#livefromcuba

Cohiba

Se volessi raccontare il viaggio in due parole, i miei ricordi cubani si concentrerebbero attorno a due colori nitidi: il rosso ed il blu. Non riesco a sintetizzare altro, ogni volta che provo a raccontare ricomincio da qui e ricordo essenzialmente due cose: il socialismo ed il mare. E se il mare mi ha affascinata, accolta, avvinta e innamorata… il socialismo mi ha profondamente segnata e mi ha fatto pensare. In quindici giorni di itinerario neanche troppo selvatico ho messo insieme cose che ho letto, altre che ho sentito, musica che ho ascoltato, immagini che ricordo da bambina e tutto è diventato una gran chiara confusione in testa che ad una sola cosa mi fa pensare (come sempre, e come mi ha insegnato Zamagni): l’unica veramente possibile è la terza via.

Del rosso cubano non si vede più la violenza, quasi non si leggono nomi di vittime (tranne che nei mausolei e nei musei commemorativi della Baia dei Porci), non si immagina il sangue, lo sporco, la paura, lo spavento della guerriglia… del rosso cubano si vedono i bambini nelle scuole e le code fuori dai negozi di alimentari – quasi l’inizio e la fine dello stesso mondo.

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Rosa la Peluquera

  • AliceD. 

Playa Giròn, casa di Lydia y Julio – Dec 29, 19:50 (GMT -5)

Nel nostro viaggio organizzato per gli aspetti essenziali stiamo improvvisando quasi tutto, ma ci siamo portati via un sacco di buoni consigli, uno tra i quali la preziosissima dritta di Imma (una collega di Luigi): a Trinidad cercate Rosa la Peluquera.

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Fango, farfalle e cavalli

  • AliceD. 

Playa Giròn, casa di Lydia y Julio – Dec 28, 21:50 (GMT -5)

Nei tanti giorni di questo viaggio il tempo si è diluito al punto tale da diventare lungo e lento, quasi non pressante. E nelle poche cose che facciamo, lunghe e lente, non ne rimane per fare molto altro, fatico a pensare, a calcolare, a pianificare. So solo dove siamo, che ore sono, che è domenica. Il clima non aiuta: sono seduta su un lettino di legno nel patio della casa di Lydia e Julio, in maglietta, panzetta e leggings e mi pare decisamente strano tenere presente che è fine dicembre. 

È a Trinidad che il tempo ha ambiato il passo, ma io credo di averlo realizzato solo adesso. Il nostro secondo giorno lì, infatti, abbiamo fatto una escursione alle cascate nella Sierra, il terzo siamo andati a festeggiare il Natale in riva al mare a Playa Ancon. Ambedue i giorni abbiamo avuto un compagno di viaggio speciale, Anatoli (un fattore di Trinidad), che ci ha pazientemente guidato e accompagnato nelle due gite.

Nella Sierra ci siamo andati a cavallo (tecnicamente, i ragazzi a cavallo e Luigi ed io a piedi), al mare addirittura in calesse. 

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Trinidad, dìa seis

  • AliceD. 

Playa Giròn, casa di Lydia y Julio – Dec 26, 21:50 (GMT -5)

I tre giorni a Trinidad sono stati così densi da volar via, lasciando di sè una memoria intensa e disordinata.

La prima cosa che mi ricordo è la Canchanchara (sdrucciola, si legge con l’accento sulla a di chan) che ho provato la prima sera a cena al Bistro. Cocktail tipico di Trinidad: un terzo di ron blanco, un terzo di lime, un terzo di miele. Buonissima anche senza ghiaccio. Impossibile non fare il bis, complicato anche non fare il tris, per poi scoprire che non sembra ma picchia in testa! L’ho assaggiata in tutti i locali dove ci siamo fermati, la più buona è senza dubbio quella di Rosa Gonzales, ma questa è una storia che viene dopo.

La seconda cosa che mi ricordo è la Casa della Musica: tanto bella la musica dal vivo quanto agghiaccianti i turisti (e specialmente le donne). Il popolo cubano deve essersi adattato in fretta al turismo del nord del mondo, imparando ad invitare prima le donne e poi i ragazzi ad esibirsi sul palco, a suonare con loro, a ballare. Triste ma vero, lo fan con tutti. Sempre e comunque, trasformando l’esperienza che di per sè potrebbe essere spassosissima in un rituale sterile e ripetitivo (ma redditizio). 

Lunedì mattina (il 23) faceva un caldo tremendo. Dopo giorni di pioggia habaneri ci siamo ritrovati sotto una cappa di afa ed umidità conservate da una fitta coltre di nubi bianche. Bastava spuntasse un raggio di sole perché la temperatura sembrasse più alta di due o tre gradi, facendo colare copioso sudore dall’attaccatura dei capelli alle caviglie. È così che ho scoperto la vera natura dell’inverno caraibico: quando fa freddo ci sono venti gradi (e poi infatti di notte ti viene di tirare su il copriletto!). Da allora, salvo qualche acquazzone tropicale, il tempo non è cambiato (e fa un gran caldo).

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Le vacche sacre di Fidel

  • AliceD. 

Trinidad, Skyview hostal – Dec 22, 23:10 (GMT -5)

Finalmente cominciamo a capire: bisognava stare sei ore in viaggio con una coppia di cubani trentenni per costruire una percezione sensata di questa realtà così dissonante, e forse bisognava anche stare quattro giorni a camminare stupefatti, curiosi e talora disgustati nelle strade fangose e puzzolenti de La Habana, costantemente nelle mani degli habaneros e del loro sistema truffaldino di gestione dei turisti, per capire. Dicevo un paio d’ore fa a Luigi che se le cose che abbiamo capito oggi le avessimo sentite dire prima forse non le avremmo credute.

Dopo la lunga giornata da soli e il favoloso concerto irripetibile che si svolge ogni giorno, stamani ci siamo alzati presto, abbiamo richiamato le truppe all’ordine e siamo partiti da Calle Jovellar alla volta di Trinidad, trasportati da un chaffeur e dal suo minivan del Gobierno. Ernesto, il chaffeur, ci ha chiesto se fosse un problema che ci fosse anche sua moglie, così non faceva il viaggio da solo. Figurati se è un problema: du is megl che uan. Soprattutto per un viaggio di cinque ore con una sosta che ci sconsigliano di fare perché “a Santa Clara non c’è niente per i turisti”.

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La Habana, dìa cuatro

Trinidad, Skyview hostal – Dec 23, 19:50 (GMT -5)

La prima vittima di Montezuma è stato Paolo, alle cinque di mattina. A ruota Lorenzo, verso le otto, con meno dolori ma molta più drammaticità. Non sapremo mai cosa esattamente li abbia colpiti, in contemporanea, visto che nell’intera giornata precedente non avevano una sola cosa in comune nel pasto, ma tant’è: inginocchiati dalla maledizione degli europei in America Latina, si sono rassegnati a rimanere a casa, con Diego che si è gentilmente offerto di *fare da schiavetto* (cit.), o che forse semplicemente non aveva alcuna voglia di camminare ancora per questa città tremenda.

Luigi ed io ci siamo ritrovati improvvisamente soli e, con circospezione (ed un po’ di preoccupazione), ci siamo avventurati lungo il Malecòn alla volta dell’ex palazzo presidenziale ora trasformato nel celebre Museo de la Revoluciòn.

La Lonely Planet dice che sul Malecòn si può ammirare una visione romantica e realistica della città e si possono incontrare gli habaneros nella loro umanità più vera. Mah. Io più che altro ci ho visto sporco, palazzi diroccati, persone che cercavano di convincerci a fare un giro in carrozza o un tour guidato della città, qualche bar fatiscente che pare l’ingresso di una sagra di paese, onde dell’oceano infrangersi rumorose e spettacolari (ma infotograbili) contro la roccia.

Finalmente, però, una camminata vera (mi sta venendo una panza da paura). 

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Castelli, missili e rivoluzione

  • AliceD. 

La Habana, Terrazzas de Jovellar – Dec, 21 – 19.20 (GMT -5)

La Habana ed i suoi abitanti continuano a lasciarmi basita: in questo mondo la visita guidata ad un luogo si paga con un biglietto aggiuntivo in pesos convertibles (CUC) che vale circa un terzo del biglietto normale, alla fine del percorso la guida chiede comunque una mancia. In questo mondo Fidel e Che sono venerati come semidivinità ma il peso del Gobierno si sente come la puzza di smog vicino al tubo di scappamento di una vecchia Cadillac. In questo mondo grandi anziani si aggirano per El Prado vendendo giornali. Ridendo dico a Paolo: dai, almeno questo non è di Lotta Comunista.  Poi però devo ricredermi: oggi ho scoperto che il giornale si chiama “Granma”, che per chi non lo sapesse è il nome della imbarcazione con cui Fidel, Che, Cienfuegos e gli altri sono partiti dal Messico per tornare a liberare Cuba dal regime di Batista e della mafia statunitense. Alla lettera, adesso, Granma è il titolo dell’organo ufficiale di stampa del comitato centrale del partito comunista di Cuba. Pinga.

La Habana deve essere stata una città splendida, anche se di aspetto squisitamente coloniale. Del suo antico splendore è però rimasta solo una pallida memoria, che si immagina dietro il velo di smog che offusca la vista. La città è ancora piena di colori, nascosti dietro lo sporco che la divora da dentro, ma due terzi degli edifici sono sventrati, quasi ci fosse stato un bombardamento, e solo una piccola frazione di quelli della Vieja è stata ristrutturata grazie alla grande opera de la Oficina del Historiador.

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Mojito e Daiquiri

  • AliceD. 

La Habana, Terrazzas de Jovellar – Dec, 19 – 22.05 (GMT -5)

Oggi il tempo è stato più clemente durante il giorno: pioggia scrosciante sia al risveglio sia ora che si va a cena, ma nelle ore di veglia e vagabondaggio ha piovigginato, e per fortuna poco, di gocce fitte e sottili senza vento.

È così che abbiamo preso un taxi, dopo la nostra colazione cubana (per cui chiediamo più frutta e meno maiale), e ci siamo fatti portare vicino alla cattedrale, a La Habana Vieja. Ora, si potrebbe spendere un post solo a raccontare uno dei nostri transfer in taxi, in cinque più il tassista su queste auto king size dei primi anni ‘50 americani. Tre dietro e tre davanti, ovviamente senza cintura, su veicoli senza servosterzo col volante gigante e freni un po’ provati dal tempo… le curve van prese larghe, molto larghe. E le buche vanno evitate con lo slalom. E le persone che camminano in mezzo o attraversano la strada? Avvisate col clacson del nostro passaggio. Però suona sempre della gran musica, sul taxi. Stamattina siamo arrivati alla città vecchia col tassista che batteva sul volante il tempo di un reggaeton con le unghie lunghe come una strega del bosco.

Dopo aver camminato per ore attraverso l’abbandono stridente de La Habana Centro, la città vecchia sembra un giocattolo per turisti: un dedalo di stradine fitte piene pienissime di gente. Donne in abiti tradizionali colorati, uomini anziani in giacca e cappello, bancherelle di bamboline nere, cappelli del Che e calamite. Palazzi ristrutturati (si fa per dire),  negozi di vario genere, tantissimi colori, musica in strada dalle orchestre nei locali.

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La Habana, día uno

  • AliceD. 

La Habana, Terrazzas de Jovellar – Dec, 19 – 18.01 (GMT -5)

La desolazione habanera è pari solo alla quantità di colori in cui lo sguardo rimane intrappolato dovunque ci si giri. Questa città è lurida al punto da sembrare spaventosa, fatiscente e stralunata, povera, rumorosa e lenta. Le prime ore le ho trascorse a guardarmi intorno con diffidenza e stupore, con le orecchie imbottite dalla parlata stretta e concitata del tassista e del nostro ospite, le gambe stanche dal viaggio, la fame intensa del volo quasi a digiuno e lo sbalzo del fuso orario.

Questa città è talmente sporca da essere allucinante, ma di notte sembra si possa camminare per strada senza alcun pericolo. La salsa e la rumba si insinuano nelle orecchie come le grida dei venditori ambulanti e la risata sonora e insolente di certe donne. Al fetore di smog e basura (rifiuti) ci si abitua in fretta, come a schivare le cacche di cane sul marciapiede e i taxi senza freni in mezzo alla strada.

Il primo viaggio in taxi è sul carro particular di un habanero fierissimo della sua Buick del 1951, primo segno del fatto che il tempo qui si è fermato con la rivoluzione e sembra non poter ricominciare a scorrere. Oltre ai dettagli tecnici della provenienza e del motore della sua macchina, ci ha spiegato la numerazione delle targhe, la architettura residenziale filo sovietica degli anni ‘70, la pioggia che va e viene (invece rimane), lo strapotere normale del Gobierno. Ed è solo l’inizio. Perché tutte, ma proprio tutte, le persone che abbiamo incontrato ci hanno raccontato un pezzo della cultura e della società di questo paese, come se fosse la cosa più normale del mondo. Parlano di Fidel, di quello stronzo di Trump, del cibo razionato, della religione afrocubana e della salsa. Ci portano di qua e di là sperando di racimolare qualcosa, ci insegnano il loro modo di vivere e anche quello di ridere.

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