Giochi di parole

Mal di testa, oggi. Alice ha un sacco di mal di testa.

Amante dei rompicapo, ha trovato quello più difficile di sempre: accettare di essere un perenne passatempo inconsapevole.

Un giocattolo per adulti infelici che non han più voglia di giocare.

Una presenza importante che non è una scelta.

Così propensa al rischio da non aver più voglia di rischiare, ma conservandone il coraggio, Alice prova a dare una testata sul muro. Magari ha una illuminazione.

Invece scopre di essere una allucinazione: dopo quattro anni di disordine, confusione, delirio e dolore, il suo viso sembra ancora più giovane. Come se le rughe e i capelli bianchi si tatuassero nell’anima anziché sulla pelle al solo scopo di sentirsi dire “come sei bella” quando non fa più bene. Si vede che tra tutti i quadri in casa dev’esserci un ritratto, da qualche parte, come quello di Dorian Gray. A sapere quale sia, basterebbe tirarlo giù. Bruciarlo anche, magari.

Arrabbiatissima, cammina in giro per casa. E il telefono suona, suona, suona…

Perché ce ne sono almeno dieci, là fuori, pronti a dire: *che donna straordinaria che sei, Alice*.  Non bere sola, scoliamo piuttosto due bottiglie assieme a cena. Portami fuori stanotte, fammi girare sul mondo più volte, che un attimo e l’eternità, talora, coincidono. Non avere paura della notte, ci vengo io a non dormire, lì. Non chiudere il cuore, sarai il mio passatempo preferito.

Un biglietto per le stelle sui binari di un ottovolante.

Nitidamente, stamani, Alice lo sa: c’è una certa differenza tra un acchiappasogni e uno scacciapensieri.

Ma qui è come risolvere un sudoku con una sottomatrice in meno: per lei che ha ancora il coraggio di sognare ma non ne acchiappa uno, scacciare i pensieri di un altro anziché i propri è un paradosso.

Un’altra testata sul muro.

*Sei così malinconica in questi giorni, non sorridi più?*. Certo che sorride, Alice sorride sempre. *Eh, ma hai il sorriso triste, vorrei starti vicino, ma non sono capace, sei troppo complessa.*

Alice, finalmente, capisce. E accende Liga.

Perché c’è una linea sottile tra la voglia e il piacere.

Ha trovato una definizione, da acuta e maledetta scrittrice della beat generation di tre generazioni in ritardo, in viaggio verso Samarcanda sulla locomotiva che sferraglia.

Un cubo di Rubik di porcellana e seta.

Basta un vestito nero e stretto, le scarpe rosse e lo sguardo scettico. Basta abbassare gli occhiali e stanare l’interlocutore col sorriso della stregatta.

Basta essere abbastanza intelligente, nella conversazione, da sembrare impermeabile agli urti.

Nessuno si accorgerà mai che,

dietro la pelle bianca, la lingua tagliente e la montatura nera,

c’è anche Alice.

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