Estate alla rimessa dei treni

L’estate è arrivata anche qui, alla rimessa dei treni.

Tempo è, oramai, di rallentare, ridurre la pressione, smettere di sbuffare e lanciare fischi per segnalare il passaggio.

Tempo è, oramai, di fermarsi e fare un po’ di manutenzione ordinaria.

Gli ultimi cinque giorni di viaggio sono stati così lunghi e intensi che non ho ancora capito esattamente se mi son proprio fermata o se sto ancora rallentando: frenare un treno in corsa in due minuti è più difficile che lasciarlo andare fino a che l’inerzia non smorza il moto.

Che dire dei primi due giorni in stazione?

Ho cominciato alla grande: un pranzo con i miei genitori, proprio lì da Dindi, dove siamo stati assieme quella domenica di giugno. Solo che stavolta il menù proposto era di pesce ed era davvero eccezionale. Abbiam fatto due passi in corso Italia a guardare il mare e le navi, siam scesi a Boccadasse ritrovando la familiarità di tanta somiglianza alla nostra Venezia, ci siam seduti stanchi morti, accaldati e assetati, ciascuno col suo vistosissimo cappello in testa. Ho dato l’ultimo colpo da maestra prima di smettere di prendere decisioni per qualche tempo: Pigato, grazie. Una bottiglia. Non sappiamo come, dopo l’antipasto era già finita e ci siam bevuti la seconda. Impepata di cozze e insalata di mare calda, grigliata di totani e morone alla ligure. E ti sarebbero piaciuti un sacco … e li so cucinare tutti… e mentre non sei qui faccio l’esperimento del totano sulla pietra: se viene bene come dico io te lo preparo quando torni.

Mio padre parlava a raffica, troppe informazioni nel suo grande cervello. Io anche. Pensa alla mia povera mamma che cercava invano di farci cambiare discorso e smettere di parlare di lavoro. Ad un certo punto, complice forse la seconda bottiglia, noi ci siam calmati e lei ha cominciato a raccontare, guardare il mare, sognare. Sembrava proprio di essere in vacanza. Quella parola lì di cui io quasi non ricordo il significato.

Poi ci han raggiunti Francesco e Mattia, la mia famiglia adottiva genovese. Il caffè assieme, nessuna parola di circostanza e tutta la vita espressa nei sorrisi di persone che non si son mai viste ma si son trovate bene. Un discorso serio, serissimo, e un sottile sorriso di soddisfazione sulle labbra di chi parlava. Forse non tutta la fatica è sprecata, non tutta l’energia riposta è andata consumata. In fondo, a volte, per il principio di conservazione… qualcosa va nel verso giusto.

Ho fatto il viaggio di ritorno fiondata sulle curve, la musica a bomba, perché l’unico posto dove volevo essere è qui. Sono arrivata a casa e mi son schiantata sul divano come una roccia stanca che riposa sulla montagna che la sostiene. Mi aspettavano Chopin, Anna, i fiori sul terrazzo, il mio amplificatore che suona.

Ho dormito poco e male, ma ho dormito. Mi sono alzata, ho fatto colazione, ho ridormito.

Un pranzo con Anna sul terrazzo di Ground Zero, chiacchiere fiume come se non fosse passato un minuto e son passati due mesi.

Un intero pomeriggio a leggere l’ultimo Camilleri, scovato per sbaglio mentre facevo la spesa, divorato come il filetto al sangue sulla losa.

Il sabato sera a cena coi nostri amici, finito al luna park dell’idroscalo. C’era la luna piena ed andare sulle autoscontro con Liana che ride mentre guida ed io che filmo è stato spassosissimo. Ho lasciato attaccato a quegli urti e a quel volante un livido verde sul ginocchio sinistro e un buon terzo delle mie collere professionali ormai quotidiane. Sono rimaste lì, sul pavimento lucido della pista, e conto di mettere a terra al più presto anche le altre.

Ho piantato una craniata sul muro, come al solito, mentre camminavo strillando nella casa degli orrori appiccicata tra Ciccio e Pisca, ho urlato dal ridere e anche questo mi ha fatto un gran bene.

La notte è stata più facile da affrontare, anche se gli incubi, e quei brutti pensieri di lavoro, cercano sempre di divorarmi il sonno.

Sto col telefono come se fosse spento, che rispondo a giusto ai pezzi di cuore vicini. Tra un po’ faccio finto di riaccenderlo, ma solo per colmare l’enorme distanza che la vita ha stabilito tra me e alcuni altri, pochi, preziosi cari che non sento da tempo immemorabile.

Per il resto: ‘siamo come il sole a mezzogiorno, senza più nessuna ombra intorno’.

La locomotiva è ferma in rimessa a sfiatare calore, la gatta si lecca le ferite sul terrazzo, io mi metto a leggere.

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