domande stonate a caccia di farfalle

Niente, sto così, che non so se sono disorientata o lucidissima.

Che mi son svegliata con i Negrita a bomba, per bucarmi il cervello. Poi ho acceso Paolo Fresu, per concentrarmi mentre lavoro, poi sa il cielo come mi son distratta ed è partita per sbaglio ‘C’è un cuore che batte nel cuore’ di Venditti e adesso son planata su Claudio Baglioni, per poi deragliare su Vasco. Così, ondivaga, come scrisse di me il Badini nel mio giudizio analitico di storia dell’arte nel 1996, prevedendo un futuro che non potevo nemmeno concepire.

Io che ho fatto il liceo classico ed amo la matematica, io che vorrei solo scrivere e passo le mie giornate davanti a calcoli complessi ed architetture concettuali di basi dati. Io che amo il vino rosso e poi pasteggio a prosecco.

C’è il sole, ma sul terrazzo fa freddo, e questa giornata è un po’ come me, che è sottile la linea tra confusa e complessa.

Dite, in molti, che davanti a me ho un sacco di scenari possibili e devo solo prendere qualche decisione. Io, dal canto mio, prefiguro solo catastrofi articolate o prosceni futuribili difficilmente probabili. Per forza che non riesco a prendere decisioni e faccio solo casino.

Ogni volta che ho imboccato una strada ne ho ascoltato il riverbero per secoli, come la vibrazione della campana tibetana che persiste a lungo tra le pareti quando la suono. E nella maggior parte dei casi ho fatto una stronzata ed assorbito l’urto dell’onda alta, cosicché mi son venute spalle larghe, dita ossute, fianchi morbidi.

Vi guardo, umani, vivi, con luoghi e vite ben definiti, e mi chiedo come state. Mi chiedo perché per me non son nemmeno terminati gli anni di Cristo che già è arrivato il rito di passaggio dei quaranta e non ho ancora capito niente e sto sempre così, inquieta, sulla cresta di un’onda che divora il mare alla velocità della luce. Sto qui e vi guardo e vi chiedo: qualcuno mi spiega cos’è la felicità, come si caccia (lei, non le farfalle), dov’è la pentola d’oro sotto la fine dell’arcobaleno?

Ma soprattutto, perché tutti quelli che incontro mi affondano gli occhi addosso come se fossi la variabile indipendente della funzione del benessere, ma poi son troppo anomala per essere integrata in un sistema?

Ha ragione Vasco. Cambiare macchina è molto facile, cambiare donna un po’ più difficile, cambiare vita è quasi impossibile. Peccato che per me sia il contrario, sarà che sono molto affezionata alla mia A1.

Mi capitan certi giorni che vedo tutta la vita scorrere almeno due o tre volte in pochi secondi e penso e ripenso a cosa avrei potuto fare. Vedo cose che avrei potuto evitare, poche ma consistenti. Vedo attimi stupendi di emozione fortissima che guai a me se ritrovo la forza di scappare, però mi han lasciata sospesa nel mezzo della metà sbagliata del cielo. Percepisco tentazioni proibite e perigliose che mi attirano come se fossi attaccata con la colla al ruolo di un trapezista.

Sto sempre lì, che mi dico ma non mi chiedo come va a finire. E poi mi metto in un guaio da cui uscirò con le ossa rotte, neanche una ruga visibile ed un miliardo di cicatrici brucianti sotto la pelle.

Ci ho provato, lo sapete, a fare qualcosa di normale. Mi son fatta malissimo, ogni volta.

Pare che a me piacciano le code, quella destra sopratutto.

Terribilmente distante dalla norma.

Lo dice ogni singola, rara, scelta intelligente della mia vita: ogni volta che applico una regola dogmatica, patisco.

Ne vedo solo due, di regole che funzionano, quassù:

shit in – shit out;

prima regola di Ground Zero: niente regole, proprio come al fight club.

Faccio un lavoro pieno di utilità e senza una sola direzione logica, come se contasse solo quel che posso dare oggi. Neanche uno sprazzo di futuro. Per poi sentirmi dire che non posso capire il concetto di precarietà esistenziale.

Mi piacciono i felini, che per definizione sono ingestibili, ed io stessa sono complessa come la radice di meno uno.

Mi piace ‘L’amore non esiste’ e credo a Cenerentola, che esistiamo io e te e la nostra ribellione alla statistica e a me questa sembra una favola.

Insomma, non lo so: qualcuno può dirmi, davvero, che rumore fa la felicità?

Perché io vorrei solo poche cose, facili, semplici e poco materiali che suonano di vetro trasparente e note profumate.

Vorrei fare un lavoro che mi diverta, il più delle volte, sapendo che domani ce n’è dell’altro.

Vorrei camminare mano nella mano a Milano nella notte guardando le luci della città incredibile.

Vorrei cenare senza accorgermi che passano le ore e scegliere e versare il vino.

Vorrei ballare la musica dal vivo, cantare Vasco e Baglioni, accennare un lento, farmi scattare una foto perché sorrido.

Vorrei ascoltare, consigliare e sorridere.

Vorrei essere contenuta nella mia furia feroce e nelle mie angosce notturne.

Vorrei vivere, lunga ed ansiogena, ricca di stagionalità lunatica, in una microscopica nicchia planetaria dove non sentirmi aliena né impossibile e solo, ridendo molto, abbracciare la vita che esplode nelle gemme primaverili del mio melograno e riposa, meditando, sotto la neve d’inverno.

 

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Vivere ancora – Milestones – Paoli, Rea, Rava, Gatto, Bonaccorso – 2007

La voglia, la pazzia  – Live @ Blue note – Vanoni, Toquinho, De Moraes – 2010

Dubbi non ho – Dimmi cosa succede sulla terra – Pino Daniele – 1997

Grazie Roma – Circo Massimo – Antonello Venditti – 1983

Almost blue – Chet Baker in Tokyo – Chet Baker – 1988

Haven’t met you yet – Crazy Love – Micheal Bublè – 2009

Who’s gonna ride your wild horses – Achtung Baby – U2 – 1991

Ti prendo e ti porto via – Stupido Hotel – Vasco Rossi – 2001

Giorno per giorno – Nome e Cognome – LucianoLigabue – 2005

L’amore non esiste – Il padrone della festa – Fabi Silvestri Gazzè – 2014

Guantanamera (Guajira) – La sesión cubana – Zucchero – 2012

L’inverno all’improvviso – L’amore è femmina – Nina Zilli – 2012

Diferente – Lunatico – Gotan Project – 2006

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