Diari della locomotiva

Epifania, 2017

Un giorno singolarissimo, oggi.

Credo di aver fatto bene a non disfare l’albero di Natale e lasciarlo a fare luce, perchè i Re Magi pare abbiano trovato la strada per arrivare e lasciare i loro doni. Sono doni dalla forma singolare, in effetti. Liquida e calda come certi lacrimoni incontenibili ma preziosissimi, io credo.

Un giorno lunghissimo, oggi.

Un giorno di quelli miei, in cui faccio un sacco di cose e ne sento di più, che poi mi fanno male, male, male. Male allo stomaco, male ai polmoni, male alle dita.

La lista infinita dei miei non avrei dovuto e dei miei non so che fare mi ha divorata non appena ho smesso di fare qualcosa. Un attimo di panico. Una decisione istantanea: salgo in bici.

Faceva un freddo boia fuori, nonostante il sole, e non è che Segrate-San Donato sia la più suggestiva delle strade da percorrere, però lì c’era una famiglia a non aspettarmi (sorpresa), il freddo aiuta a pensare, pedalare tira fuori un po’ di endorfine.

Beh, in cima al ponte sulla Rivoltana la catena della bici è uscita dalla sua ghiera. In condizioni recenti mi sarei arresa e sarei tornata a casa, a piedi, con la coda tra le gambe, il corpo congelato e la frustrazione a diecimila giri.

Poi mi sono ricordata di me.

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Goodbye Ground Zero

La musica si è spenta?

Non del tutto.

Il mio Mac non è dentro uno scatolone, posso ascoltare Lorenzo, Ludovico, Lucio ed ogni altra voce che mi accompagni in questa lunga, strana, notte che viene.

L’ultima notte che trascorro a Ground Zero come la prima.

Intorno, una parete verde e una libreria bianca, tutta vuota. Neanche uno dei miei bicchieri né una goccia di rhum; non ci sono i vasi coi sassi, non ci sono i fiori sul terrazzo. Però c’è Chopin che dorme sul divano, la musica che suona (bassa), la finestra aperta, un aereo che decolla nelle orecchie all’orizzonte.

Millesettecentoquarantuno giorni: quattro anni, nove mesi e qualche spicciolo di accoglienza, solidità, disordine e ricerca.

Goodbye Ground Zero, luogo della ricostruzione.

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Ci son vite che capitano e vite da capitano

Questa esperienza mi lascia addosso il sorriso dell’energia, gli occhi che piangono ma hanno voce, lo sguardo della curiosità sincera, il peso dell’assenza di solidarietà.

Questa esperienza mi dice che la gestione dell’eccedenza non è un problema che ho io sola. Sei troppo, vuoi troppo, occuperesti troppi spazi… nessuno di questi troppo ha una accezione negativa. Questa esperienza mi dice che io sarò ancora così, tra quarant’anni. Che la vita è fatta di incontri e di conversazioni, di scambio di emozione. Questa esperienza mi ricorda che io scelgo di condividere con chi vive l’emozione con la spalancata sincerità di dare, rischiare, accogliere, apprendere.

Questa esperienza mi insegna che pochi sono i curiosi, pochi sono i coraggiosi, pochi gli avventurieri, meno ancora i pionieri.

Questa esperienza mi consegna la certezza che avevo già: sono uno dei pochi e non sono sola.

Voglio stare insieme ai miei simili.

Uno lo conosco, lo voglio accanto a me, tanto a proteggermi quanto a farsi sostenere.

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flusso di coscienza da capitani coraggiosi

Ho cercato un altro album su Apple Music, stavolta però lo volevo da tanto tempo: mi son bastati il titolo, gli interpreti, il desiderio di andare lo scorso settembre al concerto a Roma. Niente concerto, in effetti: però mi son concessa il lusso di un desiderio, allora e poi ieri.

I miei desideri nella maggior parte dei casi non si realizzano, ma la musica, per dio, quella non mi viene mai a mancare e mi permette di lasciare che gli eventi del tempo e quelli senza tempo si sovrappongano, che i sogni e i ricordi si mescolino in un gomitolo, che gli errori diventino lezioni, che i rischi si trasformino in opportunità oppure in nitide reazioni di autoprotezione.

