Xīn nián kuaì lè

Shanghai, Fraser Residence – Feb, 4 – 18.20 (GMT +8)

Chiedetelo al mio braccialetto wearable quanto ho dormito. Alle 3.39 della notte scorsa ho pallato gli occhi al soffitto e sono rimasta a rigirarmi nel letto come un pollo allo spiedo, svegliando ripetutamente Luigi che dormiva della grossa, fino alle 6 circa, quando mi sono addormentata (ed il principe si è svegliato definitivamente). Alle nove ero in piedi e adesso, stranamente, mi sembra tutto ok, un po’ come ieri. Chissà se prendo il giro del fuso quando devo girare anche l’orologio.

Baciati dalla fortuna (ma ancora?!), oggi siamo stati benedetti da una giornata di sole, di quelle perfette per andare a visitare il Yùyuán Garden, dopo aver schivato un migliaio di autoctoni che affollava strenuo il bazar del maiale gonfiabile. Abbiamo anche una foto del maiale col sole, adesso!

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Shangai, Old Town

Shanghai, Fraser Residence – Feb, 3 – 19.15 (GMT +8)

Luigi dice che il nostro è stato un arrivo miracoloso: aereo cinquanta minuti in anticipo, controllo passaporti (con rilascio permanente di dato biometrico di dieci dita) risolto in una ventina di minuti, bagaglio ritirato tra i primi, trasbordo al residence senza una riga (per questo non è una colonna) di traffico. Io non lo so, se è un miracolo. L’avevo detto che oggi (o era ieri?) è una giornata fortunata.

A guardarla dalla macchina, Shangai più che una città sembra un alveare. Ma un alveare che comincia molto, ma molto, ma molto prima dei famosissimi grattacieli e cavatappi che si vedono nelle foto.

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In volo tra Milano e Shangai (2)

In volo – Feb, 3 –  Zulu Time Unknown

Come temevo, non ho dormito un cazzo.

O meglio, ho dormito più o meno dalle dieci e mezza alle due del nuovo fuso, su questa enorme nave del cielo, tra parole (urlate) incomprensibili e un paio di bambini assatanati qualche fila più indietro.

Sono le 03:29 – Shangai Time (GMT +8), mancano poco meno di due ore all’atterraggio.

Ho riprovato a dormire diverse volte, risolto una decina di sudoku… ma non c’è verso, sono sveglia. E poi qui ci son le luci accese e le assistenti di volo che sferragliano con carrelli pieni di cibo di cui non è il caso che io provi il sapore.

Però… sono al secondo bicchiere di tè. La mia vicina mi ha rassicurata: questo puoi berlo, è tè vero, è cinese. Ed io mi sono calata nel personaggio. Magari la mia ipotesi si avvera e torno a casa disintossicata, dopo aver trascorso una settimana a bere tè bianco!

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In volo tra Milano e Shangai (1)

Zulu Time Unknown

 

Non so bene che ore siano qui (siamo da qualche parte tra Mosca e gli Urali), ma sull’aereo è buio.

Il Mac, il mio orologio e l’iPhone dicono che sono le 21:48 – Shangai Time …

Dal guado

Amo il profiling perchè somiglia alla magia. Quella magia che fa suonare la musica giusta nel giorno giusto ed il puzzle ha improvvisamente una forma che si fa intuire… quel momento in cui tornano su le parti belle e non ci sono mai stati i conati di vomito… quella magia che quadra i conti del cerchio ed eleva ciascuno a se stesso, compreso lo zero.

Oggi è un giorno così, che sembra un miracolo. E non è magia, è solo un perfetto insieme di vita e profiling – perché se ci pensa la vita… anche iMusic si adegua.

E’ qualche giorno che mi sveglio così ma l’ho capito solo oggi, mentre camminavo ascoltando ‘scelti per te’ di iMusic. Giusto per capirci, così poi uno può smettere di leggere, è capitato che oggi pomeriggio l’algoritmo genetico che apprende i miei gusti musicali (ignorando il jazz) abbia indovinato il mio stato d’animo ed anche il giro del mondo in ottanta giorni che sta facendo la mia anima in poche ore nel riassaporare  tutta la storia della mia vita. Proprio come se fossi in mezzo al guado del prossimo gradino evolutivo (azz, che fatica) e ci volesse proprio questa roba per capire bene cosa sia.

