Shiny November Rain

Una delle cose che amo delle commedie romantiche è che mi mettono di buonumore.

L’altra è più palese e sottile, assieme: l’altra è che c’è quel sottofondo stabile di essenza del possibile che mischia volere e potere, che mi ricorda che quel che non mi è riuscito di fare è solo una mia responsabilità e che sono ancora in tempo per farlo.

Io-sono-ancora-in-tempo.

Ho una scena da commedia romantica da descrivere, di quelle magiche che sembran favole più che racconti, di quelle che i cuori sognatori immaginano prima di addormentarsi. Forse forse, stasera potrei anche levarmi la soddisfazione di raccontarla.

E poi mi chiederete come ho fatto a figurarmi una serata così.

***

Una serata così, che piove che Dio la manda, controvento, in un novembre freddissimo in cui le strade di Brera sono deserte. Così che passa la voglia di camminare a Max, che è meteoropatico. Così che vien voglia di tornare a casa e mandare a quel paese il progetto della serata. Però no, no: Alice ha il cappello e un colpo di genio, uscito come un Bianconiglio dal malumore strutturato: *Ci vuole pioggia, vento e sangue nelle vene. Abbiamo tutti e tre*. Già, è vero.

Marc Jacobs: in questo locale se la tirano tutti, anche i camerieri, e una bottiglia di Bellavista Satèn costa 70 euro. Anche no. Ma Alice si beve lo stesso qualcosa di strano: si chiama Serendipity e sta intonato all’abbigliamento.

*Mi sono fatta bella per te, ma so che sembro la sposa cadavere* dice Alice.

‘Sei bella, tu, sei bella più del solito stasera. O forse è solo tanto che non ti vedo’ risponde Max. E intanto sfoglia TripAdvisor.

Non c’è niente di pensato e tanto di voluto, in questa serata autunnale. Come ne ‘Ora il mondo è perfetto’ di Giuliano Sangiorgi, e settecento e rotti giorni che suona nelle orecchie.

Hong Kong Crossover Restaurant, imboscato laggiù in via Ciovasso, con l’ingresso che sembra una spa, un contesto minimalista, leggera musica new age di sottofondo ed una maître di sala ospitale, forbita e preparatissima. Due tartare, un uramaki di tonno al foie gras e l’astice alla HKC? Basta così, signori, non prendete altro.

La conversazione va giù come il Franciacorta biologico in tavola, tra ricordi in comune, riflessioni professionali, insidie di una casa nuova tutta da costruire, rigurgiti di un recente, doloroso passato. Un altro, un altro ed un altro ancora. Tutti passati, per fortuna.

Alice ha lo stomaco chiuso: ultimamente fa fatica a mangiare. Max prova a sorridere, ma come fai a non volerla picchiare una che fa così con se stessa?

Poi arriva il cameriere con un piatto di frutta: mango thailandese e fragole, offerto dalla casa. La maître sosterrà, poco dopo, che fa digerire. E forse è vero. O forse fan più digerire i bicchieri di Zacapa e Diplomatico?

Due chiacchiere con i padroni del ristorante, che Expo ha rovinato il loro semestre portando tutti i turisti fuori città. Due complimenti sinceri per la ottima cena e la cordiale ospitalità. Due passi sotto il vento che sferza, quasi per tornare a casa.

*Ti va se ci andiamo lo stesso verso il Cost?*

‘Se a te va, a me sì’.

Da via Ciovasso a Corso Como ci son venti minuti di passeggiata ghiacciata, con la strada che piano piano si riempie di gente e tra il Radetzky ed il Loola Paloosa anche l’aria si scalda. Uno straniero offre una rosa, Alice declina l’invito: *Lui ha due figli*. Max lo guarda ridendo: ‘Lei è innamorata di un altro’.

Certe buone scuse funzionano sempre.

Mezzanotte o poco prima, al Cost la musica fa schifo. Ma un chilometro più avanti c’è un Fiat Executive Lounge nascosto in un giardino interno, con una sala spaziosa, tre feste di laurea e ragazzini dappertutto. Un Mojito e un Cuba Libre (però non col Pampero). YMCA che suona, e poi Sex Machine. Village People e James Brown, proprio come da giovani. Fa sorridere, ma non scalda. Non abbastanza

‘O ne beviamo un altro o cambiamo locale’.

