Ci son vite che capitano e vite da capitano

Questa esperienza mi lascia addosso il sorriso dell’energia, gli occhi che piangono ma hanno voce, lo sguardo della curiosità sincera, il peso dell’assenza di solidarietà.

Questa esperienza mi dice che la gestione dell’eccedenza non è un problema che ho io sola. Sei troppo, vuoi troppo, occuperesti troppi spazi… nessuno di questi troppo ha una accezione negativa. Questa esperienza mi dice che io sarò ancora così, tra quarant’anni. Che la vita è fatta di incontri e di conversazioni, di scambio di emozione. Questa esperienza mi ricorda che io scelgo di condividere con chi vive l’emozione con la spalancata sincerità di dare, rischiare, accogliere, apprendere.

Questa esperienza mi insegna che pochi sono i curiosi, pochi sono i coraggiosi, pochi gli avventurieri, meno ancora i pionieri.

Questa esperienza mi consegna la certezza che avevo già: sono uno dei pochi e non sono sola.

Voglio stare insieme ai miei simili.

Uno lo conosco, lo voglio accanto a me, tanto a proteggermi quanto a farsi sostenere.

Sono una femmina, proteggo il nido ed i cuccioli, sostengo il cacciatore, garantisco l’evoluzione della specie per natura e costituzione. Tutto il resto sono stronzate.

Questa esperienza mi insegna che aveva ragione mio padre quando diceva che la devo piantare di mischiarmi con la plebe e tanto mi faceva incazzare. Aveva ragione lui.

Capisco, oggi, che volesse solo consegnarmi il messaggio profondo del Vangelo: dai a tutti, perché non sai chi può prendere, scegli con chi cum-dividere. Apri la vita, accogli nella casa, spezza il pane, versa il vino, sappi chi può capire, c’è chi ti tradirà ed ha ragione di farlo. Non centellinare, non essere ciò non sei pur di non stare sola.

Cammina a Sua immagine, sei qui per questo.

Ho capito, mio grande padre. Ho capito, mio Padre grande.

Oggi, ancora, ho capito il peso e l’occasione della croce.

Sono fierissima di portare la mia, pur piccolissima. Sono fiera di scegliere di bere da questo calice, anche se non lo voglio.

Questa esperienza è stata dolorosa. Dolorosissima. Per questo è stata utile.

Ho cercato, sono stata respinta.

Ho dato, non ho ricevuto.

Ho offerto, messo a disposizione, donato gratuitamente tutto quello che so, che è tanto, ma proprio tanto. Non mi sono sentita accolta, né ascoltata. Nessuno mi ha chiesto chi sono.

Mi sono sentita sola in un posto in cui mi hanno chiesto di spogliarmi nuda. Ho aderito, fino in fondo. Ho dato tutto quello che avevo, mi son sentita più di donare che di prendere, pregi e difetti assieme. Ho preso pugni, quando è andata bene. Indifferenza quando è andata così così. Sufficienza nella maggior parte dei casi.

Così ho capito perché pratico, senza predicare, la lezione della buona notizia, il Vangelo. Mio padre l’ha seminata quando ero piccolissima, la Buona Novella, così piccola che non avrei saputo difendermi: ha fatto sì che io diventassi un preziosissimo raro gioiello. Non mi ha imposto una regola, mi ha proposto una strada. Ho scelto la strada. Me stessa sono diventata. Dicendolo al contrario, come parla il maesto Yoda. Mi ci han preso per i fondelli, ne sono stata onorata.

Incompresa io, gioiello io.

Vai in mezzo agli altri, dai ciò che sei. Fai ciò che vorresti fosse fatto a te, anche quando ti crocifiggeranno.

Questo mi ha insegnato ad essere, mio padre. Io. Chiara. Chiarissima. Me.

Non mi hanno neanche crocifissa, perché non ero abbastanza pericolosa.

I chiodi li ho sentiti lo stesso.

Mi sono vista come sempre: vado a feste per cui non ho l’invito.

Mi sono opposta all’onda, ci ho messo la mia voce, mi è uscita la rabbia (quella più controllata sì, ma ho fatto piangere una persona a cui voglio bene). Non ho capito quelle vite, non le sopporto, le trovo grette, misere ed egoiste. Non ho capito perché qualcuno riceva apertura ed energia e risponda con pretese e recriminazioni anziché con attive risposte creative.

Ci ho provato, non è servito a niente.

Cazzo, è servito a me.

Mi son presa la mia croce, mi si è bloccata la spalla sinistra che portava un peso insostenibile. Me la sono portata a casa. Non ho pianto perché non mi sono sentita accolta: sono un guerriero, non mostro le mie debolezze a chi non può difenderle.

Adesso che ho pensato, ho pianto, ho vomitato ed è uscito solo un decimo di me perché son qui da sola e per quanto amore io riceva è vicino, ma non è prossimo, ecco adesso, io dico: ho capito. Ve lo dico con la musica, ieri ho scelto quel gruppo apposta: ho tante parole, la musica non ne ha bisogno. Ve lo dico con Luciano e Ludovico, con quella sillaba in comune che per me vuol dire amore.

Mi son posta da mediano in una squadra di supposti eccellenti: ho giocato generosa. Son stata lì fin che ne avevo. Aveva un senso per me, ce l’avrà sempre, essere al servizio. Servire è divino, beato sia chi percepisce la citazione ed il suo senso.

L’eccellenza al servizio, quella è la chiave della vita, secondo me.

Prego per me, stasera. Perché fallire non sia una penalità, ma un fatto della vita.

Perché amare sia una dote, non un premio.

Perché dare sia una occasione, non un peso.

Perché un giorno ci sia una cosa più grande cui appartenere.

Perché io possa continuare ad alzarmi in piedi, fiera, per difendere ciò in cui credo e le persone che amo, i piccoli, i meno forti, i fragili, quelli di cui ridete perché son cigni cuccioli tra le anatre.

Perché ci sia sempre un altro essere umano, davanti a me, che riconosca nell’altro da sé l’imago del divino in sé ed in me, anche se sono imperfetta.

Solo su quello posso lavorare. Dopo tre giorni così, solo una cosa so continuare a cercare di essere: la Sua immagine.

Solo con quelli come me voglio abitare lo spazio.

***

Su Luciano Ligabue, Secondo Tempo – Metti in circolo il tuo amore e Ancora ho la forza

Su Ludovico Einaudi, Live in Berlin – Andare ed Eden Roc

***

perché un pianoforte ha molte più note di quelle che io abbia mai imparato a suonare, la vita ne insegna molte altre

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