 

Stella del mattino —  Ludovico Einaudi

Cambia-menti  —  Vasco Rossi

Hai un momento, Dio?  — Ligabue

Ho imparato a sognare  —  Negrita

Chiara  — RATS

Born to run  — Bruce Springsteen

The fly  —  U2

All you need is love  —  The Beatles

La locomotiva  — Modena City Ramblers (Francesco, perdonami!)

Io sto bene  — CCCP

Overdose (d’amore)  — Zucchero

Cara  — Lucio Dalla

Ridere di te  —  Paolo Vallesi

Ricomincio da qui  — Malika Ayane

Cosa sarà  — Lucio Dalla e Francesco De Gregori

Profumo  — Gianna Nannini

In bicicletta  —  Riccardo Cocciante

Innamorarsi ancora  —  Stadio

I treni a vapore  — Fiorella Mannoia

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Dell’efficienza e della felicità (allitterazione)

Stasera –  credetemi se ve lo dico: per la prima volta – ho compreso il significato del concetto di efficienza applicato alla vita.

Non l’ho intuito… è qualche tempo che mi gira nella pancia. Non l’ho capito e basta, sono una economista, cresciuta a pane senza glutine ed efficienza. L’ho compreso. Direttamente dalla sua radice etimologica, letteralmente. Quasi un ceffone, qualche minuto fa. Un ceffone abbastanza forte da dirmi che è meglio se lo scrivo.

Non vi nascondo che la domanda che si affaccia neanche tanto prudentemente al mio pensiero è: ma sei scema? Ma quanti anni hai buttato?

Mi rispondo con sincera accettazione, magari non proprio leggera ma quella è l’intenzione, che quei tanti anni li ho già buttati, efficienza o non, quindi posso tralasciare il moto (efficientista) di capire cosa ho sbagliato per non reiterare un comportamento inefficiente. Tanto non funziona più (meno male).

C’è qualcosa di fantastico (e molto benefico) in questa sensazione: niente di quello che è sempre stato perfettamente funzionale ed incredibilmente veloce funziona, in questo momento. Niente. Come se quel produttivo meccanismo istantaneo che ha funzionato quotidianamente per i precedenti otto lustri si fosse piantato, in un attimo, esattamente come una sessione di Windows che chiede un riavvio. Già, perchè anche quelli come me si piantano e necessitano di riavvio sì. Succede anche ai Mac. Raramente, ma sovviene.

Citando Harry ti presento Sally: “Non capita! eh, ma se capita? Non capita! Lo so, ma se capita?”

Ecco, se capita?

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Casomai – make heaven out of hell

Titolo questo post come uno dei miei film preferiti e la sua perfetta colonna sonora.

Titolo questo post ricordando l’attimo in cui la canzone suona, ricordandomi perfettamente cosa ho sentito mentre guardavo il film, la prima volta, al cinema.

La metafora dei pattinatori, la linea sottile tra baciare e mangiare, i passi sul crinale, le lezioni della vita, la presunzione degli umani e la schietta onestà del tempo che passa: tutto si riassume in un attimo e assume un senso perfetto, quasi composto, come se quasi avesse senso questo insieme di storie lunghe e difficili e talora dolorose che chiamiamo vita. Ed è impressionante, per un attimo, fermarsi a guardarla.

Guardarla con il distacco ed il mezzo sorriso di uno yogi, con le mani ed i polmoni aperti, con la consapevolezza di un vecchio e lo stupore di un bambino, con la curiosità dell’uomo del terzo millennio ed il corpo dei primi sapiens sapiens. Impressiona, già, ma soprattuto aiuta ad orientarsi.

Figuratevi che cercavo una colonna sonora per scrivere qualche riga sul perché ‘il diavolo vesta Chiara’ e sulle indiscutibili soddisfazioni che mi sto regalando professionalmente… ho tamponato una playlist mai vista che mi ha ricordato una persona che non gradisco e poi eccola lì: heaven out of hell, il pezzo portante della colonna sonora di ‘casomai’, forse quasi il mio film preferito.

E’ così che mi trovo qui, in questo spazio virtuale che chiamo casa, ad enucleare riflessioni che non ho chiare ed emozioni che sento forti, pensando a tutti quegli ‘avrei dovuto’ che posso finalmente mandare con serenità a quel paese.

