Memorie dalla terrazza sul lago

La valigia era grande abbastanza da trasportare tutto, anche se ci ho messo dentro più cose da lasciare qui che da riportare a casa.

Tra i sorrisi dei miei nipoti e le chiacchiere intense di Federica ho lasciato le seccature e le ansie di anni di lavoro troppo lunghi per non pesare. E ho smesso di sognare reingegnerizzazioni impossibili e persone fragili ed instabili.

Sulla terrazza di questo albergo ho lasciato l’angoscia del futuro.

Sono arrivata, mi son seduta, ho capito che mi aspettava la grazia.

C’è una vista impressionante da qui: la Rocca che degrada a strapiombo su una striscia alberata di sassi e spiaggia fino ad annegare nel lago. Davanti a lei, minuta ed accerchiata di barche bianche, l’Isola dei Conigli. E, dietro, la prospettiva blu del lago increspato da un filo di vento: la sponda veneta, quella della mia infanzia.

Potrei stare seduta qui ore. In effetti, ci sono stata.

Ore con gli occhi persi in questi pochi colori densi: macchie di verde, cenni di rosso, punte di bianco in movimento sull’acqua e lo sterminato celeste del lago, che svapora nella foschia del cielo di questo Nord poco valorizzato dai miei conterranei.

Qui è pieno zeppo di stranieri rumorosi che cenano alle sette di sera e bevono birra bordo piscina a tutte le ore del giorno, pochissimi italiani che si riconoscono solo per l’accento sgraziato con cui salutano in Inglese, e c’è un turbinio fragoroso di bambini che imparano a nuotare con i braccioli.

Ho dormito come un sasso, divorato due libri, passeggiato a Salò con una granita alla mandorla. Ho guidato sulle curve dolci delle colline del lago. Ho mangiato bene, anche tanto, forse troppo, e mi sono innamorata del sapore delle sarde di lago.

Mi è anche tornato il mio accento originale, e se non sto attenta mi ritrovo a parlare in Veneziano con la zia Carla, in Tedesco coi crucchi e in Inglese con gli italiani.

Ho comprato del Satèn, la mia bolla più amata. Mi son persa per una mezz’ora in uno splendido negozio a scegliere cosa bere nei prossimi due pasti che non farò sola e se scopro come muovermi domani porto a casa delle sarde di lago da arrostire sulla pietra e servire con una insalata piccante, colorata di jalapenos e pomodorini.

Ho sbobinato senza farci caso quattro anni e mezzo di fatica e riflessione, pensiero ed iperattività. Mi son schiantata sul lettino in piscina, per farlo. Sulla spiaggia di Moniga piena di sassi sotto al culo nella notte di San Lorenzo. Sulla superficie del lago, verdognola e bassa, zeppa di sassi scivolosi di alghe d’acqua dolce alle quattro del pomeriggio. Sul muretto del lungolago di Toscolano Maderno a guardare i fuochi d’artificio.

Mi son schiantata e rialzata. Ogni volta più lunga e leggera, ogni volta più aggraziata e padrona di me. Ogni volta meno stanca, meno assonnata, meno pensierosa.

Ogni volta, ogni volta, ho lasciato un pezzo dei pensieri al vento del lago.

Ho rivisto le perigliose sfide professionali che la vita mi ha proposto, il mio raccoglierle, il loro trascendere e trasformarsi in una occasione. Ho visto quante cose ho imparato, quante squadre ho costruito, quali han funzionato e quali non. Le ho sommate tutte ed ho compreso che mi servivano, per capire cosa voglio fare e come voglio farlo. E mi alzo in piedi sul tavolo, sapendo che sono io quella che non ha una vita che capita, bensì una da capitano.

Ho rivisto i visi delle persone che ho incontrato. Quelli amici e quelli nemici, quelli buoni e quelli cattivi. E ho scoperto che non ho incontrato neanche un cattivo più cattivo di me. Che ho incontrato persone infelici che han cercato di aggrapparsi a me per uscire dal tunnel. Magari ci son riuscite, ma io stavolta non mi sono piegata. Non mi sono venduta al diavolo per una goccia di bene finto, per un gioco di parole. I giochi di parole mi fanno ridere, perché li indovino sempre prima.

Ho scoperto, anche, che l’amore è una cosa lunga e lenta e molto molto profonda. Che non è un colpo di fulmine, non è una allucinazione, non è una turbolenta negoziazione con l’angoscia nella notte.

Ho scoperto che se è amore mi accompagnerà, ed altrimenti mi lascerà un’altra cicatrice superficiale, come quella dei graffi di Chopin, che adesso che la mia pelle ha preso un po’ di colore si vedono nitidamente sul mio avanbraccio destro.

Il presente è qui, il futuro è dietro l’angolo e dipende parecchio, anche se non tutto, da quel che scelgo di volere.

***

Dalla valigia tolgo quattro quintali di pensieri opprimenti. Li lascio qui, sulla terrazza del mio albergo, tanto volano via e si disperdono nel cielo.

Nella valigia ho già riposto gli abiti puliti, che quelli sporchi sono appallottolati nella borsa del mare. Ci lascio spazio ai sogni, nella valigia. Sono molto più leggeri.

Ci metto due bottiglie di Satèn, un programma professionale ben definito, la forza stupefacente della guida del dream team. Ci metto la forza del mio asse famigliare femminile, dedicandola alla più schietta e diretta onestà esistenziale.

E ci metto, infine, la sconsiderata e travolgente aspettativa di un abbraccio grande, di un bacio che vale di per sé, di una cosa più difficile del solito da fare, che però profuma di sale, carne cruda, Chardonnay ed anice.

Ho visto tre stelle cadenti, nelle notti dei desideri tra San Lorenzo e Santa Chiara.

Li ho visti solo io, i miei desideri, però li ho visti, ardenti ed istantanei, nel cielo nero.

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