Alice’s Christmas Carol

È quasi Natale a Wonderland, con l’aria umida della città inondata di luci che fa sentire nostalgia della neve.

È quasi Natale ed il pomeriggio trascorre con un capitano coraggioso, giovane visionario, che parla di sogni e della ricerca della felicità alla sua squadra… e non sta per niente scherzando.

Un agriturismo perso nel niente della pianura, carrozze, cavalli, pareti gialle e ventisette paia di occhi che per qualche ora guardano tutte nella stessa direzione: il futuro.

Quello brillante e sudato, da costruire a cura di cuori ardenti e fiduciosi.

Un brindisi accanto al camino, il più giovane del tavolo che alza il bicchiere per ringraziare i capitani coraggiosi di essere al loro posto, gli sguardi di comprensione di chi vibra alle alte frequenze e si percepisce vicendevolmente da un lato all’altro del tavolo.

Una sigaretta accanto al falò della corte.

La cena, un altro brindisi, e poi Alice deve andare.

Il capitano coraggioso non tace: ‘Chi è che ti porta via da qui per la prima volta in tanti anni, prima della fine della festa? Adesso lo fai entrare e gli facciamo cantare una canzone.’

*Va bene*, sorride Alice. Ma poi si alza, guarda il tavolo, saluta con le braccia aperte e dice: *Tutti in piedi per dirmi ciao. Buon Natale, amici cari*.

La standing ovation non c’è, di ventisei ne mancan tre, ma parte una Ola spontanea. Più bella, la Ola, perché è in moto.

Non lo sanno, no, che il Cappellaio avrebbe cantato una grande canzone piena di vita con la sua voce fonda e tonda.

Buon Natale, amici cari. Che vi conservi nella libertà, vi illumini nella luce, custodisca il vostro coraggio lungo le curve della strada che viene.

Col Cappellaio Matto che la segue in auto, Alice si dirige verso un posto speciale, di quelli delle magie e dei ricordi, e per sbaglio parcheggia sotto la sua vecchia mansardina arancione. Mulino a vino si chiama, sì, l’enoteca che ondivaga si affaccia su un ponte luminoso tra Wonderland e l’Isola che non c’è.

Se fossimo nel vostro mondo non ci sarebbe posto per sedersi tra dieci tavoli di legno, trenta sedie e cinquanta avventori.

Ma qui siamo a Wonderland, tutto è possibile, compreso il bicchiere di Pinot Nero Maculan servito sullo spigolo di un tavolone dove siede agitato un gruppo di bambini sperduti dell’Isola che non c’è che celebra la vita nella modalità più consona: dividendo vino e pane (e poi salame di cioccolata).

‘Sedete con noi, siete nostri ospiti!’ inneggia il sedicente capotavola, più ubriaco che alto. Però sorride, e questo suona bene.

Impossibile non conversare con questi giovani virgulti della vita che verrà, pieni di sogni, di aspirazioni, di immagini romantiche del futuro. Impossibile non ascoltarli mentre raccontano dell’università, di che faran da grandi, dei loro dubbi sull’amore e dell’amore eterno, e poi sorridono sorridono sorridono.

L’sola che non c’è è abitata solo da umani strani, strani così, di quelli che festeggiano il loro personalissimo non compleanno quando è Natale.

‘Si è liberato un tavolo per due, venite’ acclama l’oste ospitale.

Ma Alice guarda il Cappellaio con la sua faccia da bambolina asiatica e declina l’invito: *Rimaniamo qui, grazie, siamo ospiti al non compleanno della vita*.

‘Siete innamorati voi due, eh?’ dicono in coro il capotavola e la sua amica migliore, che poi è la sua migliore amica (dicono).

Alice ride, il Cappellaio rimane serissimo: ‘no, noi siamo amici’. E non ci crede nessuno, perché niente è finto in Wonderland e poi niente è davvero vero, scorrendo nell’energia più viva, quella della felicità.

Suona Natalie Cole di sottofondo, e Alice si alza e balla. Si sa che è un po’ matta.

Si alza anche il Cappellaio, che non sa ballare. E la fa ballare. A Wonderland tutti i migliori sono matti. E danzano.

Sulle note allegre e vibranti di ‘This will be an everlasting love’ si guardano, poi ballano, poi ballano mentre si guardano o era il viceversa?

E se la cantano tutta in faccia, sorridendo.

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You brought a lot of a sunshine into my life
You filled me with happiness I never knew
You gave me more joy than I ever dreamed of
And no one, no one can take the place of you.

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È notte fonda, la musica suona, i bambini parlano dei loro sogni. I grandi, mai cresciuti, ricordano loro che vanno allevati come i figli, i sogni. Figli puri e delicati.

I sogni vanno amati, protetti, custoditi e coltivati. Perché sono insieme la chiave e la strada per la felicità.

E dunque buon Natale, bambini nemmeno troppo sperduti dell’Isola che non c’è, amate voi stessi come il prossimo vostro, imparate a camminare fieri e lasciar passare chi fa più fatica. Accogliete e perdonate, scegliete e date seguito, desiderate!

Il Cappellaio matto dimostra trent’anni e ne ha circa novecento. Alice sembra uno dei bambini sperduti e un minuto ha due millenni e viene da Atlantide, quello dopo è appena nata e guarda il mondo coi suoi piccoli occhi asiatici stupefatta dalla imago luccicante della bellezza dell’amore universale.

Danzano, il Cappellaio ed Alice.

Braccia nelle braccia e occhi negli occhi, poi discutono di filosofia, poi litigano per qualche secondo ma ridono, poi ricominciano a ballare e far da mentori alla giovane umanità tutta da divenire e splendere.

È quasi Natale, a Wonderland, e pare che lo sia anche all’Isola che non c’è.

La strada è piena di luci, il ponte sul fiume collega lo spazio delle possibilità a quello della azione, la musica suona ininterrotta e lieta, trasformando il nichilismo nella più profonda speranza di un futuro che sembra non avere senso ed invece ne ha a buttare. Alice, la supernova, cammina per tornare nella sua Wonderland, col Cappellaio che le fa da cielo immenso di sfondo. Poi si cambiano di posto, lui splende, lei riluce.

E si augurano buon Natale sulle note di una canzone che canta così:

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A donde sea que yo esté
tu corazón alcanzaré
y una sonrisa en tu mirada pintaré.

No habrá distancia entre los dos
al viento volaré mi voz
con mis deseos a tu alma llegaré.

Feliz Navidad, próspero año y felicidad.

?

La favola non ha una morale, ma solo un grande augurio: che sia vera, quella che ciascuno di voi sogna, la sua.

Che questo Natale vi porti luce, colore e sapore. Scelga ciascuno quale.

Sognate, sognate, sognate. E fate diventare il sogno un obiettivo.

Vi auguro un buon Natale dal profondo del cuore, con i capelli biondo platino e le unghie rosse, sintomi di quella innata follia che appartiene solo a chi è resiliente alla meraviglia.

Amate, desiderate, costruite. Siate accoglienti, premurosi, aperti alla vita, propensi al perdono.

Tutto il resto verrà da sé.

Buon Natale amici, lettori, sconosciuti e pezzi di cuore.

Aprite il cuore, nelle dodici notti che vengono, alla gioia.

Il paese delle meraviglie è la vita di tutti i giorni e ci aspetta a braccia aperte.

Feliz Navidad

 

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