nella notte, di sbagliare tutto. E Luca fermo, a guardare, come uno spettatore impotente, di fronte al crollo della casa degli Usher.

E così la ricerca di una casetta, il trasloco in segreto dalla famiglia, i vestiti stipati tutti assieme in un armadio troppo piccolo. Le posate divise a metà, i piatti rotti, i libri da non portare via subito per non devastare l’habitat naturale di lui. La pioggia sui lucernari, le finestre che fanno circolare poca aria, il gatto furioso che corre sui muri, il weekend che inizia e sembra non finire mai. L’inizio della fine. O piuttosto l’inizio, ma che fatica e che angoscia profonda affrontare di nuovo, senza fermarsi mai, la vita da sola. La lavatrice che perde acqua, il frigo col motore fermo, tutte le utenze da volturare, il tecnico della caldaia che farnetica per avere un caffè e un minuto di attenzione in più e tanto, tantissimo lavoro da fare, e meno male, per non pensare troppo. Le notti insonni a guardare il soffitto cercando la forza di dormire senza incubi, il telefono che non suona mai nei momenti in cui ci sono inutili fidanzate nei paraggi, gli amici che fanno domande e non danno risposte, la vita che afferra se stessa per le mani e si trascina in piedi con un ululato, per non rischiare di rimanere a terra. Il tribunale, i soldi, una casa da vendere, un’altra da mettere a posto, il tempo che non basta mai e il silenzio abbacinante della domenica sera alle sette, quando le famiglie sono a casa raccolte e Alice siede sola e spaventata sul divano blu, abbracciata alle sue ginocchia, ad aspettare che la vita ricominci a fluire.

E Francesco? Francesco a casa con Sammy. Francesco al telefono con Sammy. Francesco in palestra con Sammy. *Ma come si fa a chiamarsi Sammy?* Due uscite clandestine alla settimana, forse una, spese a far finta che sia tutto come prima, trascorse a fuggire dal dramma della separazione e a cercare di volare leggeri.

Francesco, nella vita di Alice, era arrivato come un raggio di sole in un grigio pomeriggio di aprile.

Francesco aveva portato il caldo, il sudore, l’insofferenza, la rottura. Anche se non voleva. Anche se mai, una volta sola, aveva detto: scappa con me.

Francesco era stato il vicino rumoroso e collerico di mesi e mesi di crisi violenta, di pianti, di liti, di fughe, di prese di coscienza. Ma, in qualità di vicino, era sempre rimasto a casa sua. Con la sua vita, la sua ragazza fantoccio, i suoi impegni inderogabili.

Francesco si era presentato alla porta della vita di Alice con una carica impressionante di energia, egoismo e forza. Aveva sfondato le barriere, tutti gli argini e poi, con leggerezza e nonchalance, si era seduto sulla sponda a guardare il fango scorrere insieme ai cocci.

Francesco aveva messo Alice davanti alla se stessa che sempre avrebbe voluto e mai aveva provato a guardare. Mai una volta si era sentita così sensuale, prima di allora; mai aveva notato il collo lungo e le caviglie sottili, i polsi fragili, il petto ansante. Mai si era percepita pulsante, oltre che efficace, mai si era resa conto di essere una stella. Mai si era sentita trascinata, mai strappata via, e tutte quelle emozioni assieme le avevano fatto perdere e scoppiare la testa.

Senza modello di riferimento per la donna che stava diventando, educata in uno stile esclusivamente performativo, nata per correre e per comandare, non certo per abbandonarsi a frivolezze e romanticismi, scopriva solo allora quel preciso sguardo con cui guardarsi. Sguardo feroce e curioso che funzionava solo alla presenza di Francesco, e che spariva, soffocato nell’inconsapevolezza, senza di lui. Lui che sapeva accendere, ma anche spegnere. Eccome. Disinserire ogni vena affettiva, smettere di telefonare, di scrivere, tanto per non rinunciare alla sua vita regolare e artefatta con la ragazzina perbene, tutta occhi e vestiti firmati, regali e aperitivi.

Ad un certo punto, semplicemente, Alice aveva smesso di sopportare. Pur ritrovandosi perdutamente invischiata negli occhi d’oro dell’unico uomo al mondo che l’aveva guardata così, non riusciva più a simulare leggerezza in una fase così pesante e torbida della sua esistenza, e, senza mezzi termini o tentennamenti, aveva mollato il colpo.

Se ne era andata, lasciando dietro di sé quello sguardo caldo e quel desiderio acceso, con addosso tutto il peso del secondo posto. E il secondo posto, per chi è nato per vincere, è peggio che non finire la gara.

Dentro di lei, forti, improvvise, la sconfitta, la consapevolezza e la paura.

La casetta nuova, la solitudine, l’occhio spalancato che guardava in preda al terrore un mondo che non conosceva più. Un male boia che non sapeva dove mettere né come lenire. Stava minuti, interi, davanti allo specchio, scrutandosi fino al fondo delle occhiaie e cercava di vedere di sé qualcosa che andasse oltre al piccolo genio.

E da lì aveva preso il via la metamorfosi, dalla Alice versione uno alla “due punto zero”. Non con i tagli di capelli, non con la dieta, non con lo smalto scuro sulle unghie: è con lo sguardo su di sé che era iniziato tutto: così che si era scoperta donna, senza sapere come, con il corpo di una imperfetta gattina sexy, lo sguardo acuto e feroce, alcune strane voci interiori, e nessuna capacità consapevole di usare le sue armi.

È così che si era trovata grande, bella, timida, maldestra, impacciata. Osservata, senza sapere come rispondere agli sguardi; brillante, senza conoscere lo sfavillio della propria luminosità. Individuata dallo sguardo degli altri, la signorina raggio di sole, che se si smette di guardarla lei perde il senso dei suoi confini e ritorna a navigare in mezzo alla nebbia.

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