Trinidad, dìa seis

  • AliceD. 

Playa Giròn, casa di Lydia y Julio – Dec 26, 21:50 (GMT -5)

I tre giorni a Trinidad sono stati così densi da volar via, lasciando di sè una memoria intensa e disordinata.

La prima cosa che mi ricordo è la Canchanchara (sdrucciola, si legge con l’accento sulla a di chan) che ho provato la prima sera a cena al Bistro. Cocktail tipico di Trinidad: un terzo di ron blanco, un terzo di lime, un terzo di miele. Buonissima anche senza ghiaccio. Impossibile non fare il bis, complicato anche non fare il tris, per poi scoprire che non sembra ma picchia in testa! L’ho assaggiata in tutti i locali dove ci siamo fermati, la più buona è senza dubbio quella di Rosa Gonzales, ma questa è una storia che viene dopo.

La seconda cosa che mi ricordo è la Casa della Musica: tanto bella la musica dal vivo quanto agghiaccianti i turisti (e specialmente le donne). Il popolo cubano deve essersi adattato in fretta al turismo del nord del mondo, imparando ad invitare prima le donne e poi i ragazzi ad esibirsi sul palco, a suonare con loro, a ballare. Triste ma vero, lo fan con tutti. Sempre e comunque, trasformando l’esperienza che di per sè potrebbe essere spassosissima in un rituale sterile e ripetitivo (ma redditizio). 

Lunedì mattina (il 23) faceva un caldo tremendo. Dopo giorni di pioggia habaneri ci siamo ritrovati sotto una cappa di afa ed umidità conservate da una fitta coltre di nubi bianche. Bastava spuntasse un raggio di sole perché la temperatura sembrasse più alta di due o tre gradi, facendo colare copioso sudore dall’attaccatura dei capelli alle caviglie. È così che ho scoperto la vera natura dell’inverno caraibico: quando fa freddo ci sono venti gradi (e poi infatti di notte ti viene di tirare su il copriletto!). Da allora, salvo qualche acquazzone tropicale, il tempo non è cambiato (e fa un gran caldo).

Trinidad è in effetti molto bella. È una città coloniale, piena di palazzi europeggianti di tanti e diversi colori, la maggior parte dei quali mantenuti nel loro tenore (e nella loro bellezza) originari. Ovviamente solo in centro. Ci sono negozietti, mercatini di souvenir, ristoranti, persone per strada che invitano a prendere un bicitaxi o a fare una escursione al mare o nella Sierra circostante, ma sono molto più discreti e meno aggressivi che a La Habana. È piccolissima, si gira a piedi in poco tempo, avendo scarpe adatte (o pazienza) per percorrere strade di ciottoli di un paio di secoli fa, in salita e in discesa. Unica vera pecca: acqua che scorre in mezzo alla strada in alcune calli. Luigi dice che è come in Messico: tubi rotti da qualche parte che nessuno ripara. Non ne abbiamo prove certe, ma fino a ieri sera l’acqua continuava a scorrere e noi a guadare per attraversare la strada. 

A Trinidad quasi non ci sono auto. La maggior parte degli spostamenti si fanno a cavallo o col carro (trainato dal cavallo). E tutti i cavalli che trainano le carrozze hanno un sacchetto appeso per raccogliere lo sterco ed evitare che sporchi la strada (in centro). Non ci sono gatti (che vuol dire che non ci sono topi) e i pochi cani che sono in giro sembrano molto puliti, come se qui esistesse una forma di cultura antirandagismo.

Fuori dal centro, invece, è tutta un’altra storia. Ed è fuori dal centro che ci manda da Lonely Planet nell’itinerario “Trinidad da fotografare”. Un altro bel ceffone di realtà. Non ci sono mura, non ci sono cerchie, non ci sono circonvallazioni che separano il dentro dal fuori, il centro dalla periferia. Ci sono metri di strada, negozi e locali che si diradano, persone in strada a cincischiare che aumentano di numero ed improvvisamente i cavalli perdono i loro sacchetti e bisogna cominciare a fare lo slalom tra i ciottoli e lo sterco. Le case non sono ristrutturate nè ridipinte, ma rimangono colorate. I ragazzini camminano a piedi nudi per strada anche sui rivoli d’acqua fangosi, le porte delle case sono aperte e si riesce a scorgere all’interno che ci sono ambienti bui, persone che siedono alla ricerca un po’ di frescura, pochi mobili. Un carnicero sulla strada espone un intero costato di maiale appeso alla finestra di pietra della sua tenda e non c’è coda. Non si vedono i cartelli deprimenti de La Habana, nè del razionamento nè di propaganda politica governativa, ma la povertà non sembra diversa. C’è solo meno sporco e lo smog è sostituito dalla puzza infestante della cacca di cavallo (che mi è rimasta tatuata nelle narici fino a ieri).

C’è una piazza con tre croci di ferro in cui fanno bella mostra di sè, tra le mosche, un altro carnicero e dei dissuasori di passaggio a motore con il logo dell’Unesco (eh sì, perché Trinidad è stata dichiarata patrimonio della umanità nel 2008). Questo è quello che la Lonely Planet ci consigliava di andare a fotografare… la povertà che da estrema passa a povertà e basta. Però pare esserci più armonia, forse più coerenza, apparentemente più dignità che a La Habana e sicuramente una differenza meno sconcertante tra la parte turistica del centro città è il resto del mondo.

Finiamo il nostro giro cercando ristoro nel ristorante più rinomato della città (La Redacciòn, consigliatissimo) giusto in tempo per scampare un acquazzone ben assestato, e poi ce ne torniamo piano piano verso lo Skyview Hostal, già che si son fatte le quattro del pomeriggio, il sole ha ricominciato a battere e c’è la giornata di domani da organizzare.

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