tredicimilacinquecentotredici giorni

Stasera, una bella sera tra amici, un amico ha fatto una cosa speciale: ho ordinato un Amaro del Capo, me ne ha portati due.

*Uno per te, uno per Luca*.

Legati per il manico da un cucchiaino, immagine metaforica delle torri Petronas.

La mia famiglia, i miei amici cari, un compleanno che viene tra poco, un bimbo che mi si arrampica addosso, la luna gialla nel cielo nero della notte e grigio delle nuvole. Fresu che suona ‘Sì dolce è il tormento’.

Ho visto un film a tutta velocità. Intuito il verso della felicità, quello che ho misconosciuto per anni.

Ricordo poco e tanto, di questi tredicimilacinquecento tredici giorni che son già trascorsi.

Ricordo quando ho imparato a scrivere, che per me è stato come imparare ad amare.

Ricordo quando avevo sette anni e il mio papà e la mia maestra Emilia ne avevano trentasette e a me pareva una impossibilità logica.

Ricordo l’amara sensazione di essere un brutto anatroccolo, che del cigno si scorgeva, da lontano, soltanto il collo.

Ricordo lo studio leggero e ben riuscito, l’emozione travolgente e straziante del primo amore, quello che non si scorda mai e che adesso ha due bambini e gli voglio un sacco di bene.

Ricordo i primi occhiali neri da gatta strega, un ciuffo lungo e biondo platino, le amiche del cuore a scuola, gli appunti che ho bruciato nel cortile del Berchet nell’unico giorno in cui non era intelligente farlo.

Una fuga dalle Channel Islands, il primo esame di matematica, l’ultimo di metodologia della ricerca. Ricordo le mie Doctor Marten’s rosso ciliegia e la mia me più vera, seduta a gambe incrociate sotto ai tavoli alle feste, il bicchiere nella mano destra e la sigaretta nella sinistra.

Ricordo le lunghe notti in macchina a correre, il G8 del 2001, la mia laurea in rosso, una gonna di pelle nera, un mazzo di rose.

L’estate a Fontane Bianche, la prima volta che ho visto la Valle dei Templi, il giorno che è nato Chopin ed io sono uscita di casa.

Ricordo traslochi, matrimoni, case da costruire, vite da inventare.

La mia splendida squadra alla DEDO, l’infinito amore con cui lavoravo, le sfide, la passione, le tante vittorie, le poche ma dolorose sconfitte.

Ricordo gli occhi d’oro del dottor Stranamore, lo strazio della separazione, lo stillicidio degli anni che son seguiti, con la famiglia lontana e il gatto che corre sui muri perché lui è l’espressione di me ed io non ero felice.

Ricordo, con gratitudine, stima ed infinito affetto, la voce di Massimo, che cita assieme Heidegger e Daniele Silvestri per entrare in contatto con la testa e la pancia assieme.

Mio fratello che mi lascia una busta nella casella della posta per essermi d’aiuto e darmi coraggio, anche se siamo lontani.

La prima Vigilia di Natale da disadattata.

I pesci dell’Egitto, con Sara. Il viaggio negli Stati Uniti, con Stefania, e quel meraviglioso diario che mi accompagna ancora nella memoria e nelle parole.

La mia nuova, bellissima casa, che era tutta nuda e vuota e poi, improvvisamente, aveva una parete verde acido ed una lilla, segno di grande affetto.

Ricordo, purtroppo, un paio di scelte davvero sbagliate, che però mi hanno insegnato cosa non è e cosa non voglio. E soprattutto cosa non farò mai, ad alcuno, che mi si avvicini con fiducia e senza difese.

Ricordo, con gioia, il primo giro su un Honda CBR 1000, una gomma bucata, una grigliata sul terrazzo, Vasco che canta, quattordici ore insieme senza nemmeno un bacio.

La Libia, il mio trentaseiesimo compleanno, la casa svaligiata, un piccolo progetto che comincia, un Capodanno con gli amici.

Un giorno e mezzo tra Catania e Roma, un nuovo modo di guardare le cose, uno svenimento in minigonna rossa, un’estate sul terrazzo, e cento colazioni per ogni weekend da quando sono qui.

 

Delle tante cose che ricordo, conservo solo l’amore. Quel poco che ho saputo dare, il tanto che ho ricevuto.

Un grande grazie a chi c’è stato, in questi tredicimilacinquecentotredici giorni.

Con questo spirito, di eterna gratitudine, mi predispongo al compimento del mio trentasettesimo capoverso esistenziale. Somma di scelte ed errori, percorsi e discorsi che mi han portato qui, stasera, sulla tastiera silenziosa e le note di Paolo Fresu, ad amare con ferocia la vita.

Una farfalla sul piede sinistro, un fiore di loto sulla caviglia destra, il Chi alla base di un lungo collo da cigno che ricorda ancora che non era, ma credeva, di essere una infelice anatra.

Grata dei doni che ho ricevuto, fiera del fatto di cercare di usarli al meglio, mi affaccio a quest’età che trent’anni fa ritenevo matematicamente impensabile, selvatica e felina, confidando nel fatto che l’otto settembre che viene mi conservi all’altezza dei miei sogni.

Buonanotte, così: https://www.youtube.com/watch?v=WYvpgLqeG0c

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