Almeno credo

Cari amici,

ricompaio stasera dopo quattro mesi di inaudito ed imperdonabile silenzio, mi raccolgo nel mio piccolo nido zeneise per il poco tempo che stanchezza e lavoro mi lasciano, accendo la musica e rifletto un po’.

In questi  giorni di parole non scritte ho imparato così tante cose che mi scoppia la testa, specie perché non le ho ancora decodificate bene e sono così concentrata sull’obiettivo che stocco le informazioni in qualche angolo protetto del mio cervello e aspetto che venga il tempo per rifletterci. Stasera che strano, però, mi sembra di aver tempo solo per questo.

Son mesi che vivo in un’altra dimensione: uno spazio-tempo che niente ha a che fare con tutto ciò cui sono usa. Sembra di stare in “Midnight in Paris”: son salita su una macchina d’epoca una sera che forse ero un po’ brilla e mi son catapultata in un ambiente che non conosco, dove tutto è nuovo, diverso e difficile da affrontare. Nemmeno Liga e Lorenzo riescono a riportarmi a casa.

C’è l’aspetto, l’età e la femmina. E scopri a trentasei anni belli suonati che ti guardan tutti come se fossi una bimba, come se non sapessi niente del mondo. La san più lunga gli altri, sempre. E delle volte hanno anche ragione: ci son tante cose che l’età stempera ed io, con la mia assurda espressione da folletto, spesso pecco di intemperanza ed esaltazione. Solo che c’è un problema: non credo che cambierò molto. Non credo che qualcuno riuscirà a radere al suolo la mia innata fiducia nella vita né l’entusiasmo con cui affronto le cose. Temo però che a suon di prendere facciate contro il muro mi romperò il mio bel nasino. Una faccia da bimba che non mi rende credibile, un temperamento troppo acceso che mi fa passare per inconsapevole anziché coraggiosa, un abito da femmina cucito su uno spirito virile che mi espone agli schiaffi di un mondo che rimane maschilista e misogino e non mi permette di picchiare né di piangere.

Ecco, scopro a trentasei anni suonati che essere non più giovane, femmina ma estremamente volitiva mi rende invisa, incompresa e soprattutto impotente. E un guerriero impotente è una specie di impossibilità logica. Donami, Padre, più pazienza. Donami, Padre, la ventura di poter diventare un Mite. Sarei più calma e più felice, più equilibrata e probabilmente più amabile.

Poi c’è l’arroganza. E c’è l’umiliazione. E anche questo non mi era mai capitato. Non mi era mai successo che qualcuno cercasse di schiacciarmi per splendere di più. Credo che ognuno di noi rifulga di suo, del suo, e non abbia alcun bisogno di eclissare il prossimo per apparire più luminoso. Sono sentimenti che non conosco, e quindi non riconosco. Forte di quel poco che sono, che per me è davvero tanto, non ho mai pensato che per apparire di più io dovessi, e tantomeno potessi, cercare di oscurare qualcun altro. Ognuno ha il suo posto, nel mondo. La moglie, la madre, la figlia, l’amante, l’amica. Non è di più o di meno, è diverso. Ha senso essere un netturbino come un capo di stato. Non ha senso umiliare il prossimo: credo si possa aiutarlo, ascoltarlo, imparare tutto ciò che ha da insegnare.

Invece ci son persone che ti umiliano, per divertirsi. O forse solo per sopravvivere a se stessi. Mi interessa poco il perché, anche se non è da me: mi fa troppo male. Non mi hanno allenata da piccola a sopportare umiliazioni e arroganza: da grande non so come si fa. E non mi serve la pacca sulla spalla sul finire, di quello che ti ha maltrattato e poi ti dice: ma tanto sei brava. I ‘bravo’, i ‘grazie’ si dicono dopo, non sono palliativi della difficoltà, bensì espressioni sincere del benessere. Detti nel mezzo son solo consolazione per i miseri che non vivono che dello sguardo degli altri.

Poi c’è la solitudine. Ecco, quella la conosco, ma non la ricordavo più. Non mi ricordavo più come fosse sentire il peso di Atlante sulla schiena, tenere duro ad ogni costo per reggerlo, tirare come una locomotiva e scoprire che poi i vagoni si staccano e uno rimane solo come un cane. Non mi ricordavo il peso delle decisioni prese in dieci secondi, razionali, oculate, pensate, guardandosi alla specchio dentro un bagno per capire se la scelta è quella giusta. Avevo dimenticato la solitudine del capo. Ed anche se ho tutte le carte in regola per sopravvivervi, mi pesa infinitamente. Tiro, tiro, tiro. Se mi fermo un secondo e mi giro indietro non c’è nessuno. Ed io posso solo ricominciare a tirare, come se fossi un mulo.

