Milan l’è un gran Milan

Milano, venerdì, 17 CET.

Due ore a parlare di sicurezza dei dati in Italiano rallentato con uno spagnolo che sa di legge ma non sa di Italia. Un raggio di sole che aleggia sull’asfalto umido, l’A1 in riserva, la tangenziale che scorre sotto le gomme che corrono.

Un sonno incredibile, in corpo. Quasi bianca la notte prima, quella di Alice, tra le luci della vecchia Milano. E solo sogni a popolarla, nemmeno un incubo.

Un prosecco sul terrazzo, poi due, poi tre, scrivendo le note di una vita stonata dopo una tonante notte sintona.

Prosciutto, melone, prosecco, Amelie ed Alice, l’aperitivo con lo smalto lilla e verde. E un giro al fuori salone. Perché bisogna, necessita, solleva, allevia e giova.

Porta Genova, tanto per cambiare. E Milano bella come la luna in piena estate. Davanti alla stazione una banda di fiati, ottoni  e percussioni fa tremare la terra e sentire la vita. C’ha un che di un film alla Kusturica, questa immagine. Note di Bregovic, sentore di Cinque Terre, di sale e olive e limoni, luci alla Spielberg, scene di Muccino.

Diecimila persone su un ponte che ne porta cento, la sosta, la coda, il ruttino delle polpettine di pollo del Temporary Food Store di Ikea, pronto pronto per l’Expo.

La notte che scorre, la vita che va, la gente che cammina disorientata, e centomila passi sotto ai piedi di questa serata di prima primavera che profuma d’estate.

Il bar più bello, una lavagna nera col gesso che dice che qui fanno il Negroni. Due Negroni, quelli giusti: stasera non c’è proprio niente di sbagliato.

La piattaforma della Microsoft, laggiù, illuminata di luci verdi, dove si può vedere il proprio avatar sulla parete. Ed Amelie e Alice che passano, gonne corte, cappotto rosso, occhiali verdi, sorrisi alieni. Ballano e passano, davanti a tutti, come gli attimi belli di una vita a fare un ologramma luminescente.

Le luci sulla strada: ‘Out there isn’t a place, it’s a state of mind, out there is inside, all of us, join us there’.

Uno sconosciuto spilungone che fa strada nella folla, il suo amico nano che cerca di attirare l’attenzione: come Gulliver ed il lillipuziano, proprio come allora, che faceva tanto freddo.

La calca, pressante informe e stolta. La ressa di quantemila persone compresse in uno spazio troppo piccolo a cercare la vita nel nulla cosmico della solitudine inetta. Sembra di stare a Venezia, che si cammina in tantemila in calli piccole, ma qui il traffico è indisciplinato, lo straniero è ineducato, la città è davvero diventata cosmopolita. La fama di Virgilio si inerpica nella notte nera come la più banale notizia di cronaca tra Alice, Amelie ed un nuovo anello coloratissimo dedicato ad un prezioso indice.

La Smart cabrio rossa marchiata ‘Amor di Patata’, Amelie con la gonna troppo corta che finge di metterla in moto, due trilobiti che commentano con gretta ignoranza lo spettacolo della grande bellezza di una donna intelligente che guida.

Il Naviglio che non finisce mai, il laboratorio anarchico riconvertito a luogo artistico, la nuova Darsena che spalanca lo splendore di Porta Ticinese e l’acqua nella notte della città morta di sete ed operosa di febbre di vita.

Due passi, tre. Poi Amelie accelera ed Alice racconta un particolare vivo. E canta.

Anche Amelie, allora, canta.

‘Chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi…’

E di colpo la strada esplode. Voci di qualche ragazza, prima una, poi due, poi dieci. Poi una nota di uomo.

Poi tante, poi più, poi tante di più.

Perché un cappotto rosso ed un occhiale verde cantano a squarciagola una canzone vissuta e tutti se la ricordano.

Camminano veloci, Alice ed Amelie, e cantano.

Cantano e non è importante che sia imbarazzante, vistoso o stonato: è bellissimo.

‘Chissà chi sei, chissà che sarai, chissà che sarai di noi, lo scopriremo solo vivendo’.

Ci pensa la strada ad esplodere, come nel pieno di un buon concerto in mezzo al prato. Dieci, dodici, cento voci assieme, tutte a ricordare note stranote e vissute, memorie personalissime, essenze private da condividere con le corde vocali.

Amelie ride, sorpresa, e canta di più.

‘Comunque adesso ho un po’ paura…’

Alice esplode, di quella palla di energia cosmica che per lei è normale e che per il prossimo è stra-ordinaria, sorride e canta, di più, ancora..

‘… Ora che questa avventura sta diventando una storia vera, spero tanto tu sia sincera!’

Non importa il viaggio in macchina, la fame, il panino merda che non han mangiato in piazza Lima, la somma delle intolleranze alimentari.

Importano solo le note di quest’attimo, la singola voce che intona un coro inatteso, la magia acappella dell’acqua che riflette le luci di una porta della città sul nero liquido abitato da piccoli Germani Reali ed il personalissimo pensiero dedicato da Miss Witty e dalla Interpretazione Possibilista alla vita.

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