Cosa sarà? …

 ***… che fa crescere gli alberi e la felicità?***

Stonata come una campana, me la canto seduta nel sole del terrazzo di Ground Zero…

… ringraziando il cielo per la grande occasione della salvezza.

Davvero una grande occasione.

Me l’aveste detto tre mesi fa,

che avrei potuto stare così bene, finalmente,

mai vi avrei creduto.

Ero così annegata dentro un disegno impossibile e pieno di insidie, che nemmeno ipotizzavo di alzare la testa sopra il pelo dell’acqua e vedere che fuori c’è ancora il sole.

Mi dicono che ci dovrei riflettere, che dovrei rielaborare quello che è successo e dargli un senso e un posto.

Ecco, non lo so se devo pensarci davvero.

Un posto ce l’ha: il passato.

Un senso, no. Decisamente non ce lo trovo.

Non ha avuto senso e nemmeno ragione un intero anno di massacro emotivo, un anno di silenzi, angosce, segreti e fughe.

Non ha avuto senso dedicare il tempo e lo spazio, e così tanto stupido amore, a qualcuno che doveva solo colmare un grande vuoto di energia, prendendosi la mia solo perchè ne ho tanta.

Soprattutto, non ha avuto senso sentirsi dire: ‘era tutto vero’, per poi scoprire che certa intimità è stata condivisa a mio detrimento.

Del resto, son mica un ragno che intrappola un povero cavaliere smarrito in una ragnatela insolubile?

Troppo facile dare la colpa a me, anzichè cercarla dentro di sè. Troppo facile.

Come tutto il resto, del resto.

Più di tutto non ha avuto senso trovarmi, la prima volta che scrivo d’altro, a leggere un sms che recita: ‘pensavo fosse per me’.

Eh già, perchè dopo che è passato un tempo che per me equivale ad un millennio,

dopo che ho vomitato tutte le parole che avevo per tirare fuori l’angoscia da me e lasciarla in un luogo sicuro,

dopo che mi sono faticosamente rialzata in piedi con le ginocchia tremule e le braccia insicure,

potrei mai essere così stupida da tornare indietro anche di un solo millimetro dicendo che “Va bene, va bene così“?

Decisamente, no.

Tutto il resto, quello sì, va bene così. Va proprio proprio bene così.

Il balcone pieno di fiori con un divano, un tavolo e trenta bottiglie vuote.

Le trasferte di lavoro, tra Padova e Barcellona, che mi fanno alzare all’alba e lavorare di notte, come una volta, quando lavorare era bello.

Un centinaio di migliaia di record da analizzare per progettare un corso di formazione fatto come si deve.

Qualcuno che telefona perchè sa che da me, in un modo o nell’altro, si ottiene sempre una risposta.

Il mio corpo sottile, tornato a sembrare una acciuga ripiena, che è diventato capace di abbarbicarsi a ranocchia sul sellino di una moto e correre nel sole, senza paura, senza vertigine.

Le mani affondate nella terra per invasare una bouganville, il naso arricciato sulla teglia per decidere con quanto cumino speziare i funghi.

Il tacco dodici, il vestito strappamutande, una riunione in tre lingue diverse.

Il naso alzato al cielo a guardare le guglie della Sagrada Familia, la musica dal vivo in un sentiero del Park Güell, un cappello da diva, tanti ma tanti, ma tanti bicchieri di Cava e una splendida bottiglia di bollicine rosè da sorseggiare ghiacciata con chi dico io.

Lorenzo che suona la mattina appena sveglia, due passi di samba sul tappeto arancione, il sabato passato a lavorare e sistemare Ground Zero, una domenica di sole trascorsa su due ruote verso le rive dei nostri laghi, pensando che magari davvero prima o poi proviamo ad andare al mare.

Questa è la mia vita (tieniteli tu i consigli), non ho più bisogno di soffrire.

Non ho più bisogno di sentirmi dire dalle amiche che sono stata drammaticamente fuori di me, nè di spendere le giornate tatuata al telefono aspettando un cenno di attenzione.

Ho imparato ad ascoltare Vasco, a cucinare le seppie al nero, a chiudere le imposte della mia camera, a chiamare il carro attrezzi per un pneumatico esploso in una buca.

Ho imparato ad aspettare, ad annaffiare i miei fiori appena sveglia, a non dare retta agli idioti e a non prendermela se qualcuno mi sottovaluta.

Scrivo poco, lo so, sto aspettando che si disegni la prossima storia da raccontare. Ho tolto tanti post dal Guscio, so anche questo…

ma sono fermamente convinta che le mie parole siano preziose, e non le voglio sprecare, mai più.

Sono felice, non ditemi che è poco.

Ho di nuovo degli incarichi che mi riempiono le giornate di lavoro e non mi lasciano deconcentrare con facilità.

Ho ancora amici che chiamano perchè mi voglion bene e mi sono liberata di presenze moleste di un passato troppo faticoso.

Ho attraversato e superato due attacchi violenti di collera senza assecondarli.

Ground Zero è tornata ad essere ospitale, aperta e piena di profumo di spezie e musica a palla.

Continuo a vivere senza regole, coi tacchi alti e le gonne corte, ma ho perso la malinconia di Lady Kerouac e ritrovato quello strano sorriso pulito che mi aveva fatto scegliere il nome di Alice.

Ho anche rimesso, talora, un gioiello al collo, anche se quei ladruncoli maledetti mi hanno portato via i più belli.

 

Non sono impazzita di colpo, ho solo fatto quello che ho sempre detto: affrontato la vita con onestà e coraggio, mettendo gli occhi dentro agli occhi di chi ho davanti, tenendoli sempre sgranati di curiosità e stupore.

E ha funzionato, ancora, di nuovo.

Non lascerò passare il tempo senza riflettere su come diavolo io possa essermi infilata in un simile inutile delirio, ma nemmeno lo trascorrerò guardando indietro.

Girarsi, quando ci si allontana, ha senso solo per incrociare gli occhi di un altro che, mentre risale sul suo veicolo, alza gli occhi per vedere se ci sei ancora e dirti ‘ciao’.

Cos’è, dunque la vita?

Quello strazio intenso e faticosissimo che ti fa volare in alto per due ore e poi strisciare al suolo per una settimana,

o piuttosto questo luminoso benessere denso di cose semplici, che mi lascia addosso un delicato profumo di sole sulla pelle (e un sorriso) anche quando sono a casa da sola?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *