Chiara

Chiara mi chiamo e chiara sono, nata di un giovedì assolato, alle quindici e quaranta ora legale, l’otto settembre millenovecentosettantasette a Venezia.

Nasco in un giorno di cambiamento, che dice di responsabilità e scelta, in un anno di rivoluzione e violenza, sul frammento di un’isola fragile ed antica, immersa nell’acqua. Trentacinque anni dopo una strega bianca mi ha raccontato che vengo da Atlantide, il che in effetti spiegherebbe tante cose.

Insomma, nasco così, in un attimo che è già difficile da definire per sua stessa natura ontologica: storicamente impegnativo, geograficamente  particolare, astrologicamente articolato. E negli anni divento la perfetta immagine del frattale generato da quel momento irripetibile che vivono solo i miei gemelli non di sangue.

Vivo a Venezia fino a 9 anni, tra l’isola e la *terraferma* e ci cambio tre case. Poi la quarta, però a Milano, perché mio padre viene spedito dal Petrolchimico di Marghera all’Enichem di San Donato: ‘il futuro è lì, andiamoci!’

E così incomincio a scrivere racconti e lettere ai miei piccoli amici lontani: la Giorgia e Silvio. Trent’anni di cuore lasciati in terraferma dalla grande metropoli tentacolare. E così imparo subito ad adattarmi a cambiare. Cambiare casa, cambiare occhiali, cambiare modo di vivere. Scegliere, correggere, imparare.

Mi diplomo al liceo classico: a Milano, al Berchet. Nientemeno. Mi diplomo brillantemente vivendo la vita di una adolescente bruttina e insicura, che forse diventa bella e nemmeno se ne accorge, passando le mie giornate e le mie estati a leggere libri, passare i compiti e fare senza fatica la prima della classe, così da imparare subito ad essere invisa ai più ed anche un po’ socialmente emarginata. Provateci un po’ ad arrivare in quarta ginnasio alti un metro e trentaquattro centimetri.

Poi cambio, tanto sono abituata. Un’altra casa nuova, cresco quasi quaranta centimetri, mi dipingo due ciuffi di capelli di biondo e vado a fare l’università. E mi laureo col benedetto massimo dei voti in Discipline Economiche e Sociali alla dannata Bocconi. Perché? Perché filosofia sarebbe stata inutile, lettere troppo facile, ingegneria troppo uguale a mio padre. Allora vado a fare la teorica saccente dell’economia più raffinata.

In quegli anni scrivevo, scrivevo sempre. Lettere, sulla carta. A chi amavo, a chi mi faceva arrabbiare. Scrivevo perché non sapevo comunicare in un altro modo. Nicola, il mio primo grande amore, mi ha costretta ad imparare a parlare, mio malgrado. Ma quanto gli ho scritto… peccato aver bruciato tutte quelle lettere per troppa intemperanza.

Adesso scrivo perché mi diverto.

Mi chiamo Chiara, sono una bocconiana e nella vita professionale mi occupo di consulenza in pianificazione e organizzazione aziendale. Dicono di me che sono nata per governare e risolvere problemi.

Ci sorridono tutti, quando lo dico: una non può essere una bocconiana e una scrittrice. E invece sì. Ma Chi, io?!

Prima di oggi son stata, per un decennio, il capo dello staff di un gruppo di PMI del milanese (e in quegli anni mi sono divertita un sacco ad inventare e annoiata da morire a controllare); ho partecipato ad un progetto di ricerca che riguardava l’organizzazione aziendale con alcuni docenti della Bocconi, cui è seguita una pubblicazione su una rivista scientifica (forse, la mia più grande soddisfazione prima del Guscio e del mio progetto gioiello su SAP).

Volevo fare il ricercatore e il docente universitario, poi, chissà perché, ho cambiato strada. Son finita a fare il grande capo dell’impresa di famiglia, così, per mettere a posto un *paio di cosette*. Poi son finita a fare lo stesso lavoro per tante aziende, una dietro l’altra. Forse se sto ferma mi annoio, o forse, semplicemente, non ho trovato il mio posto.

Scrivo da sempre, ma solo per lettori singoli. Gli amici, gli amori. Ho scritto così tante lettere d’amore che potrei pubblicarne una raccolta (peccato che non son Neruda).

Poi ho fatto crack, cambiato vita, cambiato strada. Sposa troppo giovane, scopro a trentun anni, nel mezzo degli anni di Cristo, che mi sono clamorosamente sbagliata. Che faccio, spacco tutto? Sì? No? E le conseguenze?

Pensa alla felicità, bambina. Solo quella conta. Quella è l’unica vera *conseguenza*.

Ascolta le parole sagge che ti ha detto quello che allora chiamavi *marito*: ‘ricomincia a scrivere!’

Ricomincio a fumare, ricomincio a uscire, prendo la mia forma di donna volitiva, eclettica, felina, intemperante e teorica e ricomincio a scrivere. Cambio altre tre case.

Dall’estate del 2009 tengo un blog in cui pubblico racconti o più semplicemente scrivo emozioni.

Si chiama Fuoridalguscio perché è nato quando, ferita dalle sue stesse schegge, ne sono uscita, con infinita fatica e dolore. Per me, adesso, si chiama solo il Guscio. Il mio spazio protetto e vitale dove sono Chi sono e non mi importa niente se non siete d’accordo.
Chi mi vuol bene, talora, mi chiama Chi, adesso. Me lo sono tatuato sulla prima vertebra, il mio Chi, e me lo tengo strettissimo.

Google Analytics e WordPress dicono che il Guscio ha più di cinquecento lettori, io ne conosco (o ne riconosco) molti meno della metà. Però qualcuno che non conosco, talora, mi scrive, perché si è ritrovato nelle mie parole. In fondo cosa abbiamo, di più bello, delle parole, noi che fatichiamo tutto al giorno sotto al sole? (Qo 1,2-3). L’amore. Che si dice con le parole. E si fa, anche, con le parole. Chiedetelo un po’ a Jovanotti.

Avevo anche scritto un lungo racconto, mi dicono immaturo per fare il libro vero.

Scrivo per lavoro, dagli articoli scientifici ai pareri professionali.

Scrivo perché è il modo migliore che conosco per comunicare.

Scrivo per passione e perché mi diverto da impazzire.

Scrivo, soprattutto, perché amo leggere.

Ho trentasette anni, un appartamento in affitto a Segrate che ho chiamato Ground Zero, il luogo della ricostruzione, e un altro sul mare che sta al Quartiere Azzurro, a Genova, dove invece costruisco un nuovo modo di lavorare.

Faccio un un lavoro difficile che mi diverte molto; vivo con un gatto col nome di un musicista e un paio di migliaia di libri sparsi; ho pochi amici davvero speciali, neanche un euro sul conto corrente e un sogno nel cassetto.

Ecco, questa sono io. Mi chiamo Chiara, siedo per terra, taccio e, qualche volta, piano, come il mio personaggio preferito *Alice*, sorrido.

E questa che vedete sono io.

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Grazie a Paolo Carlo Lunni, per le splendide foto!

1 commento su “Chiara”

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