Compagna di un viaggio solitario

Rivoluzione: la neve la porta con sè assieme al vento del Nord.
L’aria fredda, la stanza gelata, il sogno, l’acqua passata, la tosse, la notte appena iniziata e la rivoluzione. Dentro. Anche se forse non sarà sempre tardi, per me.

E così mi sveglio un sabato mattina e faccio *pulizia*.
Non è solo ordine, e non ha niente a che fare col pulire sul pulito o avere un raptus isterico da casalinga disperata uscita da un telefilm.
È prendere le cose che non servono più, quelle che appesantiscono, che occupano spazio e quindi tempo e, semplicemente, liberarsene.
Li-be-rar-si.

Vestiti di una vita precedente, regali che non recano più ricordi con sé, CD incisi per chi non c’è più. Vasi di fiori sempre vuoti. Lettere che avrebbero dovuto essere d’amore e invece sono pezzi di ghiaccio che non si squagliano neanche a ventidue gradi. Foto di un album di nozze mai completato che fanno venire i brividi studiando gli sposi e un largo sorriso, invece, osservando gli amici di sempre che sono ancora qui. Aprire e chiudere la mia tesi di laurea e decidere che deve rimanere dov’è, sulla mia bella libreria piena di parole di altri (quasi tutte).
Prendo tutto e faccio due viaggi fino all’antro del re della montagna, che mi spaventa per quanto è buio e puzza: il locale pattumiera di Melrose Place.
Odio buttare la rumenta, ho sempre odiato buttare la rumenta. Ma vivo da sola. Chi deve buttarla? Io. Nessuno può gettare via la mia spazzatura. Tocca a me la gita in quell’angusto, orribile, ghiacciato angolo di mondo. E ci vado, eccome se ci vado, anche se lo odio.
Ma quando torno su è tutto più pulito, più liscio, più accogliente.

Ho bruciato incenso e mirra, a Ground Zero, sabato mattina. Per vivere adeguatamente il mio personalissimo Avvento di questo Natale che sarà il più difficile dei miei trentasei.
Per prepararmi alla vita nuova.

Ho buttato, pulito, bruciato. Poi sono stata distesa, immobile, un’ora, al buio della mia casa. Mi sono alzata, ho guardato nello specchio il mio guerriero e la mia gatta interiori e li ho trascinati fuori di casa.
Una sbronza colossale. Due pezzi di cuore dei miei anni da studentessa brillante che incontro per caso, sette ore di chiacchiere densissime e un numero imprecisato ma impressionante di bicchieri vuoti.
Ero io, quella lì. Bella come in quegli anni in cui ero la più bella e mi ostinavo a disconoscerlo. Dove sono andata a finire?
Dov’è quella studentessa piena di idee e di sogni, che ancora parla in greco antico col suo vecchio amico ormai avvocato dopo il sesto bicchiere e si aggira con lo sguardo sperduto e morto dalle risate per un bar della vecchia cara Milano bene di cui conosce anche gli angoli del bagno?

Seppellita sotto milioni di record di Excel.
Massacrata da un telefono che suona di continuo e serve solo a rispiegare, per l’ennesima volta, una procedura già condivisa, una regola già illustrata, una storia già raccontata e prevista.
Annegata in quel nutrito gruppo di uomini che continuano a chiedere a me cosa dovrebbero fare delle loro vite infelici. A me lo chiedete, io che sono adultera, fedifraga, separata e di nuovo amante, di nuovo adultera e di nuovo fedifraga ma dall’altra sponda di questo fiume di fango in cui mi muovo agilissima da cinque anni?

Dove sono le mie risate, dove sono le mie speranze, dove sono i miei sogni?

Forse sono rimaste tutte dentro uno studio del secondo piano sopra la biblioteca della Bocconi, un lunedì di ottobre di undici anni fa. Quel lunedì che ero ancora stordita per essermi appena laureata e pensavo che come al solito qualcuno mi avrebbe detto che cosa dovevo fare.
Mai passato per la mia testa che avrei potuto scegliere io.
Il mio eccessivamente venerato relatore Orsenigo mi chiese: ‘e adesso che fai?’ Non mi disse cosa dovevo fare.
Il mio spaventosamente inutile fidanzato Alessio mi disse: ‘cazzo vai a fare a Pisa? Pisa è lontana.’
Pisa è lontana?
Mi sa che ero io che ero lontana, molto lontana da me.
Con un soprammobile di fidanzato di cui mi sono liberata poco dopo senza neanche farci troppa attenzione. Con un lavoro troppo facile che non mi interessava e non aveva neanche molto valore.
Cosa ho fatto?
Niente.
Come al solito, ho aspettato che qualcuno mi desse una spinta, che mi dicesse cosa si aspettava da me. Orsenigo non mi ha detto niente. Mio padre non mi ha detto niente. Alessio non ci capiva niente. Ed io niente ho fatto.
Niente dottorato di ricerca, niente Scuola Superiore Sant’Anna, niente ricerca.
Nessuna classe di studenti a cui insegnare quello che penso, che mi piace, che studio.
Nessuno da aiutare a crescere. Nessun paper da scrivere.
Forse è lì che ho fatto crack?

