Le leggi del desiderio, riflettute

Ho visto un film oggi pomeriggio. Ci ho pensato cinque minuti prima di farlo: ci son quei film che volevo andare al cinema e non ho visto che mi fanno sempre impressione.

E perché non l’hai visto? Perché non avevo nessuno con cui andarci.
E’ uscito due giorni dopo Lorenzo 2015 CC. Non un momento a caso. Non un regalo che sia arrivato: del resto, bambina, vivi da sola e da sola l’hai deciso.
Ho visto il trailer il 5 gennaio 2015, quando ho trascinato lo Skywalker a vedere la storia della macchina di Turing ed ho proclamato: voglio vedere questo film.
Non che abbia cercato qualcuno con cui andare a vederlo: solo Sara condivide con me certo cinema italiano, e troppe poche volte siamo riuscite a farlo.
Non che ci fosse qualcuno con cui andare a vederlo, non che io sia una che va al cinema da sola.
Oggi pomeriggio mi son detta: ti guardi ‘Le leggi del desiderio’ di Muccino da sola?
Ma sì, che sarà mai?

In fondo è Silvio, non Gabriele.
Infatti.
Sono finita accartocciata sul divano piangendo come un vitello, dicendo a me stessa, in contemporanea, *quanto sei sfigata che piangi* e *fai bene, che piangi, bambina*.
Poi mi sono fermata a chiedermi perché piangessi, per non avere il coraggio di rispondermi.
Ma sì, prendilo così, questo fine settimana. In fondo è solo uno di tanti.
Sono così abituata che quasi quasi diventa normale.
Il problema sta nel fatto che se brutto diventa normale c’è qualcosa che non va.
Settantadue ore davanti al silenzio più sterminato, in cui devi bastare a te stesso, sempre e comunque, avere idee ed attivare azioni e reazioni per non morire d’inedia esistenziale.
Ho parlato con Sara, non son riuscita a dirle niente di niente: non voglio sentire ancora quella compassione speranzosa. Non ce la faccio più. Le ho detto che mi ucciderà o che ci berremo una signora bottiglia, un giorno.
Ho riaperto il terrazzo, debellato le cavallette, curato ed annaffiato le gemme dei miei fiori, le ho guardate a lungo in silenzio.
Poi sono andata a cena, e meglio sarebbe stato rimanere a casa in silenzio.
Mi son svegliata con Facebook che mi ha ricordato uno dei pochissimi momenti stabili della mia vita, l’ultima volta che un attimo normale si poteva postare su un social network.
Eh già, perché ti svegli una domenica mattina e ti rendi conto che sono quattro anni che non puoi dire con chi stai dividendo un attimo di vita normalissimo.
Non bastano i miei arbusti, non bastano le gemme, nemmeno i petali della gerbera per compensare questo genere di assenza. Non bastano la luce del sole e la musica a bomba in macchina, non basta la bottiglia di prosecco, la casa in ordine, il caffè che borbotta, il gatto che dorme, il pensiero delle pareti da imbiancare questa estate, i tovaglioli colorati, un astice che mi aspetta per cena assieme alle verdure che io stessa ho saltato con amore.
La vita ha un altro senso.
Mi sento come il giovane Muccino nel suo ‘Le leggi del desiderio’.
Non come lei, no.
Io mi sento come lui. Stupendo, pieno di successo, di soddisfazioni, di idee.
Uno che guarda gli altri e dice ‘vai, tu puoi!’.
Costruito su una montagna di fatica, convinzioni, certezze interiori, pieno di falsità esteriori che gli consentono di essere quello che vuole a discapito di qualche frammento di intimità dolorante che si può trascurare, nel correre.
Vivo da anni seduta sulle mie più gradi doti: l’intelligenza, la vitalità, il coraggio, la forza, la positività. Vivo da anni sulla produttività, sull’energia, sul sorriso, sulla propensione al rischio.
Non mostro mai la bambina spaventata, la femmina triste, la donna sola. Vivo nella mia stessa cassa di risonanza, mi alimento della mia stessa energia e di quella che gira nell’universo intorno a me, non temo. Se temo, reagisco. Se soffro, trovo qualcosa da fare.
Muccino ce la fa, spacca tutto. Peccato che io ho già spaccato tutto, e l’ho fatto più di una volta.
Muccino ce la fa, io non lo so se ne ho la fortuna. Però ne avrei il coraggio.
Il film è pieno di dolore, di bugie, di fatica. Di esitazioni, di crocevia, di compromessi.
Come un ceffone, io risento l’eco di quella bellissima normalità di una voce famigliare sullo sfondo di un video scemo.
‘Le leggi del desiderio’ mi ricorda che sono esattamente quello che sono e che so cosa voglio. ‘Le leggi del desiderio’ mi insegna a continuare a ridere dei santoni e dei demagoghi, a continuare a credere che posso tutto quello che voglio, a continuare a praticare la fratellanza e la solidarietà come regole di una vita quotidiana fatta di decisioni microscopiche eppur significanti.
‘Le leggi del desiderio’, però, mi insegna anche ad accettare ed ammettere: non sono fiera di me, non della mia vita, non del mio futuro. Posso vivere una vita intera da splendida bambola intelligente piena di idee e di coraggio, posso vivere tutta una vita da guerriero maori, sì. Ma io ne voglio una da vivace, ingestibile e puntigliosa compagna, perché tanto per fare il raggio di sole quanto lo spicchio di luna ci vogliono un cielo ed un pianeta da abitare.
E allora torno indietro a quella intuizione che ho avuto lunedì sera mentre ascoltavo ‘Marzo’ e preparavo lo spada alla siciliana: ho ancora la forza, ma da sola non basterà mai.

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