*Va bene, proviamo, cambiamo*.

E ancora passi, pioggia, parole.

Alice vuole entrare al Loola, ma nessuno balla più sui tavoli: le giovani donne contemporanee sono molto più scomposte e molto meno libere di una volta.

E Max?

A Max è venuta voglia di provare questo posto nuovo dove dicono non ci siano ragazzini e la musica suoni fino alle sei di mattina (ma non c’era una legge in proposito)? 11 Clubroom, secondo piano di una scala a chiocciola piena di luci. Musica progressive, dj sul palco, puttane vestite da donna e gigolò vestiti da habaneros. Sigarette accese (dentro). Un Mojito e un Cuba Libre (stavolta il rum è discreto). Mentre Max esibisce la sua personalissima versione di un incidente con retrogusto maori, Alice scuote la testa con dissenso (al laser tatuato) e si guarda intorno.

Non è a suo agio, no. Quello è un luogo pieno di perdizione, non di divertimento. *Usciamo da qui*.

Un’altra mezz’ora a piedi, nella notte che avanza con l’umidità che si tatua sotto le maniche della giacca, i capelli troppo lunghi che si arricciano, il rhum che sale con delicatezza e senza pietà e due pipì insistenti da fare.

La strada verso casa non è lunga, ma Max devia: bisognerà pur trovare un bagno.

E il bagno migliore del mondo, stasera, è al Goganga.

Tubthumping, Chumbawamba. Sì.

Via le giacche, via il maglione, via il coprispalle, via la borsa, via gli occhiali. Due Long Island Ice Tea. E tutta la notte da ballare via.

*Cos’è che avevi detto? Che “Il cielo è sempre più blu” non si può ballare?*

Un vecchio compagno di università che dice ad alta voce che Alice è sempre stata così, con gli occhiali strani e vistosi e poi intona “Perdere l’amore” accanto a lei che stona felice mentre Max ha perso un timpano a cantarle vicino al viso.

“Ti amo, ricominciamo” urlata a squarciagola ridendo.

E musica musica musica. Musica bella, musica semplice. Facce già viste o mai viste, nemmeno una espressione ostile. Nemmeno un volto perso.

‘Ci facciamo una paglia?’

*Ma sì, dai*.

Fuori fa un freddo cane, ma Alice ha le spalle nude e non gliene frega niente di niente. Ride. Leggera. Di quella leggerezza delle serate buone, pulite, piene di belle parole e sane emozioni che non si debbono tacere.

Di quella leggerezza, sì, che da tanto tanto tempo non le si leggeva in viso.

Fuori fa un freddo cane ma in un attimo, di nuovo, un abbraccio travolgente. E Max che si guarda intorno come a dire ‘Ma cazzo, li abbracci tutti così?’

Ci voglion tre secondi a capire che Alice ha davanti un pezzo di infanzia diventata adolescenza e poi adultità. Prima uno, poi due amici di antica data, due fratellini di suo fratello.

Tutti singoli nel circolo, tutti con sorriso grande e un’ombra mesta dietro agli occhi di quelli che la famiglia se la devono ancora costruire. Tutti adattissimi, nel sembrare disadattati ed essere di quei pochi che credono al mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi.

Tutti pieni di vita, in fondo. Di una vita ancora tutta da fare, ricca di speranze da realizzare e sogni da trasformare in mattoni di un futuro solido di emozione sincera. Tutti spaventati e un po’ schifati da una società costruita sulle bugie e sulle fragilità reciproche, da cambiare da cima a fondo con la buona volontà (e un po’ di sacra agape).

La serata finisce sullo “Shrek Hallelujah”. Andate in pace.

E in pace vanno, Alice e Max, mano nella mano, con la pioggia novembrina che luminosa cade sulle loro teste.

***

Questa è senza dubbio la più bella favola che io abbia mai raccontato, finora.

Hallelujah.

E con essa e la sua canzone vi auguro la buonanotte ed il buongiorno.

Shrek Hallelujah

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