Vent’anni

*** su queste note***

La pecora nera e la perla bianca in viaggio assieme, e siamo ancora amiche.

Vent’anni di acqua sotto i ponti, e siamo ancora amiche.

Come quando, appena presa la patente, ci ho portate a Desenzano solo a prendere un gelato, siamo partite venerdì sera, sedute davanti nella mia macchina che corre verso il tramonto. Liga che suona, poi Vasco, poi Lorenzo: la musica stasera la sceglie la piccola Sofia, che ha 5 anni ma le piace ‘Ti prendo e ti porto via’. Quattro donne, età media diciannove anni, ma sono le piccole di Maria che ci abbassano la media.

Le curve della Serravalle, il piano di sopra della casa di Camogli dove cent’anni fa siamo state un weekend molesto senza combinare guai.

Viola dorme. Sofia scopre il Grande Carro e la Stella Polare e che la terra gira anche se pensiamo di essere fermi.

Non siamo mai fermi, davvero.

Risveglio, caffè, coccole, costumi da scegliere. Maria è sempre perfetta, bellissima nel suo corpo da sirena mora. Sofia e Viola han due sorrisi che stravolgono di splendore qualunque espressione malinconica.

L’autostrada del levante, che la conosco ma meno del solito. Un parcheggio impagabile, la magia della Baia del Silenzio.

Un bagno nel mare ghiacciato, con la grande delle due piccole che vuole nuotare, da sola, e viene con me dove nessuna di noi due ci tocca.

Un castello di sabbia da distruggere, la Menabrea sull’asciugamano bollente, guardando fissa l’orizzonte. Un altro tuffo, ma l’acqua è troppo fredda e i miei capelli sono già sparati come quelli di Sonic, mentre Maria è sempre perfetta. Ma come fa?

Una pennica sotto il sole delle due, la focaccia che profuma di olio, due passi nella ressa del centro di Sestri Levante.

Gelato per le piccine, fragola e cioccolato; Pigato per le grandi, col sole che batte e il vento che ci secca la pelle.

Ritorno sulle curve dorate, correndo con la mia splendida macchina color perla che le tiene tutte e ‘Maledetta primavera’ che suona mentre cantiamo, chi con la voce, chi senza.

La spesa, la doccia, la cena sul balcone. Buoni questi gnocchetti bianchi col pesto che non pesta. ‘Come d’incanto’ prima di dormire, che a noi che siamo grandi piacciono ancora le favole. Sia a quella che l’ha costruita, con amore e dedizione, sia a quella che non sa se lo immagina o se l’ha mai ricevuto, il bacio del vero amore.

Chiacchiere serie e facete, tra le voci delle piccole che canticchiano, borbottano, si addormentano e si svegliano, sempre e mai al momento giusto.

Una notte di silenzio, sotto un cielo pieno di stelle con addosso il profumo del mare e la pelle che scalda e i piedi che bruciano perchè avevo le scarpe da tennis e ho dimenticato di mettere la crema, anche se Sofia mi aveva argutamente redarguita.

Però ho di nuovo un anellino al piede destro, e l’ha scelto Viola, tra un ‘nanna’, un ‘latte’, dopo aver guardato stupefatta il mare che le fa un po’ paura mentre strilla, affascinata, ‘acqua’!

Stamattina di acqua ne veniva giù tanta, mentre camminavamo tra i portici e le calli di Camogli. E c’erano cani da accarezzare, pezzi di focaccia da addentare affamate, con la pecora nera che beve lo spritz e la perla bianca che sorseggia un caffè americano.

Molto ma molto ma molto più bella ed equilibrata di me, Maria, coi suoi occhi verdi che sembrano due fari e la felicità stampata in faccia, è ancora la mia vecchia amica. Quella che sa dove andare, che sa cosa fare, che abbraccia le mie braccia forti e accetta la mia vita stonata e tanto dissonante dalla sua.

Prendo la grande, delle due piccole, in braccio, e corriamo sotto la pioggia battente, stringendole forte perchè prendano meno freddo possibile. Sarà possibile che non ne prendano?

Focaccia al formaggio, mmm quanto mi piace. E quanti ricordi, di sei o sette vite fa.

Una bottiglia di Pigato ed una di Rossese, gli unici amori che posso portare ancora con me del ponente ligure, e che trasporto tanto volentieri a Ground Zero.

Un viaggio di ritorno sotto le gocce, chiacchierando con una piccina che dorme e una che guarda Cenerentola, beata lei.

Ancora noi. Io che guido e Maria che chiede, disserta e sostiene.

La mia vecchia amica del cuore. Quella con cui ho diviso tutto, dal primo amore a due matrimoni. Mi guarda con quegli occhi splendidi e non mi sento strana, ad essere una pecora nera. Sono solo diversa, e non sfortunata.

Solo tanto, tanto, tanto diversa.

Ma siamo sempre noi, cresciute, evolute, smarrite nelle cose, talora, ma sempre noi. Lei con la sua perfezione sofisticata e io col mio brillante e travolgente delirio.

Così diverse, così lontane, così vicine.

Così che a guardarmi, pecora nera, mi sento originale e distinta, non perduta e disastrata.

Vent’anni, e siamo ancora qui.

Tra le partite di pallavolo, via Melzi d’Eril, la focaccia di Recco in via Marsala, il baretto fuori dal Berchet, il caffè nero e amaro, la Sibi, la Betta e un Capodanno a Londra, gli amici a Venezia (quelli veri), l’esame di storia della musica e quello di filosofia della scienza. Un fine settimana a Venezia con Siso e Lorenzo.

Una lettera letta, con commozione, al mio matrimonio.

La foto più bella del mondo.

Una lontananza forzata.

Una lettera. Un aperitivo col pancino di cinque mesi.

Un parto che c’ero solo al telefono perchè assaggiavo l’infelicità ma non avevo il coraggio di dirlo.

Una gita a vedere la mansardina arancione a sentirmi dire che va bene anche così, basta che io sia felice.

Un weekend a Budapest.

Un fidanzato molesto, che però a Maria sta simpatico. Finalmente. Un marito stupendo, il suo. Una serie di amori sbagliati, i miei.

La speranza di cenare, per una volta, tutti insieme e che non sia l’unica.

Un fine settimana a Budapest, pieno di foto e pioggia.

Una telefonata allucinante quando ho dovuto lasciare il mio adorato dottor stranamore.

Una cena tra quattro vecchie amiche, che non funziona più niente ma ci fa pensare. Il mio primo componimento lungo, letterariamente sbagliato ma ci è piaciuto. Centomila telefonate con me che piango al telefono.

La prima volta che ho fatto l’amore con il guerriero maori e la sera cenavamo assieme.

Due sms che non sono arrivati, nelle feste. Un equivoco. Il milionesimo.

Ma Maria non manca mai.

Le sue parole, più di tutto. *Per come ti conosco io, Chiara, devi almeno parlare.*

E come sempre, ha ragione lei. Che mi conosce come le sue tasche.

Un aperitivo, una cena, un fine settimana al mare ed io che so ancora stare coi i bambini. O forse con le bambine?

Sì, grazie amica mia. Ti voglio sempre bene, ancora bene, come allora.

Tanto.

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