Oggi è la giornata in cui, non so perché, le canzoni tornano alla mia release 1.0 e mi ricordano che qualcosa aveva senso, e forse è quello che mi ha portato qui oggi. Aveva senso allora, sembrava smarrito poi, forse si ricostituisce. Che poi vuol dire che oggi è il giorno su cui ti viene da vomitare per tutto il resto. E il resto è tanto e fa schifo. Ci sono poche cose con cui si riesce a fare pace, dopo, sia affettivamente che professionalmente. Forse sono giornate così che arrivano, proprio per aiutarci a fare spazio alle cose buone ed eliminare le tossine.

Temo di essere ancora piena di tossine ed è questo che il mio povero corpo bastonato cerca di dirmi. Troppe tossine.

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mi prudono le mani (senza maiuscole)

non è perchè stanno facendo il mercato del pesce… li abbiamo votati noi.

non è perchè si fanno i fatti loro… li abbiamo votati noi.

non è neanche perchè mi stanno antipatici… in un contesto democratico hanno diritto di pensarla diversamente.

è che prendono per il culo chi non ha gli strumenti per analizzare gli argomenti, per questo mi prudono le mani.

la demagogia è la compagna del dispotismo travestita da missionaria.

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Ricomincio da me, dovunque io sia (stata)

Ricomincio da qui, già, non da una effimera illusione, per parafrasare Malika Ayane.

Ricomincio da qui anche se non ci capisco niente, nè di quello che mi sta succedendo né di quello che mi è successo.

Qui è scrivere: il momento, lo spazio e l’atto del qui ed ora, che io evidentemente non riesco diversamente a praticare. Qui è anche il Malbec che sto per aprire, la materializzazione di questa storia che non so dove comincia e non so come finisce: amica, nemica, solidale e bastarda nella sua azione, la bottiglia. Quella che non finirei, che non finirò, o che non mi perdonerò di aver finito.  Come la sigaretta, in fondo. Che però, con la felicità, se n’è andata. E allora sarà così, che con la pienezza se ne andrà anche la bottiglia. Mi rimarrà il buon vino. E l’organetto della Bontempi (senza la canzone).

Vado avanti. Torno indietro.

Il gatto mi miagola sulla schiena perchè mi sente inquieta.

Non so di che colore volevo le unghie, ma stranamente oggi le volevo di nuovo lunghe. Non riesco a vestirmi, non riesco a spogliarmi. Non riesco a spiegare, perchè io questa storia la racconterei, se la sapessi. Invece non la so, la vivo. E non immagino cosa sognerò stanotte né di che umore mi sveglierò domattina.

So solo che:

  1. non ci capisco un cazzo
  2. ho bisogno di scrivere
  3. andassero a quel paese quelli che mi dicono che scrivere di sé espone a grandi rischi, io ho bisogno di scrivere. qui ed ora.

Ieri pomeriggio, fuori dalla mia aula preferita, ho incontrato una signora cieca lungo la via del 24 (il tram). Mi ha chiesto dove fosse la metropolitana. Le ho teso il braccio e abbiamo camminato fino a Crocetta. Trecento metri al massimo.

I colleghi, a diverso titolo, che erano con me, mi hanno detto ‘brava’. E io non ho capito.

Ma non era normale essere solidali?

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Presente e *Futura*

Mi suona nelle orecchie Lucio, da giorni, come ogni 4 marzo da sei anni, forse perchè mi manca tanto. O forse perchè lui ne sapeva davvero una più del diavolo.

Non è tanto il vuoto che ci ha lasciato, andandosene, quanto il pieno di emozione che c’è nell’aria quando suona una sua canzone, addirittura anche senza la sua voce. Un pieno che è così pieno che a me viene sempre da piangere, di commozione.

Mi manca Lucio e pensavo che non avrebbe più cantato, invece Ron si è presentato a tradimento sul palco dell’Ariston a cantare ‘Almeno pensami’ e io mi sono ricordata di tutto, sono sicura di avere capito, e adesso sono più piena e sono meno stanca.

Sono più piena, perchè ho scelto una vita diversa, che mi dicono essere tutta in salita, e se chiudo gli occhi e annuso l’aria, sento che è la mia e che non potrei averne una migliore.

Sono meno stanca perchè la felicità non ha bisogno di supporti che la reggano.

Aleggia.

Solleva.

Quasi quasi, secondo me, alla lunga, fa dimagrire.

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