Qui si fa una fatica boia: son lontana da casa, dalle mie cose, dalle persone che riempivano le mie giornate di un confortevolissimo, sereno, benessere. I giorni cominciano presto, ed io sono notturna. Non si capisce come mai, però, finiscono tardi lo stesso, ed io tra le altre cose sarei anche un po’ stanchina (come Forrest Gump). Sto tutto il tempo in mezzo a persone più grandi che han tanto da insegnarmi ma forse niente da imparare: non so a chi raccontare come sto. Non riesco a lasciarmi andare: mi vien da piangere fin troppo spesso e le lacrime non scendono nemmeno tra le pareti bianche della casetta celeste.

Faccio fatica, una fatica incredibile. Passa il tempo ed il mio ruolo di Cassandra si funesta sempre più palese. Parlo e non mi spiego. Vedo scenari nascosti dietro un velo di nebbia ed ovviamente mi dicono che devo cambiare occhiali. Percepisco indistintamente l’impossibilità di governare e quella di riordinare. Metto a posto una cosa e se ne disfano tre. Un po’ Guccini nella sua ‘Avvelenata’, più facilmente Liga in ‘Caro il mio Francesco’.

Già, son proprio giorni duri. Con pezzi di cuore nella mia cara Milano che nemmeno sanno che questa scelta che ho fatto mi sta costando occhiaie e silenzi che non vorrei, con scogli insormontabili davanti all’orizzonte, che non si vede niente oltre, con la inutile convinzione che non sono indispensabile ma che il fatto che io faccia la differenza, ora, sia socialmente utile.

Ecco, sto un po’ così, che il guerriero si è accorto che avere solo la sua forza non basterà, che la gatta si è accorta che ha artigli che non graffiano muri di gomma, che il vaso si è riempito e la misura è colma e non si vede modo di far funzionare le idee di Archimede.

Faccio benzina scrivendovi, amici cari. Ho scoperto che sono umana. Che le persone possono schiacciarmi, ferirmi, umiliarmi ed ignorarmi. E che questo, per la maggior parte degli uomini, è normale ed io devo solo abituarmi.

Mi tengo le mie poche, infinitesimali soddisfazioni: i sorrisi sinceri, qualcuno che si fida, i pochi amici che, pur lontani, non recriminano. L’idea che la Malesia non sia poi così distante, il buon vino, la fede.

E la più bella canzone che abbia scritto Jovanotti: terra degli uomini.

E a volte i forzuti si accasciano
dimenticano ogni lezione
Lo sai cosa intendo se dico
che a tutto c’è una soluzione
e tutte le luci si accendono
miliardi di pixel si infiammano
si muovono a ritmo di un battito
di un battito
di un battito

E sotto ai miei piedi c’è un pozzo
sulla mia testa c’è il cielo
e io vivo proprio nel mezzo
nella terra degli uomini
dove suona la musica
e governa la tecnica
e mi piace la plastica
si sperimenta la pratica e
e si forma la lacrima
dove suona la musica
e il futuro si srotola
e l’amore si fa…
e l’amore si fa

Son sempre i migliori che partono
ci lasciano senza istruzioni
a riprogrammare i semafori
in cerca di sante ragioni
e c’è sempre un gran sole a sorprenderci
nell’indifferenza degli arbitri
che stanno lì a leggere i monitor
con le facce impassibili

E sotto ai miei piedi c’è un baratro
e sulla mia testa c’ho gli angeli
e qui siamo proprio nel mezzo
nella terra degli uomini
dove suona la musica
l’amicizia si genera
dove tutto è possibile
dove un sogno si popola
la chitarra si elettrica
e risuonan gli armonici
dove ridono i salici
dove piangono i comici
e la forza si amplifica
ed il sangue si mescola
e l’amore è una trappola
mica sempre però
qualche volta ti libera
e ti senti una favola
e ti sembra che tutta la vita non è solamente retorica
ma sostanza purissima
che ti nutre le cellule
e ti fa venir voglia di vivere… fino all’ultimo attimo oh

Dove suona la musica
nella terra degli uomini
dove trovi anche un posto per chi
ti sorride da un angolo

Fino all’ultimo attimo
fino all’ultimo attimo
fino all’ultimo attimo
Oh

 

 

 

 

1 commento su “Almeno credo”

  1. Ciao Chiara , tu sei entrata in un orto ben coltivato in decenni con reciproche complicità’ da alcune ( poche) persone , fatto di ” vecchi metodi collaudati e classiche chiusure alla genovese.( perché’ cambiare cio’ che funziona anche se vecchio e obsoleto ?
    Quindi non ti meravigliare se trovi resistenza e ostruzionismo ( mascherato da finto collaborazionismo) da chi con l’avvento del nuovo sistema perderà’ potere e visibilità’.
    Per quel che mi riguarda , io dico sempre che a Genova ci vorrebbero 100’000 milanesi per svecchiate la mentalità’ da “partecipazioni statali
    ” che ci sta’ facendo morire.
    Aggancimi pure come vagone di testa, io sono curioso , magari un po’ lento ma a me piace studiare e capire bene quello che faccio ( no automa),
    Se vuoi un giorno di questi ti spiego un po’ di P
    Ciao e DORMI DI PIU’
    Roby

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