il peso della valigia (due)

*Niente paura, ci pensa la vita, mi han detto così.*

Me l’ha insegnato il dottor Stranamore nel novembre del 2008, che ci pensa la vita e non devo avere paura. Stasera mi ci aggrappo come se fosse la mia unica speranza. Ci pensasse lei, la vita, perché io non ce la faccio più a pensare: mi scoppia la testa.

E finalmente, ascoltando Liga, mi vien giù una lacrima calda, poi due, poi tre. Son quasi belle, certe lacrime: lavano via tutto lo schifo che può appiccicarsi addosso. Magari prevengono gli incubi che non mi dan tregua nemmeno col sonnifero. Però che cazzo, mi ricordano che son sola perché nessuno le può asciugare.

E la musica cambia, un po’ con la mia ispirazione e un po’ a caso, e mi prende a schiaffi e mi solleva ed io aspetto che venga la notte e tutto si spenga, almeno per qualche ora.

Perché nessuno se lo immagina, se non l’ha provato, com’è tornare a casa di venerdì, dopo una settimana infinita, alle nove e quaranta di sera e sapere che non c’è un cazzo di nessuno che ti aspetta, nessuno che ti ascolterà, nessuno che farà un massaggio alle povere spalle larghe e troppo contratte della guerriera maori e non c’è neanche la possibilità di mangiare una pizza per colpa di una maledetta intolleranza alimentare eccessivamente estesa.

E per me è sempre così. Tutta una immensa, faticosissima, vita, tutta da sola.

Tutto il giorno, ogni giorno, sempre positiva, sempre proattiva, sempre reattiva.

Sempre, maledettamente accesa.

Pronta a dar coraggio, a consolare, a cercare di mediare conflitti insanabili. Tutto il giorno con la schiena dritta e le spalle aperte, sopportando il peso di un cranio di cinquantasette centimetri, forse cubi oramai e col peso specifico dell’iridio, e la piena responsabilità di portare comunque a casa un ottimo, almeno locale. Fanculo a me, alla mia tesi di laurea che ha quasi l’età dei junior che devo crescere, ed alla teoria della razionalità limitata.

Tutto il giorno, ogni giorno, a prendere decisioni, camminare sul filo del rasoio, intraprendere strade perigliose per raggiungere l’obiettivo e minimizzare i rischi di uno tsunami.

Tutto il giorno, ogni giorno, a crescere talenti, ascoltare pensieri profondi e deliri, decodificare informazioni per ricollezionarle in soluzioni. E sempre, maledettamente, sorridendo, quando ce la faccio.

E poi dopo, impietosa, puttana e sudata fradicia di paura, la notte. Sola, sempre sola, la mia notte. Nera come la pece, silenziosa come la morte, terrificante nell’eco del silenzio astrale, agghiacciante nella mole di riflessioni sull’esistenza che mi sbatte in faccia, spiralata nelle visioni catastrofiche e nella certezza di essere, costantemente, non ascoltata.

Porto il peso della mia valigia con la classe di Audrey Hepburn in ‘Colazione da Tiffany’, con gambe per andare e braccia per tenere, e sempre con questa insopportabile, esplosiva energia da combattente nata, troppo spesso destinata solo ai mulini a vento.

Mulini a vento a cercare di capire com’è quella storia che a dare e dare e dare amore magari poi un giorno lo riceverai.

Bisognerebbe averne il diritto, di essere amati. Ma non l’han scritto nella Dichiarazione dei Diritti Umani.

L’han scritto quelli che raccontavano di quel pazzo che faceva discorsi sulla montagna e predicava nel tempio, ma l’han capito in troppo pochi perché diventasse legge universale.

E allora arrivo a casa, un venerdì sera, e mi ricordo che c’ho ragione io: non ho diritto di essere amata. Proprio come nella canzone di Vecchioni, che la signorina Rambo è stronza come un uomo e sola come un uomo. Torno a casa e non c’è un cazzo di nessuno, da anni, da sempre. Nessuno che mi abbraccerà, mi lascerà piangere, mi preparerà una cena leggera e mi accenderà una canzone. Non c’è. Nemmeno all’orizzonte. Qualcuno che sia in grado di tollerare, contenere e poi lasciare esplodere tanta ingestibile energia che diventa fatica e poi torna energia.

Però c’è il gatto, che si è seduto qui su di me perché sente che non sto tanto bene.

E c’è il giardino giapponese cui manca il maschio che mi accoglie silenzioso e meditabondo.

E c’è la mia parete verde allucinato piena di parole e farfalle.

E c’è che due spaghetti di farro con le mazzancolle e il surimi non me li leva nessuno, anche se me li devo cucinare da me e sono le dieci e mezza, e c’è che c’è il prosecco freddo in frigo e il Matusalem di Capodanno sulla libreria bianca.

Già mi sento meglio, a stare con me e sentire che io, almeno, mi amo davvero. Meglio tardi che mai.

Prendo un sonnifero e mi dimentico di esistere per qualche ora, Cassandra quale sono, e poi domani ricomincio. Io, sola, con la mia inesauribile fonte spontanea di energia galattica.

***

Niente paura – Luciano Ligabue – Primo Tempo

La vita incandescente – Negrita – Dannato vivere

La locomotiva – Modena City Ramblers (Francesco Guccini) – La grande famiglia

Cambia-menti – Vasco Rossi – Sono innocente ma…

Voglio una donna – Roberto Vecchioni – Camper

L’estate addosso – Jovanotti – Lorenzo 2015 CC

Io sto bene – CCCP – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età

Il peso della valigia – Luciano Ligabue – Arrivederci mostro!

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