dal carrozzino dell’ottovolante

***Κύριε ἐλέησον***

Ci sono delle volte che la vita ti chiede di essere.

Tu, solo tu. Precisamente te stesso, in quel bastardo istante in cui devi decidere se essere o no, se essere vivo, se essere integro, se essere all’altezza di quello che pretendi (o forse solo, silenziosamente desideri) dal tuo prossimo.

Io mi chiedo: ma capita solo a me? Sarà presuntuoso presumerlo, ma tanto non cambia niente. Non vale di meno, non pesa di meno, e nemmeno sposta meno le viscere se penso che non capita solo a me.

Seduta sul divano, con le spalle contratte e le gambe incrociate, sono in questa posizione da tre ore e non me ne sono neanche accorta. Non sento niente: non ho fame, non ho sonno, non ho sete. Ma tra mezz’ora anche stavolta il Prosecco sarà finito ed io non saprò come e penserò a Grace Kelly e a un terrazzo e mi chiederò qual è il miracolo che fa sì che io continui, strenuamente, a resistere. Ad ascoltare questo Kyrie, sollevare le mani e tendere le antenne verso il cielo.

No, non respiro. Me ne rendo conto solo quando, ogni tanto, tiro una boccata di fumo e soffoco. Ho quasi trentasei anni e non ho ancora imparato a respirare. Seduta su questo divano, aggrappata a me stessa con tutta la forza che ho, fumo, bevo e non respiro. Subisco lo scossone e il fremito di quel momento in cui la vita mi ha chiesto di essere, per l’ennesima volta, non so se dieci o cento minuti fa, me.

Parli o non parli, bambolina spaventata la cui voce è finita in un antro scuro e non esce più?

Non parlare, non è strategico, non è intelligente, non serve a niente e forse non fa neanche bene. Già, ma non è parli o non parli. È di più. Sei o non sei?

E un pugno sale asmatico dall’intestino alla bocca dello stomaco, e colpisce forte. Un cazzotto duro, violento, dritto fino al mento, e te lo sei dato da sola. Viene da dentro, schiaccia, comprime. Ti sbatte in faccia uno specchio come la locomotiva contromano sul binario su cui stai camminando. Quella sei tu. Esattamente tu. Apri quella cazzo di bocca e parla, perchè se non lo fai non sei all’altezza delle tue occhiaie e delle tue dita lunghe.

E mentre parli fai un altro giro di ruota.

Perfetto: l’hai voluta studiare, la filosofia? Ed eccolo qui, il giro di ruota, il grammo di angoscia, l’eterno ritorno nietzscheano che a scuola non ci avevi capito niente.

Torna su tutto come una grigliata di carne malcotta e cattiva, che la rivomiti a pezzi interi annegata nel vino di cui non senti più il sapore. Torna lo schifo, torna il terrore, torna la paralisi alle gambe che ti impediva di prendere decisioni. Torna l’impotenza, la sconfitta, la sensazione di essere stata piallata da un ferro da stiro bollente su una lastra di vetro.

Torna e ti ricorda tutto, ma tu quella brutta malattia non la riprendi più. Le pillole rosse fanno prosperare gli anticorpi. Vomiti pezzi di vetro e fango, ma non ce li hai più dentro. Hai scelto un’altra strada, e non ti prendono più, nelle scarpe da corsa.

La ruota ha fatto il giro, il film si è svolto tutto, solo guardato da un altro punto di vista. E le immagini scorrono di nuovo come se non fossero passati quattro anni, ma dieci minuti. Il panico, l’ansia, il senso di colpa. La disperazione, l’impotenza, la collera violenta. E tu, nonostante tutto questo, credi ancora a Cenerentola?

Sì.

Ascolto Lucio Dalla, leggo Massimo Gramellini, prego con i palmi ardenti rivolti verso il cielo, metto in circolo il mio amore, e credo a Cenerentola.

Quindi, stasera prendo tutta la forza che ho, incasso il pugno e apro la bocca. Dico solo quello che penso, anche se fa schifo. No, perchè fa veramente schifo dire quello che pensi a chi ami, perché magari gli fai pure del male. Ma la vita ti chiede, in un attimo: chi sei? Sei all’altezza di te stessa?

Mi viene di farmi piccola piccola, così piccola che vorrei non occupare spazio. Se sto chiusa, compressa, piccola piccola piccola, raggrumata tra le ginocchia e il viso senza riconoscerne il confine, forse non sento questo morso violento. Non sento il panico, il cuore che non batte, i denti che si stringono e questa arcigna mano secca e gelida che mi sale dallo stomaco alla gola e non mi fa nemmeno deglutire il Prosecco.

Se mi faccio piccola piccola e nascondo gli occhi tra le dita, nessuno mi vede e io non sono qui e tutto quello che mi capita intorno non è vero ed io sono ancora una bambina e c’è un padre che si vede e si tocca e sembra invincibile, e non solo la speranza di quello del piano di sopra, quello di Liga col gilet, che si sente solo con le mani aperte verso il cielo e non sei neanche tanto sicura che sia lui.

Invece no, sono lunga e anche arrotolata occupo troppo spazio. Non ci sto più, nel guscio. Non ci sto più da secoli. L’ho rotto tutto, mi son leccata con la saliva salata le ferite purulente delle schegge. Talora sento ancora qualche latrato, ma è solo un’eco sconnessa di un passato remoto e sbagliato. Le schegge rimangono ammucchiate in un angolino a ricordarmi le sbarre della gabbia in cui non voglio più vivere nè costringere alcuno. Le cicatrici mi bruciano la gola. E io stendo le gambe, apro la bocca, do fiato al pensiero, metto me stessa in parola. Sono quello che sono. E poi lo scrivo.

Io, così, con la mia maledetta angoscia e la mia violenta onestà. E non so neanche se sono felice, ma sono io.

Viva.

Per di qua, comunque vada, sempre sulla mia strada.

 

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