La Habana, día uno

  • AliceD. 

La Habana, Terrazzas de Jovellar – Dec, 19 – 18.01 (GMT -5)

La desolazione habanera è pari solo alla quantità di colori in cui lo sguardo rimane intrappolato dovunque ci si giri. Questa città è lurida al punto da sembrare spaventosa, fatiscente e stralunata, povera, rumorosa e lenta. Le prime ore le ho trascorse a guardarmi intorno con diffidenza e stupore, con le orecchie imbottite dalla parlata stretta e concitata del tassista e del nostro ospite, le gambe stanche dal viaggio, la fame intensa del volo quasi a digiuno e lo sbalzo del fuso orario.

Questa città è talmente sporca da essere allucinante, ma di notte sembra si possa camminare per strada senza alcun pericolo. La salsa e la rumba si insinuano nelle orecchie come le grida dei venditori ambulanti e la risata sonora e insolente di certe donne. Al fetore di smog e basura (rifiuti) ci si abitua in fretta, come a schivare le cacche di cane sul marciapiede e i taxi senza freni in mezzo alla strada.

Il primo viaggio in taxi è sul carro particular di un habanero fierissimo della sua Buick del 1951, primo segno del fatto che il tempo qui si è fermato con la rivoluzione e sembra non poter ricominciare a scorrere. Oltre ai dettagli tecnici della provenienza e del motore della sua macchina, ci ha spiegato la numerazione delle targhe, la architettura residenziale filo sovietica degli anni ‘70, la pioggia che va e viene (invece rimane), lo strapotere normale del Gobierno. Ed è solo l’inizio. Perché tutte, ma proprio tutte, le persone che abbiamo incontrato ci hanno raccontato un pezzo della cultura e della società di questo paese, come se fosse la cosa più normale del mondo. Parlano di Fidel, di quello stronzo di Trump, del cibo razionato, della religione afrocubana e della salsa. Ci portano di qua e di là sperando di racimolare qualcosa, ci insegnano il loro modo di vivere e anche quello di ridere.

E sembrano non patire noia, fame, puzza o scarsa igiene, tra questi palazzi che cadono a pezzi e queste strade piene di buche e di rifiuti.

Rösling dice che i dati della Banca Mondiale e del IMF dicono che Cuba è a livello 2 di reddito e con una elevata aspettativa di vita, ma viene difficile crederlo guardandosi intorno.

La pioggia non ci aiuta, scroscia incessante da ieri mattina. Tropicale, spessa e fittissima. Tanto che metà del primo giorno la passiamo fradici tra il locale dove suonava Compay Segundo e una caverna nel Callejon del Hamel. Negron cubano analcolico, poi rum, caffè e un Cohiba. Alè. Si vede che è così che si prende il giro.

Troviamo un posto accogliente dove mangiare e poi, graziati da una pausa del diluvio, passeggiamo lungo il Malecòn habanero guardando l’oceano. 

La guida dice che è una passeggiata poetica, io la trovo tremendamente deprimente: non c’è un palazzo in piedi, tranne l’ultimo prima del Prado, che ovviamente è un albergo di lusso. Le pareti sono scrostate, fatiscenti, le finestre e le porte murate o ripiene di spazzatura, persone camminano ciondolando lungo la via o siedono immobili aspettando indefinitamente qualcosa che non si capisce. Il cielo è grigio, l’aria è umida, il Morro laggiù sembra lontanissimo.

Allora giriamo, prima di arrivare a La Habana Vieja e ci ritroviamo sbalzati a El Prado, tra alberghi di lusso, locali, orchestre su strada. Anziani del posto che ci parlano e si fanno fotografare (poi scopriremo che si vendono come aborigeni), turisti che si aggirano per il viale come noi, una casa ristrutturata, una casa che cade a pezzi neanche fosse stata distrutta dalle bombe. Una grande piazza, l’albero più antico della città, il teatro nazionale, il Capitolio con la sua cupola d’oro ed il diamante rubato da quel figlio di puttana di Batisra, la fabbrica dei sigari Partagàs e per finire il Barrio Chino: l’unico quartiere cinese al mondo senza cinesi.

La passeggiata di ieri pomeriggio si snoda tra gente in strada in ogni dove che sembra bighellonare lentamente e senza meta, in mezzo a macchine di ogni colore e tempo (la maggior parte di origine statunitense e della metà del secolo scorso, espropriate ai latifondisti dal governo rivoluzionario e messe a disposizione del pueblo – oggi anche dei pochi privati che possono acquistarle). 

Fa impressione la coda fuori dai rarissimi negozi di alimentari per la razione, la tessera su cui viene annotato il cibo distribuito e la composizione del nucleo famigliare, la differenza tra i productos normados e i productos liberados. 

Fa impressione la scarsità di generi di cose e di oggetti sugli scaffali. Fa impressione l’assenza di vetrine, di farmacie, di luci. Fa impressione il fatto che esista un solo tipo di dentifricio.

Del giorno uno a La Habana mi porto a casa il fascino ancestrale di questa società che sembra saper sopravvivere a qualunque cosa e che non mendica e non si lamenta, celebra il Che e Fidel come se fossero ancora qui e conserva uno strato di tristezza nell’ombra dello sguardo, figlia consapevole della strutturale limitazione di libertà derivata dall’imposizione dell’uguaglianza ottenebrata dal potere.

Mi piacciono, questi habaneros, ma faccio davvero fatica a capire la situazione.

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