Estate

***Estate!***

Alice mette il naso sulla superficie bollente della padella: sa di verde e di rosso, di sale e pizzica leggermente. *Mm, profuma.**

Di cosa? Dici?

Di curve, terrazze, pieghe e vento nei buchi di vecchi jeans a zampa. Di questo sa.

Domenica d’agosto, un caldo boia. Un raggio di sole violento arde sul rosso dei piccoli frutti di melograno sul terrazzo. Un bicchiere di Gewurtztraminer riposa all’ombra del tavolo.

Il pranzo quasi pronto, la casa pulita, le due del pomeriggio. E Alice che assapora assieme la punta della lingua e il colore frizzante dei ricordi e aspetta di mangiare.

Liga che canta “Salviamoci la pelle.” Salviamoci la pelle, sì, quella dentro e quella fuori. Amor di sé, sorrisi e crema solare (quella buona).

Quinoa rossa con un filo d’olio e prezzemolo fresco, asparagi di mare saltati col pesce spada e tre pomodorini salvati dall’esodo del frigorifero. Il vino che sa di sale e fiori, di qualche rosa e blu, la memoria della sabbia tra le dita dei piedi ancora pronte a spingere sui pedalini di quella moto rossa e nera, bella e feroce come la luna piena nella notte.

C’è da guardarla, questa estate che va, tra le nuvole in viaggio nelle cose che cambiano e che, finalmente, hanno preso una guisa tonda e pulsante. Vibratile, vera. Bella!

D’estate, talora, è anche sabato mattina. Questo il pensiero di Alice, tra un colpo di mestolo e un sorso di vino. Talora è sabato mattina e si possono aprire gli occhi, sotto i capelli e le ciglia arruffati, guardare l’ora e pensare che c’è ancora il tempo di andare al mare.

Jeans a zampa, due costumi, un libro (che non si riesce mai a leggere nel tempo delle chiacchiere e delle dita intrecciate), il preservativo per il casco e un sms allo Skywalker col destriero a motore.

Otto e venticinque: parcheggio di Melrose Place – dieci e quindici: il faro di Capo Noli.

Mezz’ora dispersa nello slalom bollente tra i milanesi in coda per un incidente a Masone. Il Turchino è tutto diverso, visto da dentro ad un casco: senza profumi e pieno di sfumature, col mare luminoso di scaglie bianche sotto il vento furioso ed una luce folgorante che buca gli occhiali da sole.

Lo Skywalker vola sulla strada come se nessuno rischiasse di morire, su quei viadotti pieni di curve, vento e auto da figaccioni in trasferta che non si lasciano superare agilmente.

Alice, lì dietro, pensa che di morire così, forse ma forse, ne vale anche la pena.

Skywalker, invece, vola e basta. Perchè lui è uno che cammina sulla scia del cielo, ha occhi sottili e il lungo corpo nervoso e rassicurante di chi parla poco ma dice solo quello che crede. E voleva andare lì. In culo al traffico, al sole, alla frana che poco dopo è planata al suolo lungo l’Aurelia, bloccandone il traffico. In culo ai limiti di velocità. Perchè se sei davvero una persona seria, da qualche parte dovrai pur metterla l’eccedenza, no?

Leccandosi le labbra, Alice riassapora il giorno di ieri e quei divini asparagi di mare che si è appena preparata pensando *Grazie mamma che mi hai comprato questa delizia!*. Il bicchiere di bianco suda, ma il vino rimane fresco, come i ricordi.  Una domenica agostana piena di sale anche in città, quando basta chiudere gli occhi e aprire le mani per sentire.

Torna indietro di un anno, Alice.

Piangeva.

Piangeva di uno uomo, che, di nuovo, si era presentato alla sua porta, avido di promesse e privo di futuro, dicendo che aveva finito di lavorare e voleva un caffè. Chiedeva energia e sorriso, attenzione massima, senza lasciare traccia di sé. Che l’aveva portata altrove, per qualche minuto, e poi lasciata sola a chiedersi: *Cosa sarà?*

Ora, ricordati di ieri, Alice, dell’altro ieri e di dieci giorni fa, della Libia, di luglio, del solstizio d’estate e della primavera… dei fiori sul terrazzo e di quella presenza costante e discreta che timida accoglie e silenziosa raccoglie e ride sempre.

Già.

Alice, ricorda, quindi, il suo sorriso sotteso oggi, tra poche sigarette e tante parole, il fatto che cammina, sorride e si appollaia come una ranocchia fiduciosa con le mani sul serbatoio di una moto potente ed educata, e si fida.

