Dell’efficienza e della felicità (allitterazione)

Stasera –  credetemi se ve lo dico: per la prima volta – ho compreso il significato del concetto di efficienza applicato alla vita.

Non l’ho intuito… è qualche tempo che mi gira nella pancia. Non l’ho capito e basta, sono una economista, cresciuta a pane senza glutine ed efficienza. L’ho compreso. Direttamente dalla sua radice etimologica, letteralmente. Quasi un ceffone, qualche minuto fa. Un ceffone abbastanza forte da dirmi che è meglio se lo scrivo.

Non vi nascondo che la domanda che si affaccia neanche tanto prudentemente al mio pensiero è: ma sei scema? Ma quanti anni hai buttato?

Mi rispondo con sincera accettazione, magari non proprio leggera ma quella è l’intenzione, che quei tanti anni li ho già buttati, efficienza o non, quindi posso tralasciare il moto (efficientista) di capire cosa ho sbagliato per non reiterare un comportamento inefficiente. Tanto non funziona più (meno male).

C’è qualcosa di fantastico (e molto benefico) in questa sensazione: niente di quello che è sempre stato perfettamente funzionale ed incredibilmente veloce funziona, in questo momento. Niente. Come se quel produttivo meccanismo istantaneo che ha funzionato quotidianamente per i precedenti otto lustri si fosse piantato, in un attimo, esattamente come una sessione di Windows che chiede un riavvio. Già, perchè anche quelli come me si piantano e necessitano di riavvio sì. Succede anche ai Mac. Raramente, ma sovviene.

Citando Harry ti presento Sally: “Non capita! eh, ma se capita? Non capita! Lo so, ma se capita?”

Ecco, se capita?

Se capita… nella mia vita… senza che io la scelga suona ‘Santa Maria del Buon Ayre’, l’icona perfetta (per me), espressione dell’equilibrio irregolare e pur perfetto del tango elettronico e dell’amore sensuale.

E se capita… nella mia vita… un mercoledì sera qualunque si scoperchia il vaso di Pandora, ma tutto è molto sereno intorno, forse perchè sono anni che, senza saperlo, mi preparo alla tempesta.

Già, perchè io dell’efficienza non ne posso più.

Sono stanca di dormire poco perchè le macchine non dormono. Sono stanca di non sbagliare perchè le macchine non sbagliano.  Sono stanca di non saper dire di ‘no’, ‘non sono capace’,’non mi piace’, semplicemente… ‘non mi va’. Sono stanca di non poter dire ‘vado in vacanza’. Sono stanca di non saper dire ‘se non mi capite, non mi interessa cosa mi state dicendo’.

Gli umani normali lo fanno, io no. Io sono stata progettata come una macchina perfetta che è capace di accontentare tutti, perchè se no non merita attenzione. Sono cresciuta con la ferma convinzione che nessuno mi amerà se non faccio quello che vuole. Poi un giorno ho scoperto che non ti amano anche se fai quello che vogliono, che l’unica cosa che cambia è che sei tu che non ami te stesso, che è ben più grave considerando la convivenza forzata tra me stessa e me stessa. Uno ti ama perchè ti ama e non perché tu fai quello che l’altro aspetta o desidera.

Gli amici si perdono, le relazioni amorose bruciano in un nonnulla per ragioni che non sono a nostro pannaggio, i genitori non si spiegano, i figli si allontanano e l’amore, l’amore che è l’unica profonda energia della vita… scopri che non dipende in alcun modo dal tuo agire o dalla tua volontà. Non possiamo costringere nessuno ad amarci, neanche se siamo ineccepibili secondo tutti i paradigmi occidentali ed efficientisti della perfezione.

Mi spacco il culo da quarant’anni per essere la migliore, quella che sa risolvere zero alla zero in quinta elementare, e non ho mai finito di migliorare. Hai fatto cento? Proviamo mille. Cerco di digerire la polpetta velenosa di un vicino dissimile che mi disprezza e sono colpita da noncuranza (e disprezzo). Mi ammazzo di fatica e non produco alcuna forma di miglioramento strutturale. Mi sforzo di adattarmi ad un modello di amore dissimile dal mio e finisco esecrata sul bordo di un marciapiede neanche fossi una zoccola (topo femmina) di dubbia moralità.

