Cohiba

Se volessi raccontare il viaggio in due parole, i miei ricordi cubani si concentrerebbero attorno a due colori nitidi: il rosso ed il blu. Non riesco a sintetizzare altro, ogni volta che provo a raccontare ricomincio da qui e ricordo essenzialmente due cose: il socialismo ed il mare. E se il mare mi ha affascinata, accolta, avvinta e innamorata… il socialismo mi ha profondamente segnata e mi ha fatto pensare. In quindici giorni di itinerario neanche troppo selvatico ho messo insieme cose che ho letto, altre che ho sentito, musica che ho ascoltato, immagini che ricordo da bambina e tutto è diventato una gran chiara confusione in testa che ad una sola cosa mi fa pensare (come sempre, e come mi ha insegnato Zamagni): l’unica veramente possibile è la terza via.

Del rosso cubano non si vede più la violenza, quasi non si leggono nomi di vittime (tranne che nei mausolei e nei musei commemorativi della Baia dei Porci), non si immagina il sangue, lo sporco, la paura, lo spavento della guerriglia… del rosso cubano si vedono i bambini nelle scuole e le code fuori dai negozi di alimentari – quasi l’inizio e la fine dello stesso mondo.

Del rosso cubano si vede, di primo acchito, la capillare limitazione della libertà individuale, l’impossibilità di scegliere, l’inconcepibilità dell’opzione multipla. A guardare un po’ di più, poco dopo, si vede anche l’assenza di povertà estrema, una sottile dignità condivisa e strutturale, la potenzialità di ogni singolo di esprimere un parere (che poi però rimane inespresso o sotteso).

A guardarla da lontano Cuba sembra, tutta insieme, un’isola a cui è stata insieme regalata e negata la libertà (non saprei dir bene in che palindromo ordine dei fatti), che ha e si priva dell’opportunità di scegliere una terza via di economia capace di gestire e redistribuire il reddito, e questo fatto fa prudere le mani, io credo quasi inevitabilmente (mi disinteresso del parere di Salvini e della Meloni).

Qui il mio pensiero corre sui visi di quei compagni di università che mi hanno insegnato a trasformare l’eredità educativa in pensiero politico, Francesco, Leonardo, Michele, Pietro, integralisti, invasati, probabilmente nemmeno consapevoli di quel che stavano esattamente dicendo, a diciannove anni e figli di benestanti, chi più chi meno. Eravamo tutti così, che si leggeva Paco Ignacio Taibo II e via col credo facile.

Cazzo però, quando lo vedi davvero (magari loro molto prima di me).

Cazzo, però, quando vedi la Sierra, le foto dei bambini gonfi di fame, i palazzi dei coloni a Trinidad. Cazzo, però, quando leggi il testo della riforma agraria; quando osservi gli effetti di milioni di persone alfabetizzate in un anno e mezzo e capisci che nessuno, ma proprio nessuno, ha più avuto fame.

Cazzo però, poi, quando ti chiedi dove vadano adesso i soldi dei turisti di Varadero e dei tanti Cayos a cinque stelle.

Cazzo però, poi, quando stai ferma, zitta ed in piedi, davanti al loculo dove ci sono i resti del Che e poi guardi il manifesto lì fuori (Fue una estrella quien te puso aqui y te hizo de este pueblo).

E’ così che di Cuba mi è rimasto addosso il rosso, negli occhi e nel sangue.

Logica inevitabile conseguenza della mia educazione e cultura di sinistra e della musica che mi ha catturata quando troppe cose non potevo capire da onesta figlia di benestanti. Si riassume tutto in quattro minuti ascoltando Daniele Silvestri (Cohiba, 1996).

In quel rosso c’è tutto. Comincia dalla genesi della rivoluzione e quindi da fame, povertà ed ingiustizia, per passare dalla disperazione che porta alla guerriglia. Si declina sulle dolorosissime sconfitte e morti (penso ai sopravvissuti del Granma) per evolvere nelle piccole eclatanti vittorie (come il treno di Santa Clara). Esplode nella bellezza della redistribuzione della ricchezza (e della conoscenza) e poi si schianta, vergognosamente, su morti più inspiegabili che eroiche e su una piega politica che sembra aver perso il collegamento con l’economia.

In quel rosso c’è la stella ed anche la punta del sigaro acceso, c’è la violenza, c’è la speranza, c’è il brillare della idea che non può morire, ma c’è anche il tradimento.

Di Cuba mi porto addosso il rosso che ho sempre avuto intuito e adesso non me lo levo più, e si vede in quella foto con mio padre: lui col mio cappello e col mio sigaro, io con le perle. Ciascuno di noi due che crede ancora, ognuno a suo modo, che si possa fare un mondo migliore e si possa rinunciare a molto per starci tutti.

Di Cuba mi porto addosso la faccia di Che Guevara nella foto prima di partire per la Bolivia, l’ultima pagina del suo diario, l’espressione del viso delle persone che dicono il suo nome, i cartelli per strada, i bambini coi piedi nudi nel fango, i medici che devono fare due lavori, le vacche sacre, il descansador di Fidel nella baia dei Porci.

Non ho capito né mai capirò come una idea così grande, finalmente realizzata, possa essere stata così profondamente tradita. Però penso, forse stupidamente, che si possa fare e rifare, magari anche senza violenza, per trasformare il mondo in uno migliore, e me ne vado a dormire pensando che mi piacerebbe che Che Guevara potesse leggere Hans Rösling e le statistiche della Banca Mondiale, che dicono che nel 2017 Cuba era un paese di livello 2.. Sono convinta che, da medico a medico, si strizzerebbero l’occhio.

*C’è, tra le nuvole di un sigaro, la voce di uno zingaro che un giorno di gennaio gridò.

C’è, se vai ben oltre l’apparenza, un’impossibile coerenza, che vorrei tu ricordassi almeno un po’.

C’era un uomo troppo spesso solo, e ora resta solo un viso che milioni di bandiere guidò e che diceva

“Venceremos adelante o victoria o muerte”.*

1 commento su “Cohiba”

  1. Colpita, commossa e appassionata alle parole che esprimono nitidamente un pezzo di storia.
    Storia però che non ho visto nè nei cuori nè negli occhi della cubanità che ho incontrato e vissuto.
    Sarebbe bello che questa tua straordinaria capacità di percepire cuba sia, anche per un briciolo, trasmessa anche da loro ….
    Come sempre è stupendo leggerti.

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