un grammo di angoscia (due)

Apri gli occhi di colpo. Sussulti: sei sveglia.

Una mano fredda e ossuta stringe forte lo stomaco e sale verso il collo, il cuore ha il battito accellerato, l’aria è rarefatta.

Non respiri bene.

Chiudi gli occhi. Forse se li tieni chiusi, va via.

Ma così è anche peggio.

Nel buio il battito del cuore rimbalza contro le pareti, la mano fredda stringe ancora più forte la bolla vuota tra lo stomaco e i polmoni, il silenzio è assordante.

Riapri gli occhi, ti giri dall’altra parte: c’è la luce del giorno fuori dalle persiane. Filtra un raggio di luce bianca che colpisce il lato Nord del letto e ferisce lo sguardo stravolto dal buio sudato.

Distesa, con gli occhi aperti, ti accorgi che non puoi respirare. La bolla di vuoto opprime i polmoni, le dita ghiacciate si piantano nella carne e ti fanno venire voglia di urlare.

Richiudi gli occhi, forzi il respiro, cerchi di guidarlo. L’aria non c’è.

Conosci questa sensazione da quando eri ragazzina, e sai che può durare ore.

Ogni mattina, il morso della fame della felicità che ti divora l’anima. L’urlo strozzato in gola della paura che la notte non finisca, che il giorno non cambi mai, che dentro risuonino, muti e madidi di sudore, il freddo, il silenzio, il vuoto, il buio, la morte. Per ore ed ore ed ore. Ore ed ore.

Un suono sul vetro, l’iPhone si illumina: il cervello si accende, calcola, ricalcola. Ipotizza che, muovendosi, le cose possano migliorare.

Ti alzi, in qualche modo, e ti tremano le gambe. Aria, nella stanza, non ce n’è e il bassoventre è contratto da uno spasmo doloroso. La spalla destra tira, forte, e la contrattura sale fino all’encefalo. E l’urlo acuminato di male perfora il cervello.

Hai gli occhi feriti da questa immensa luce bianca del giorno, che dovrebbe illuminarti e invece ti sembra di non vederla proprio, che non sia giorno, che non sia vita.

Ti trascini alla macchina del caffè, perchè vivere bisogna. Perchè lo spettacolo deve continuare. Accendi lo stereo. Un altro messaggio: qualcuno ti vuole bene, qualcuno passerà a scacciare i fantasmi.

E di colpo, incontrollata, una lacrima grossa sul viso. Poi un’altra, poi un’altra. Lacrima cara, figlia di una voce amata che ti fa sentire che sei al sicuro, che non sei sola.

Per un attimo, brevissimo, ti sembra di averlo ingoiato, un grammo di angoscia. Un grammo di droga cattiva, che ti sbatte forte contro il muro, ti strangola, ti schiaccia forte forte contro questa stupida, spaventatissima, te stessa.

Ludovico Einaudi — Eden Roc —, e il pianto che esplode e scroscia, fortissimo. Ingestibile, come te.

Sessanta lacrime in dieci secondi, calde e grosse, che spazzano via tutto in un attimo. Se piangi, respiri.

Se piangi, respiri.

Allora piangi, bambina mia, piangi, piangi, piangi tutta la tua infinita tristezza. Piangi la  paura, piangi l’unicità, che per te significa solitudine. Piangila tutta, che poi ricominci a respirare.

Piangi che sei profonda, piangi che sei difficile, piangi che sei intelligente e che fai paura.

Piangi, perchè se sei capace di lacrime, sei capace di amore.

E poi siediti, scrivi le emozioni che hai dentro così rimangono sul foglio e le ritrovi ogni volta che ti servono, ascolta e riascolta questa musica finchè non ha finito di suonarti dentro, metti tre cose in borsa ed esci da lì.

2 commenti su “un grammo di angoscia (due)”

  1. A te voglio dire.

    Che dire…
    Cosa dire?
    Dico che questa strana vita corre ed io sono dentro
    e non mi accorgo più che non parlo, da tempo.
    E allora dico, voglio dire, dico!
    Dico che ho un figlio che amo,
    oltre ogni illimitato limite di spazio e tempo,
    oltre la carne, oltre.
    Dico che ascoltare al telefono la sua voce al mattino e alla sera mi dà forza e coraggio.
    Dico che desidero il profumo di una donna che non ho,
    di fare l’amore, di coccolarla e di sapere che mi aspetterà ovunque io sarò,
    e che guardandomi negli occhi dopo una giornata faticosa mi prendesse la testa fra le sue mani e mi sussurrasse: ho voglia di te.
    Dico che in tutto questo casino di vita Gesù non mi ha mai abbandonato
    e come un padre mi tiene per mano
    e mi riporta a casa quando mi perdo tra i miei pensieri,
    il mio orgoglio,
    la mia solitudine.
    Dico che spesso mi capita di fermarmi a guardare quei due vecchietti,
    sempre più vecchietti,
    teneri e indifesi del mio babbo e la mia mamma.
    Dico che il loro cammino è sempre più vicino al compimento
    e come un bimbo impaurito e felice li stringo stretti a me.
    Dico che le giornate passano lente,
    veloci e poi ancora lente
    dentro un ufficio come tanti altri,
    con “colleghi” vicini o infondo, fin troppo lontani…
    Dico che mangio, dormo, mi sveglio, piango, ma soprattutto prego. Prego per questa terra, per me e per chi mi vuole bene.
    Dico che ho incontrato volti che sono diventati amici,
    amici perché hanno abbracciato difetti, limiti, fragilità ed errori assecondando “qualità”, “coerenza” e “bei ragionamenti”.
    Dico che ogni giorno, ogni ora, ogni minuto mi perdo.
    Dico che ho paura.
    Dico che sei bella da morire e qualsiasi altra parola sarebbe una vuota parola.
    Dico non preoccuparti dolce amore, mi perderò fra un minuto ma tu aspettami.
    Ti amo.
    Questo io dico.

  2. ho fatto dei video ti possono interessare sul sito? Video che domandano, che chiedono che cercano. bo vedi tu, sei tu il capo qui dentro.

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