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Buon viaggio, Chiara

Ho aspettato a lungo che sorgesse il sole, tra Neffa e Lorenzo Fragola: mai fino a questo preciso istante ho sentito (e badate bene, non pensato, capito o inteso – sentito) che il sole ce l’ho dentro. Io? Sì.

Capisco in questo istante, Anna, la natura inspiegabile e multiforme della nostra relazione passata: era dopamina. Ne producevamo una gran quantità e sapevamo darne anche agli altri, nella maggior parte dei casi. Mi manca spesso quella sensazione, che se ne è andata e va bene così, che era buona, era funzionale, faceva respirare quando mancava l’aria. L’aria manca ancora, e anche spesso. Ma alla fine, l’aria, quella è sempre mancata e non è lei che è una stronza.

Il punto è che l’aria è sempre mancata perché la lasciavo mancare. E che cazzo, da adesso non ce la faccio più con l’aria a tratti.

Da un po’ non lo faccio più, solo che praticare questa scelta è molto ma molto ma molto più difficile che risolvere un sudoku difficile.

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Trentanove, in corsivo

L’amore conta.

L’amore sì, conta!

E poi?

L’amore, sì, si conta.

Ho cominciato a contare la scorsa notte a mezzanotte, forse non ho ancora finito.

È contando che ho provato con le dita, come San Tommaso, battezzato nella domenica in albis, che amore si riceve quando amore si dà.

Vi ho contati tutti, vi ho ringraziati tutti (spero), ma adesso ho ben trentanove minuti (che caso) per farlo davvero.

Grazie.

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meno due

Gli ultimi sedici minuti del mio trentottesimo anno di vita me li passo con Gino Paoli, un bicchiere di Molinari, il gatto sul divano e una lacrima commossa che mi scende dal viso.

Ho smesso di lavorare, serrato le imposte di Ground Zero, aperto tutte le finestre, preparato un abito adeguato al tono della giornata di domani.

Soprattutto, ho chiuso le porte da chiudere e siedo curiosa davanti a quelle che si stanno spalancando.

Siedo, penso, congetturo, immagino e accenno un mezzo sorriso.

So cosa fare, so dove andare, so cosa voglio. Porto solo il necessario: la band e il caffè.

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tredicimilacinquecentotredici giorni

Stasera, una bella sera tra amici, un amico ha fatto una cosa speciale: ho ordinato un Amaro del Capo, me ne ha portati due.

*Uno per te, uno per Luca*.

Legati per il manico da un cucchiaino, immagine metaforica delle torri Petronas.

La mia famiglia, i miei amici cari, un compleanno che viene tra poco, un bimbo che mi si arrampica addosso, la luna gialla nel cielo nero della notte e grigio delle nuvole. Fresu che suona ‘Sì dolce è il tormento’.

Ho visto un film a tutta velocità. Intuito il verso della felicità, quello che ho misconosciuto per anni.

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Alice 3.0

Ricompari così, che pensavo fossi sparito nel nulla.

Ti dirò, veramente pensavo peggio. Pensavo che come tutti, anche tu alla lunga ti fossi stufato di me, delle mie paranoie, delle mie lune storte, pensavo che anche tu avessi trovato un culo più bello del mio da guardare (che poi neanche lo so se l’hai mai guardato, il mio culo).

E mi dici che invece ero io che ero fredda e scostante. Fredda e scostante, Chi, io?! Forse sì, hai ragione, c’è stato un momento in cui strillavo all’universo: lasciatemi stare. Sono stata stanca, dolente, malmostosa: lasciatemi stare. Se l’ho fatto, però, è stato davvero preterintenzionale.

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trentatreesimo

e dopo il samba, il duetto Girasoli, incenso. Musica, ricordo. Spirito affine. Credula. Strenua. Collerica. Lunatica. Capelli corti. Occhi a mandorla e faccia da manga.… Leggi tutto »trentatreesimo