il cecchino e la locomotiva

Sbuffa di nuovo energico vapore, potente e romantica, la locomotiva a vapore: ce n’è di strada lasciata indietro da recuperare rapidamente. Non so se avesse smarrito un po’ di smalto o solo aspettasse l’ennesimo snodo di binari, ma ha ricominciato a correre sola sulle tortuose anse di un lungo percorso accidentato e spassoso.

Sbuffa, e mentre passa osserva il cecchino, seduto sull’orlo di un dirupo con lo sguardo fisso nel cielo nero, che medita sul prossimo colpo da sferrare.

Quattro giorni infiniti, una curva da fare tutta in piega, un momento di concentrazione, uno di collera, uno di frustrazione. E poi di colpo eccoli qui: il motore tuona e l’occhio sottile punta lo sguardo sull’obiettivo, come se non fosse mai passato un attimo dalla prima volta.

Fatica, concentrazione, sangue freddo, sapore di sale, nitido, sulle labbra.

Le carte improvvisamente sparpagliate sul tavolo: ci son cadute di mano o abbiamo cambiato gioco? Io non gioco a poker, ma a scopone scientifico, e questa non diventerà una partita di Machiavelli.

Appoggio le mani sul tavolo, raccolgo tutte le carte, le ridistribuisco: chi fa l’insalata la paga.

Poi un attimo infinito, concentrato in un nanosecondo, seduta ferma in un raggio di sole. Ho capito cosa devo fare, proprio come mi ha cresciuta il mio grande padre. Sferraglia, locomotiva! Spara, cecchino! Questo è il momento.

Sto ancora ferma un attimo e poi mi alzo e danzo: la Haka, quella che ho tanto amato dalla prima volta che ho visto giocare gli All Blacks, prima che morisse Marco Simoncelli. *Scendi, amore! Vieni a vederli che fan la Haka.*

Danzo la mia Haka per focalizzare l’obiettivo, senza nemmeno che l’avversario mi scorga. Non ho nessun bisogno che abbia paura, gli basterà uno sguardo al mio tono di voce e passo di pensiero.

Volare alto, sorridere molto, colpire duro.

Sempre io, dolce, amorevole, liscia e dura come una lastra di granito. Come una volta.

Sparo, colpisco, affondo. Ricomincio a sferragliare e mi accendo una sigaretta con un goccio di amaro, chiedendomi se so dove sono e se ho fatto bene, prima di provare a chiudere gli occhi.

Una foto densa di espressione dall’altra parte del mondo mi sveglia alle cinque di mattina.

Un messaggio dolcissimo poco più tardi mi accompagna alla mia dura giornata salvandomi da una furia blu.

Tre ore di progettazione condivisa, un pranzo al volo, due riunioni in due lingue e quattro ore.

Una lunga mail di mio padre che mi spiega quanto sia fiero ed insieme spaventato dall’avermi insegnato così bene a fare il cecchino.

Un debriefing infinito e terribilmente efficace.

Neanche un bacio rubato alla giornata di sole, perché il lavoro è troppo divertente per piantarlo a metà.

Un viaggio in macchina a velocità eccessiva, un bicchiere di prosecco e tre baci mi accolgono a cena: ‘Preparaci lo spritz, adesso, socia’.

Certo che sì, se anche non mi reggo in piedi, perché mai mi son negata la gioia di preparare il mio spritz un po’ carico e far due passi di danza.

Chiacchiere goliardiche, due sigarette fumate sotto la splendida luna crescente e gialla, fare un massaggio ad una contrattura che mi porta via la poca energia che ho e mi scalda le mani.

La spalla sinistra che duole atrocemente, tre notti che non riesco a dormirci sopra, figlia di un’ansia grossa. Ma è la sinistra, stavolta: qualcosa è cambiato.

Due mani inattese si prendono cura di me come io della loro contrattura. Il malessere si sposta dalla spalla alla tempia, e d’improvviso, come l’arrivo dell’inverno, ho la sensazione di smarrire completamente l’equilibrio a non sentire più alcun dolore, con il corpo che prende fuoco e perde la sua proverbiale capacità di controllo.

Una botta di stanchezza improvvisa, la giornata che si spegne serena, la tentazione di addormentarmi su un divano sconosciuto.

Quattro sorrisi, un paio di cene promesse, un viaggio in macchina a tutta velocità sulla tangenziale troppo lunga e gli occhi che si chiudono dietro le lenti allucinate.

I piedi sul pavimento nel pieno della notte, la musica che suona in casa, la sensazione precisa, adesso, di essere esattamente come e dove volevo essere.

Il cecchino ha aspettato, con pazienza certosina, che fosse il tempo di sparare. Ha colpito, affondato il nemico con un solo, precisissimo colpo.

La locomotiva, allora, improvvisamente libera, ha ricominciato a tirare, forte, sbuffando ampie volute di vapore perlaceo. E i vagoni, dietro, fiduciosamente attaccati. Tutti.

Ora che sono qui, così stanca che nemmeno riesco a dormire, sto bene. Fiera di me, tonda di un viso ingenuo e di una testa veloce, lieta di ritrovarmi così come mi son lasciata, tre anni fa: liscia, ferma, morbida e solida, tagliente come una lama, accogliente come un alcova, lucida, candida e delicatissima.

Arriva un’ultima foto, dall’altra parte del mondo. Mi coccola, mi strappa un sorriso e non so trovare una parola per rispondere, ma ci trovo un’emozione forte e do un bacio al display dell’IPhone.

Vado a dormire, finalmente posso, piena di me e del mio incedere da vaso di cristallo con l’anima d’acciaio.

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