La locomotiva coi fiori

Son le dieci e mezza, rileggo il calendario, le cose da fare, i sogni. E finisco il prosecco che accompagnava sarde, erbette ed olive nere che la mia provvidenziale mamma ha fatto arrivare nel frigorifero di Ground Zero.

Ascolto Fresu, come sempre, quando devo riflettere. E poi cambio, sempre e sempre ed ancora. Resiliente ed ondivaga.

Le imposte sono chiuse, i vestiti per domani sono pronti. Lo Skywalker mi ha insegnato a proteggermi dalle intrusioni e dai ritardi.

Srotolo il mio fine settimana da Miss Wolf per ricordarmi che ho fatto, o quasi, tutto quello che dovevo (ed anche quello che volevo).

L’aria è un po’ pungente, qua fuori, ma profuma di primavera e quindi di speranza.

Il gatto mi guarda perplesso dal divano, chiedendosi dove abbia potuto vincere una locomotiva a vapore in luogo di una amica umana. Ma mi capisce, io lo so. E mi sale in braccio, come sempre, mentre scrivo.

La casa è ancora pulita, più o meno. E comunque l’ho messa in ordine, come i pensieri nella testa. Quelli belli, quelli di lavoro e soprattutto quelli bastardi, che arrivano a tradimento di domenica mattina e poi insistono, feroci, la sera.

Un altro fine settimana da sola, già. Almeno duecento ne ho passati così, negli ultimi cinque anni. Sono così abituata che quasi non mi fa più impressione.

Quante cose ho fatto?

Meno di quelle che avrei voluto, ma tutte quelle che avrei dovuto, cambiando l’ordine dei fattori.

Perché anche nella vita vale la proprietà commutativa e basta imparare ad essere più flessibili che volubili. Il tempo non si adatta, le cose sì.

Basta ripensarle in un nuovo schema di rappresentazione.

Una gita all’ufficio postale a ritirare cinque raccomandate: tre certificazioni uniche, una multa per eccesso di velocità, una cartella esattoriale. Le aspettavo tutte: il tempo corre mediamente meno veloce di me.

Una puntata in farmacia: la mia pelle ed il mio corpo hanno bisogno di cure ed attenzione.

La spesa. Già, che non la facevo da quindici giorni e a Ground Zero non c’era più niente da mangiare.

Shopping in un’ora e mezza. Mai vista questa impressionante capacità di rifarsi un guardaroba di calze sensuali e divise strappamutande da consulente del cazzo in così poco tempo, spendendo una incalcolabile cifra di amore per me stessa e per il mio bel lavoro.

Un pranzo alle tre del pomeriggio con chiacchiera abbozzata. Non ho la testa per pensare alle cose gioiose e divertenti, tocca rimandare a domani.

Due ore di lavoro, il cambio degli armadi, la casa in ordine.

Una telefonata di mia madre che esce da scuola e scoppia di vita e saggi fiori che mi salvan la vita.

E poi una cena tra amici con la giugulare che si gonfia per tutte le volte che cerco di esprimere un concetto e qualcuno alza così tanto la voce che non ho la forza di ribattere.

Mi vien da piangere, sono troppo stanca.

Fanculo anche alle lacrime, ne ho già versate troppe.

Una notte di sonno, quello vero. Perché i fiori di Bach, quelli giusti, fan bene anche alla locomotive. Mesi che non dormivo, una settimana che, meravigliosamente, dormo. Poco, è vero, ma dormo.

Una notte di sogni, fin troppo strani, che prospettano un enorme incontrollabile desiderio di futuro, lasciandosi tanti inutili, e diversi, passati alle spalle.

Stamattina il cielo è grigio, ma pizzica di cambio di stagione, di primavera, di un’altra, attesa, vita nuova.

Dieci minuti nel letto a rileggere le lettere d’amore, quelle vere, che mi esplodevano sotto le dita tre anni esatti orsono ed io non avevo la più pallida idea del guaio in cui mi sarei cacciata.

Com’ero bella, e ingenua, e piena di speranza.

Due lacrime. Due lacrime, sì, di quelle, però, che non fanno più male.

Un’ora di lavoro, a organizzare una domenica piena di cose da fare. Due di seconda colazione: troppe cose da dire con la mia socia. Io, lei, un litro di caffè americano ed una deliziosa torta di cioccolato e pere.

E poi il lavoro, già. I miei mostruosi file di Excel che pochissimi capiscono (ma qualcuno c’è), trenta job descriptions, qualche decina di email, un calendar impossibile da pianificare che però ho messo insieme (forse).

Una telefonata di mio padre.

I lavori tutti consegnati, o cambiati di ordine con domattina, visto che mi scoppia la testa.

Un’ora passata a farmi bella, perché irradiare splendore mi fa camminare dritta e fiera ogni giorno, tutto il resto lo do già per scontato.

Due ore ancora davanti al mio prezioso Mac, a finire tutto ciò che dovevo e volevo.

E poi un attimo di riposo e ricomposizione qui sul Guscio, con un goccio di amaro, due sigarette, una buona cena nello stomaco e una settimana di divertentissimo inferno davanti.

Sarò matta, sì, ma va bene così. Come mi ha insegnato Luca.

Non ha capito che vado bene così, ma mi ha insegnato che va bene, va bene così.

Matta come un cavallo, frenetica come il traffico di Manhattan, pigra ed iperattiva assieme.

Io, le parole, le farfalle ed il mio terribile, bellissimo, lavoro.

‘Live every moment, laugh every day, love beyond words’.

Ha ragione Lorenzo: non ditemi cos’è giusto, ditemi cosa vi è piaciuto.

A me piace così. Con la protezione zero spalmata sopra al cuore, aspettando che sia domani.

 

***

La playlist di questa sera:

Sì dolce è il tormento – Paolo Fresu e Uri Caine – 2006

L’amore non esiste – Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè – 2014

L’estate addosso – Lorenzo Cherubini  -2015

Va bene, va bene così – Vasco Rossi – 1978

Il cielo in una stanza – Gianna Nannini e Gino Paoli – 2015

Il mondo è perfetto – Giuliano Sangiorgi featuring Planet Funk – 2012

***

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *