Solstizio d’inverno

***Ti porto via con me***

Del duemilatredici voglio portar con me, più di tutto, la speranza: quella C che mi son tenuta addosso tutto l’anno, oltre a quella della doppia consonante con cui inizia il mio nome, e che me l’ha fatto chiamare, ogni giorno, duemilaCredici.

Porto con me un anno che inizia in mezzo all’abbraccio della mia famiglia,

            lascio qui un progetto che avevo scritto e che nessuno ha capito.

Porto con me l’opinione di Aldo sulle mie parole, anche quando ricamavo sulle sue,

porto con me la stima di Walter, amico e maestro e grande uomo, che vale più di un’altra brillante laurea.

Al duemilatredici lascio le mie seconde, dolorosissime, dimissioni da un incarico importante,

e la paura e l’angoscia di affrontare un futuro senza certezze,

del duemilacredici porto invece con me l’affetto e la riconoscenza dei tanti che hanno letto e risposto al mio testamento professionale, ricordandomi che quel che ho fatto non è perduto e che qualcosa qualcuno ha imparato: uno su tutti il mio caro, carissimo, Marco.

Porto con me il concerto di Paolo Belli al Blue Note e il rhum bevuto con papà ascoltando “Hey signorina”; porto con me la stima di quelli che mi hanno ascoltata parlare, quel pomeriggio del 25 gennaio, e mi hanno dato la fiducia di costruire una cosa nuova.

Porto con me la mostra di Picasso, un fine settimana al mare d’inverno, “Lugar Comum” ballata sola, sulla sabbia della spiaggia d’oro, con gli stivali alti e Federica che mi aspetta in Calata Cuneo.

Porto con me una bellissima lettera d’amore, che non è servita a niente ma almeno io l’ho ricevuta.

Lascio qui, invece, l’uomo che scrisse quelle parole, poco importa che lui le definisse verità.

Al duemilatredici lascio il dolore, il pallore, la magrezza e le occhiaie.

Gli lascio quella elegante e travolgente bellezza sprecata che non voglio più esperire, di me.

Lascio le lacrime e soprattutto la ricerca dei modi di non essere.

Del duemilacredici mi tengo stretta, forte forte, al cuore la certezza di non trovare traccia, dentro di me, di pensieri suicidi, nonostante il peggio che io sapessi immaginare.

E una telefonata di Fabrizio DV, che mi ha regalato una brillante opportunità di imparare un sacco di cose.

Porto con me formazione, competenze e persone nuove, qualcuna davvero speciale.

Porto con me i successi dei post di Guscio, l’affetto di Michele e quella strana sensazione di sentirsi dire, da chi sembrava non volermi bene, che sono una donna straordinaria.

Del duemilacredici porto con me il giorno in cui mi sono chinata su ciò che era rimasto di me e me ne sono presa cura, uscendo a fare un giro in moto finito a fare una grigliata sul terrazzo di Ground Zero perchè si era bucata una gomma.

E soprattutto mi porto “Va bene va bene così”. La voce di Vasco e gli occhi sottili di Luca, le corse in moto e le risate forti di un uomo algido e pieno di rigore che, senza saperlo, probabilmente mi ha salvato la vita.

Porto con me la gioia infinita di essere adultadolescente con Maria, viaggiando in macchina verso Camogli, ricordandoci di quant’era bello essere giovani e di come lo sia, diversamente ed altrettanto, essere grandi.

E non ho niente da lasciare qui, della scorsa primavera, se non la paura di non essere all’altezza di me stessa.

Porto con me due giorni di lavoro a Barcellona,

lascio qui la prima gomma dell’Audi bucata e costata un patrimonio quando non ce n’erano nemmeno per piangere.

Porto con me il concerto di Lorenzo, una cena a Torino, la speranza di ritornare a lavorare coi visionari.

Porto con me le partenze di Anna, i suoi viaggi, i suoi ritorni, e quegli spritz tra noi che son meglio della benzina di una Ferrari.

Porto con me le cene sul terrazzo, il pesce preparato con le mie mani piene d’amore, i fiori che han riempito di vita la mia vita.

Lascio qui la seconda bucata gomma dell’Audi,

quindici giorni a piedi

e una cartella esattoriale che picchia duro più di tre mesi di compenso quando ne assommi meno di mezzo.

Porto con me un pranzo al Rubacuori e un amico di un’altra vita, uno sguardo da mago e una orchidea rosa.

Porto con me venti ore con Stefania, le sue parole e la sua vita,

e depongo l’idea che ci siano sogni troppo grandi per essere sognati.

Porto con me il compleanno dei sogni, la festa di fine estate, i miei piedi nudi trascinati sulla strada alle cinque di mattina dopo aver versato da bere a tutti i miei ospiti.

Lascio qui le bugie di alcuni, le malelingue degli altri, l’insonnia.

Porto con me il coraggio di lasciare un uomo che non mi ama.

Lascio qui i ladri che hanno svaligiato il mio appartamento, cercando di distruggere il mio piccolo mondo.

Porto con me il mio piccolo mondo: Chopin, Ground Zero, il mio Mac col display retina e la vita spostata, diversa e bellissima, che facciamo a Melrose Place.

Porto con me la mostra degli Irascibili, una visita guidata nella galleria più speciale del pianeta, l’aperitivo da Viola.

Porto con me la libertà,

lascio qui il giorno del mio divorzio,

di cui ricordo, però, una bella voce piena di sole.

Porto con me “Il mondo è perfetto”, un messaggio mai partito, una telefonata di notte.

Lascio qui la paura che tutto questo non sia vero o sia sbagliato.

Con me, oltre il solstizio, porto le partenze mattutine verso Genova, il caffè a Boccadasse, la certezza che fare un buon lavoro sia importante e gratificante.

E la voce di Paolo, saggio, vicino, discreto, lungimirante, che mi ricorda che “per me ci vuole un uomo, non uno qualunque”.

Porto con me Domenico e la scoperta di quanto sia difficile e divertente essere sapiosexual.

Lascio qui i metrosexual, che son noiosi e anche un po’ seccanti.

Porto con me la sera di Halloween e la gioia incredibile di ballare, sorridere, cantare Battisti e sentirmi bella come voglio io.

Porto con me il nove novembre, perché mi ha regalato la certezza di essere ancora capace di amare.

Lascio qui il giocattolo per adulti infelici. 

Per chi lo cercasse ancora, ci sarà solo l’ultima tentazione di Cristo, a bruciare di luce.

Al duemilatredici lascio la paura, la notte buia, l’angoscia mattutina.

Del duemilacredici mi porto la speranza, indomita, di essere me.

Di amare ed essere amata.

E di trasportare nella vita la luce, la pace, la gioia.

Amen.

2 commenti su “Solstizio d’inverno”

  1. Ciao, Chiara
    troppo curiosa, ho voluto leggere questa tua riflessione / bilancio dell’anno passato…
    è molto bella, io ci colgo più speranza che rimpianti e più positivo che negativo.
    Quindi: avanti a testa alta verso il 2014!

    Rosanna

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