L’album ha trentasei canzoni, io le so tutte a memoria. Quelle buone per me, di questi tempi, sono sette. Quelle sette che penso basti ascoltare per sapere come sto, cosa sento, di cosa sono fatta: acciaio, cristallo e sogni. Chi mi ama dovrebbe aver capire tutto solo dalla playlist.

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A pochi minuti dal solstizio d’inverno

Mi affaccio al solstizio d’inverno con *Niente da capire* in cuffia e la favola della piccola fiammiferaia sul comodino.

Ho preso un colpo di freddo, dico io. Sto buttando fuori cose, dice mia madre. Sta di fatto che ho un terribile raffreddore e mi metterei il piumone sulle spalle ma non riesco a non tenere i piedi nudi. Non riesco tanto bene nemmeno a fare i conti, ma come ad ogni semaforo guardo un attimo indietro, per poter spendere come si deve i giorni che verranno, col cuore pieno e la testa sgombra.

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un Buddha ed un messaggio,tra la vista ed il cuscino

Mezzanotte e ventiquattro minuti, due giorni all’equinozio d’autunno.

Entro in casa e trovo due regali dalla vita. Ciascuno dei quali ha un peso incalcolabile, quello delle piccole cose.

Quelle che fan la differenza.

Visualizzo un messaggio inatteso, da una donna che riconosco ma non conosco, che accoglie la mia umanità nella sua. Impensabile, vero: ancora una volta mi accade che una donna che non ho mai visto in faccia e che mi dovrebbe intendere come nemica abbracci la mia natura e la riconosca.

Poi varco la soglia e trovo delle parole sghembe scritte con fatica ineffabile su un foglio di carta.

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Memorie dalla terrazza sul lago

La valigia era grande abbastanza da trasportare tutto, anche se ci ho messo dentro più cose da lasciare qui che da riportare a casa.

Tra i sorrisi dei miei nipoti e le chiacchiere intense di Federica ho lasciato le seccature e le ansie di anni di lavoro troppo lunghi per non pesare. E ho smesso di sognare reingegnerizzazioni impossibili e persone fragili ed instabili.

Sulla terrazza di questo albergo ho lasciato l’angoscia del futuro.

Sono arrivata, mi son seduta, ho capito che mi aspettava la grazia.

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la mia canzone

niente succede per caso.

lo so.

ed interpretare la sincronicità è come leggere l’ermetismo.

è una curva, tutta in piega.

ci vuole concentrazione sulle alte frequenze, ci vuole intuito. e ci vuole l’infinita capacità di accettare che non possiamo comprendere tutto.

e allora, forse, ci vuole il coraggio di credere che la funzione di una sequenza esatta di errori tendente ad infinito sia asintotica ad una vita perfettamente incandescente.

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strada facendo

Pare che sia di nuovo venerdì.

Pare che io sia ancora stanchissima.

Pare che non ci fossero, nemmeno oggi, braccia forti a sollevarmi.

Pare che io non sia Montalbano e che non ci fosse una cena di pesce pronta in frigo preparata dalla fedele Adelina.

Pare che i miei occhi asiatici siano diventati due fessure e che io abbia la voce rotta dal nervoso, dalla frustrazione, dall’impotenza e dalla fatica.

Pare. Già.

Ma forse non è vero.

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il cecchino e la locomotiva

Sbuffa di nuovo energico vapore, potente e romantica, la locomotiva a vapore: ce n’è di strada lasciata indietro da recuperare rapidamente. Non so se avesse smarrito un po’ di smalto o solo aspettasse l’ennesimo snodo di binari, ma ha ricominciato a correre sola sulle tortuose anse di un lungo percorso accidentato e spassoso.

Sbuffa, e mentre passa osserva il cecchino, seduto sull’orlo di un dirupo con lo sguardo fisso nel cielo nero, che medita sul prossimo colpo da sferrare.

Quattro giorni infiniti, una curva da fare tutta in piega, un momento di concentrazione, uno di collera, uno di frustrazione. E poi di colpo eccoli qui: il motore tuona e l’occhio sottile punta lo sguardo sull’obiettivo, come se non fosse mai passato un attimo dalla prima volta.

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