Del tipo, adesso che vado in giro dicendo che è tutto ok… sono partita lunedì mattina alle sei, ho trasvolato l’Italia, ho erogato sedici ore di formazione in piedi e nei ritagli di tempo lavorato, ho seguito la faticosa dieta che è richiesta alla e dalla mia salute, sono tornata a casa ieri sera alle undici e mezza e ho sistemato casa perchè fosse tutto a posto (Luigi è in Cina), lavatrice, lavastoviglie e cena per domani, ho ritirato la cassetta di Cortilia e cucinato la verdura e…? E cosa? Niente, un cazzo. Non cambia niente. Nessuno si accorge della differenza, neanche chi mi ha insegnato che essere meno che perfetta significava non meritare amore.

Queso è il punto il cui tutto prende una luce diversa: ma che cazzo sto facendo?

E che meraviglia passare venti minuti a chattare col mio ‘nonfiglio’ maggiore, non chiedendomi se mi ascolterà ma ascoltando il suono delle sue emozioni. Venti minuti che non ‘producono’ niente e sono tutti per me!

Ecco cosa ho capito stasera. Se l’efficienza è il prezzo di mercato della felicità, io sto volentieri fuori dalle regole della concorrenza.

In realtà non ne potevo più neanche nel 1996, quando studiavo microeconomia sul Katz & Rosen e leggevo tutti gli aforismi all’inizio dei capitoli, come se avessero molto da dire alla ‘futura classe di economisti’ come ci chiamava il prof. Filippini. Nel capitolo che ci spiegava l’apoteosi dell’economia classica e la regola fondamentale della concorrenza, Katz & Rosen ci regalava una briciola di saggezza (e tristezza) che ricordo di aver sottolineato, evidenziato e lacrimato, ricordando il mio primo amore:

I took one draught of life
I’ll tell you what I paid
Precisely an existence
The market price, they said.”

E. Dickinson  (1862) J1725

Studiavo il concetto di prezzo di mercato e questo era il messaggio profondo che non è arrivato, mai prima di adesso, al mio secondo cervello: ti costerà la vita cercare di fare il prezzo.

Come mi sia sfuggito, con tanti studi e conoscenze e letture e amici ed intelligenza, il concetto di nicchia…. mi è oscuro. E non me ne frega niente, ormai. Avrei potuto scegliere la nicchia, ma non l’ho fatto (saputo, voluto, sentito, capito, compreso, esperito). Probabilmente ho anche sbagliato e fatto un sacco di danni (nello schema della razionalità perfetta), ma adesso cosa cambia ripensare a quanto ho già (efficientemente) riprocessato un centinaio di volte senza che una sola variabile cambiasse nell’equazione?

Non so come fosse configurata quella nicchia, so come è il nido che sto costruendo: poco perfetto, molto felice. Questo sistema non è efficiente, funziona! Produce errori. Genera disordine. Inibisce alcune fondamentali funzioni di controllo. Però, mannaggia, funziona. E infatti lo digerisco (aka rutto), anche se talora faccio un po’ di fatica.

Vale la pena, credo, di rifletterci: possiamo essere occidentali e Zen (quindi felici). Basta scegliere l’essenza e non l’efficienza, senza nemmeno rinunciare del tutto alla nostra amata, fottuta, forma estetica. Mi fa un po’ ridere e un po’ mi vergogno, socia onoraria del club di quelli che hanno apprezzato Gabbani, però porca miseria… comunque vada penta rei, la scimmia è nuda, balla, però, se cade, si rialza. Per questo pratico Ashtanga Yoga. Per imparare a stare, Io, nel flusso.

Mi riesce, da occidentale. So che nelle mie grandi doti naturali c’è quella di saper cercare la felicità, alla faccia dell’ottimo paretiano.

In effetti… ci ho scritto una tesi di laurea sopra, è che l’ho ‘compreso’ stasera.

E mi sento profondamente serena, coi piedi sotto il tavolo e le dita sulla tastiera. Qui ed ora schiaccio ‘pubblica’, per il resto insciallah.

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