Può morire lì sopra, e lo sa. Ma si fida. E ride.

Estate duemilacredici.

L’isola dei gabbiani, il faro di Capo Noli, il cielo a testa in giù, immensamente celeste tra le rocce e gli arbusti verdi di un ponente ligure quasi montaliano.

La sabbia granulosa dentro al costume, la vacchetta istrionica col perizoma nero tra maschi tatuati e vento che porta con sè il profumo di mariujana ed il ricordo dell’esser stata giovanetta e mai, dico mai, perduta.

Un altro sorso di bianco ghiacciato e la memoria emergente ed incontenibile di un tango appassionato martedì scorso, tra l’abbraccio e le viscere. In un solo battito di cuore, la risacca intensa di un attimo, incredibile, di accoglienza della sua timida ed incommensurabile se stessa: Alice è tornata a ballare tango.  Che caldo fa, è martedì e sarà l’idroscalo: una lunga giornata di lavoro, una doccia, un vestito nero ed il coraggio inesperito di tornare a provare le scarpe da ballo argentate sul pavimento di Ground Zero.

Silenzio: la libellula e la gatta, finalmente, sono andate a vivere assieme.

Mille emozioni così normali da vibrare dell’intensità onesta avvertita solo dalle papille gustative: la moto, la sabbia, un morso sulle dita dei piedi. L’abbraccio di un uomo che vuole solo ballare il tango di Beba Pugliese. Le dita che puzzano di spada crudo, gli spaghetti di farro che bevono tutto l’olio, la bottarga che dice *tu sei importante per me*. Una cena di lavoro a base di carne cruda e parole difficili sul terrazzo di Ground Zero, il tramonto con la vista di Montevecchia, la vita che trema e Alice che rischia di scoppiare di gioia.

La posizione di ballo: le braccia aperte, il peso appeso, la centratura sull’asse.

La posizione da passeggero: le ginocchia sui gomiti, nessun punto saldo, le mani sul serbatoio, i polsi sottili che reggono un intero corpo.

Nina Zilli che canta di un’altra estate alle porte o già pulsante.

Il pesce alla griglia, le bollicine ghiacciate, il concerto di Lorenzo.

L’amica di una vita e quella dell’età adulta: la felicità guardata e quella in divenire.

Alice, forse, su questo bicchiere ci scriverebbe una canzone.

Piuttosto ascolta il fragore delle risate e si lecca le labbra, lorde di sale, prezzemolo e bouquet trentino.

Guarda una nuvola bianca nel cielo, riflessa sui quadrotti delle finestre di casa, incrocia le gambe e sorride.

Le viene un altro po’ di coraggio, casomai servisse, e si lascia andare al vento che soffia.

Il viaggio che canta verso il concerto a Torino.

L’ebbrezza di ballare in mezzo a quarantamila persone che inneggiano al pensiero positivo, sul prato. La Coca Cola, il sudore e la musica che pompa sangue nelle vene.

Lo spritz e la colazione sul terrazzo, tra chiacchiere intelligenti, pensieri sul futuro e intensità che pochi intendono e molti amano.

Una farfalla gialla all’orizzonte del cielo sugli occhi attenti a guardare il mondo.

Un visionario che sprigiona creatività dai pori e la scatena in energia attiva.

Il viaggiatore sul pavimento del cielo che tace, bacia e guida, sapendo sempre dove andare e senza promettere bugie.

Una cena tra vecchi, profondi, amici.

Il sudore sulle tempie e i capelli che di nuovo, dopo tanti anni, sono troppo lunghi per non arricciarsi.

Una stella cadente, nella notte dei desideri, ed un desiderio, uno solo: la felicità.

Le dita annodate, diecimila scalini in salita e discesa. Meglio la salita.

Sere d’estate, una volta dimenticate, tra le bollicine, le mani nelle mani, le lenzuola che abbracciano, il divano che guarda verso il mare anche se non c’è.

Un fratello che torna da Cuba.

La mamma al telefono.

L’allievo che supera il maestro.

L’amore, quello planetario, che si libera nella voce di un amico, nello scodinzolo del piccolo ladruncolo di famiglia, nel miagolio del gatto musicista.

Le curve della Serravalle, su due ruote.

La penna a sfera su un vecchio foglio a quadretti.

Il terrazzo di Alice, di blu, giallo, rossa e rosso.

Sole, azzurro, passione e coraggio.

Un soffio di vento, un caffè, un biscotto e gli occhiali neri, proprio quelli della stregatta, appoggiati poco  più a destra.

Estate.

L’eternità è un battito di ciglia.

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