Le straordinarie avventure di Chopin

  • Wonder 

C’è un personaggio della mia vita che cito spesso e di cui non scrivo mai, probabilmente perchè è una parte così profonda ed ancestrale di me da sembrare scontata. Può un personaggio essere l’autore?

Eccome se può.

Può esserlo così intensamente da finire costantemente rappresentato, fosse anche fuori fuoco o di sfuggita, comparsa immancabile e precisamente necessaria che interpreta una presenza stabile, come lo sfondo del cielo quando si fotografa il mare.

C’è.

Chopin, il mio gatto. Il mio pezzo di cuore. Il mio migliore amico. L’altra parte di me.

Mi ricordo precisamente quando è nato: 31 gennaio 2003. Viaggiavo sulla Yaris da Saronno a Milano, tornando da una mezza giornata mediamente orribile di lavoro in KPMG (revisione) e cercavo di guadagnare casa dei miei genitori per traslocare: “Oggi pomeriggio vado a vivere da sola” (cioè, con Matteo a dire la verità, ma il senso è lo stesso). Matteo mi ha chiamata e mi ha detto: volevo dirti che è nato Chopin.

Potrei non dimenticarmi mai del mio ex marito solo per questo ineffabile particolare: è stato lui a dirmi che è nato Chopin.

Me lo aveva promesso mio fratello: “se te ne vai di casa ti regalo un gatto”. Avevo deciso di chiamarlo Chopin e che sarebbe stato vivace, bianco e nero, e musicista. (Il fatto che non abbia niente di nero attesta che sono umana).

Non so esattamente il ruolo di mio fratello, ma un bel sabato di Marzo del duemilatre i miei compagni di università si sono presentati nella stamberga in via Ruggero di Lauria, complice Matteo, con un trasportino grigio e blu che conteneva un microbo di gatto bianco, pelosissimo e abbastanza diffidente, che si è imboscato sotto il divano dopo un secondo e non si è più mosso finché non se ne sono andati tutti, dopo essere stati salvati da Francesca dalla torta del Mulino Bianco scaduta.

Che fosse una bestia rara si è capito quasi subito: mordeva tutti, stava sempre nascosto, ma poi saliva sulla mia spalla sinistra sul letto e si appallottolava come un gomitolo di felicità. Con me. Già. Con me. Il mio piccolo, incredibile, migliore amico (peloso). Andava d’accordo solo con Angela e con la nonna Pina (forse un po’ anche con Matteo, ma non ce lo ricordiamo bene né io né lui). E correva, e dormiva, e giocava. E cercava di uscire dalla finestra ed andare sul balcone (di una casa di ringhiera, argh). E poi si abbracciava alla papera di peluche, Bulmina, già, quella della prima generazione (che come le altre nove ha fatto una pessima fine).

E’ rimasto sempre così com’era da piccolo: riservato, selettivo, insubordinato, coccolone (a tratti). Aggressivo, diffidente, lunatico, inappetente. Ispirato, comprensivo, curatore. Presente. Ecco una definizione piena: participio presente.

Chopin, nelle sue fantastiche avventure, è sempre stato presente. Mai un secondo mi ha lasciata sola.

Io mi sento un po’ complice della vicenda e talora uso il nos maiestatis, ma se guardo il mondo dal suo punto di vista sono semplicemente l’amica umana che lo ha accompagnato in qualche posto e si è lasciata dormire addosso quando faceva freddo.

Siamo andati a Castione della Presolana a farci pungere la zampa sinistra da un’ape. Poi abbiamo imparato a bere l’acqua dal lavandino e fare pipì nel bidet. Abbiamo aggredito sconosciuti, giocato con lo zio Lucio, fatto il primo trasloco in via Di Vittorio a San Donato e cercato di distruggere tutti i mobili nuovi. Abbiamo fatto il vola vola con lo zio Claudio, giocato con Ana Maria, annusato curiosamente “quelli buoni” che entravano in casa (perchè se arrivano “quelli cattivi” ce ne siamo andati e basta).

Chopin ha imparato e smesso di fare le fusa con la stessa velocità, per decidere sempiternamente quando degnarne un po’ il suo interlocutore. E poi ha impostato il suo miagolio basso, da tenore, fastidioso come una sveglia alle quattro e mezza di mattina: io sono qui e adesso tu mi darai retta.

Chopin è il re dei traslochi: abbiamo cambiato sei case e non ha mancato mai di far presente dove stesse bene e dove meno (tipo che la mansardina monzese meritava la distruzione e Ground Zero è luogo divino). Si è adattato ad ogni luogo come un bravo sovrano intelligente: mettetelo a posto come mi serve e lasciatemi la mia papera gialla in giro per casa.

Chopin è venuto con me in tutti i posti dove ho potuto portarlo: a Montefiore, alle Cinque Terre, a Lecco (purtroppo), a “la casa rossa” a Imperia, al Quartiere Azzurro a Genova (ogni settimana per qualche giorno per un anno), a Numana, sul Gran Sasso, a Montechiaro. Il posto che gli è piaciuto di più, senza dubbio, è Ground Zero, col terrazzo esposto a sud sommerso di sole e le piante da mangiare che una volta non facevano vomitare, oltre al giardino di Lumana a Numana che è la reggia della felicità, del peccato, della fuga (ed anche del vomito).

E poi ha amato, odiato, morso e lasciato pelo su tutte le persone a cui mi sono legata, facendomi capire in pochi secondi “chi è ok e chi non è ok”. Non sempre l’ho ascoltato, ma sono capace di ammettere che ha sempre avuto ragione, morsi alle dita dei piedi compresi.

Sono l’amica umana di un gatto che tra meno di due settimane compie diciassette anni.

Sono fortunata perchè in questo momento è seduto ad un metro da me, sul piedistallo del tiragraffi, e mi sta guardando chiedendomi perchè io abbia le lacrime agli occhi, sfigatta che non sono altro. Mi guarda fiero, altero e supponente, come se fossi una cretina qualunque che gli da da mangiare un cibo che non vuole più. Lo sa anche lui che è vecchio e che questa storia è un casino, ma non si arrende. O spero che sia così.

Non bastano le case, le relazioni, gli incarichi, i calci in culo e le delusioni a raccontare quante cose abbiamo attraversato, insieme, il mostro peloso ed io. Non bastano, e possono spaventare chiunque chi abbia un rilassata vita mediocre ed inconsapevole, ma non spiegano la vecchiaia e la morte, che si affacciano senza preavviso ed entrano senza invito distruggendo tutti gli equilibri.

Chopin sta bene, i funghi medicinali lo aiutano a convivere con l’insufficienza renale e con l’età. Però dorme, non ha tanta voglia di saltare e mangia poco, anzi, se sono onesta, pochissimo. Mi gira intorno, stasera, per ricordarmi che è il padrone di casa. Lo guardo e penso che vorrei che non morisse mai. Perchè tra un amico che perdo e un amico che avrò, lui è senza dubbio il migliore che ho avuto.

Vorrei saper dire di più, raccontare di più.Vorrei usare più parole, più poesia, più alchimia musicale, ma non mi viene. Sarà che il personaggio che è parte dell’attore ama il tango e Ludovico Einaudi, che è timoroso ed ansioso quasi quanto è aggressivo, che ama solo gli esseri umani grandi. Sarà che siamo stati abbracciati così tanto, in questa vita, che sento il battito del suo cuore quando è seduto sul mio anche se non c’è.

Chopin ha sopportato le sigarette e odiato la musica latina, ascoltato il jazz e rifiutato il cibo spazzatura. Chopin ha abbracciato l’ashtanga yoga ed è scappato nella capsula davanti alle persone sgradevoli, ha accolto certi vicini e ne ha respinti altri. Chopin ha amato Imperia e odiato le Cinque Terre e si è ripresentato miagolante alla porta dopo ogni (non tanti, eh?) viaggi lunghi che ho fatto. Ha corso sul muro mentre mi dicevano di un concordato preventivo, ha spaccato tutto quello che trovava quando mi sono separata e siamo andati a vivere a Monza.

Mi ha detto, ogni volta che ha voluto: “questo posto non mi piace”, “questa persona non fa per te”, “sei troppo stressata e ti trovo irritante”.

Mi ha morsa, graffiata, aggredita.

E poi mi si è seduto accanto ogni volta che ho avuto mal di testa, che mi sono sentita triste, debole o malata, che qualcuno mi ha fatto male (sìsì, alla faccia della grammatica).

Non lo so se siano davvero fantastiche le sue avventure, ma è così che me le rappresento, visto che le abbiamo trascorse insieme.

Non un momento, mai, mi ha lasciata sola, e considerando la merda che è passata nei tubi, concorderete con me nell’essergli infinitamente grata. Dei lavori, delle case, dei compagni di strada, di quanti soldi avremmo dovuto guadagnare e non. Dei sedicenti amici, di quelli che ci credono, delle opportunità. Delle notti insonni, delle preoccupazioni, dei lutti. Dei dolori, delle passioni malriposte, degli insuccessi. Degli errori che ho fatto e che non mi hanno perdonato, ma facciamo finta di sì. Delle persone che ci hanno dimenticato finché non hanno avuto nuovamente bisogno.

Ma soprattutto… della pappa buona che riusciamo a permetterci da diciassette anni, perchè mangiamo solo tonno biologico e conta più il cibo della benzina per andare a lavorare. Del coraggio che abbiamo avuto a fottercene di chi diceva che avrei dovuto rinunciare a vivere con un gatto o a credere in quel concetto di indomita libertà che è pienamente felino.

Del fatto che anche gli allergici ci vogliono bene (grazie Lorenzo!).

Dei funghi medicinali da cui siamo stati salvati dopo esser quasi morti quest’estate (grazie Annamaria!).

Non che si possano mettere diciassette anni in un post, ma Chopin c’è sempre stato e questo fa la differenza. Mentre lo scrivo penso alla espressione del viso di Lucianino Canova quando si è trovato Platone nelle braccia e si chiedeva cosa sarebbe stato.

Non che io mi senta molto sana di mente a dire che il mio più grande amico è un gatto, ma si vede che non sono sana di mente.

Mi ricordo la voce di mio padre quest’estate, mentre piangevo al telefono spaventata per il ricovero del mostro peloso: “ci sta figlia mia, hai ragione di piangere, Chopin è il tuo migliore amico”.

Il mio migliore amico. Già. Che mi ha insegnato a sognare, visto che non sono una gabbiana e quindi non volo.

Le straordinarie avventure del gatto Chopin probabilmente sono tutte qui, ma per me sono la rappresentazione dell’universo. Lo spazio che può esser occupato da un affetto. La magia della presenza di un altro essere, davvero, accanto.

Davvero, accanto.

Che morda, faccia le fusa, o sia semplicemente andato a dormire nella sua capsula.

Sperando che torni a farsi abbracciare, almeno per qualche altro giorno.

E’ per questo, e grazie alle straordinarie avventure di Chopin, il gatto più bello del mondo, che vi auguro di amare e di poter essere riamati altrettanto.

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