No, crack l’ho fatto sei mesi dopo. Dopo l’ultimo afflato vitale che ho avuto prima dell’incontro col Bianconiglio. Sei mesi di vacuità e semi coma etilico, di giorni che avrei dovuto vivere per pensare e invece li ho spesi a fare cose. E poi Matteo, e poi la gabbia, e poi l’anestesia che è durata una eternità.

Le pulizie e la sbornia del sabato mi hanno portato una domenica piena di silenzio e di angoscia. Niente succede per caso, no? E quindi nel giorno in cui tutto dentro di me è vuoto e un po’ cupo, non c’è nessuno. Nessun faro vicino, nessun raggio di sole dal mare.
Solo un impietoso sterminato cielo celeste da guardare.
E passo ore a dimenarmi tra il sonno, il mal di schiena e la testa che rimbomba, fino a tornare indietro, fino a rileggere quelle terribili ‘schegge di Guscio’. Fino a scoprire che sono vuota come uno dei miei vasi di fiori, ma le schegge non mi feriscono più. Quelle ferite sono rimarginate. Quelle cose sono andate a posto. Ho fatto i conti con l’anestesia e mi sono scrollata di dosso i conati di vomito che l’hanno seguita.

Tutto il resto è ancora lì. La strada che non ho fatto, il futuro che non ho scelto.
E che adesso, semplicemente, mi sembra non esserci.

Cosa ci faccio qui?
Io?
A compilare report in Excel, a scrivere procedure per chi ne ignora il senso, a motivare persone che neanche si accorgono che non ho più la forza nemmeno di piangere?

Non sopporto più niente. Sono nervosa, sono isterica, ho la schiena che tira come se mi avessero chiusa dentro una scatola decisamente troppo piccola per starci tutta.
Non trovo un senso nelle cose che faccio.
Non sopporto le conversazioni inutili.
Non tollero chi continua a chiedermi quale sia la strada per la felicità e poi non fa niente per imboccarla, anche se magari ce l’ha sotto al naso.
Sono stanca di lavorare nel vano tentativo di costruire qualcosa che qualcuno entro sei mesi, distruggerà. Sono stufa di sentirmi dire che posso fare tutto quello che voglio: cazzo, se lo sapessi, cosa voglio, l’avrei già fatto.
Grazie.

Se avessi una storia da raccontare, scriverei un libro.
Se sapessi cosa voglio ‘fare da grande’, mi candiderei per qualche posizione.
Se sapessi dove, andrei a vivere vicino al mare.
Se avessi il denaro che non ho saputo guadagnare, col mio encomiabile cervello che ultimamente serve a poco e giova anche meno, andrei a fare un viaggio per riposarmi.
E mi riempirei gli occhi di colori e profumi e sapori, e passerei le mie giornate raccontando quello che immagino negli sguardi delle persone o che percepisco nelle inflessioni delle loro voci.

Invece, evidentemente, devo ancora stare ferma, fino a che questa nebbia piena di lacrime sottili e tiepide non si dirada un po’.
Solo che io sono davvero stufa di stare ferma.
Di non avere il coraggio di chiedere. Di non riuscire a guardare oltre la siepe. Di non sapere dove andare, né perché.
Ci sono tre cose che so che voglio, ma talora nemmeno oso desiderarle, come quando vedo una stella cadente. Se non esprimo un desiderio, non rischio che non si avveri. Anche se adoro ‘la notte dei desideri’.
Le ho scritte, una volta, la scorsa primavera. Le ho scritte, in segreto, su un pezzo che ho chiamato ‘il sogno’. Ho sorriso per ore, dopo essermi lasciata andare a tirarle fuori da me e riporle, con delicata attenzione, su carta.
Poi le ho messe via, come se non ne fossi all’altezza.
Le lascio lì, almeno per adesso, lette in segreto e chissà se dimenticate da una persona sola al mondo. L’unica con cui dividerei il sogno.

*Ho fatto tutta quella strada per arrivare fin qui e mi è toccato partire bambina, con una piccola valigia di cartone che ho cominciato a riempire. Quasi sempre ho provato a parlare, ma non sentiva nessuno, e le parole che mi sono avanzate sono finite tutte nella valigia e lì sono restate. E le mie braccia oggi non lo reggono neanche a stento, il peso della valigia* infatti ho la schiena spezzata di due.

Chi l’aprirà, la mia valigia, per farmi piano piano vedere che c’erano solo quattro farfalle un po’ più dure a morire?

1 commento su “Compagna di un viaggio solitario”

  1. Allora:
    1. secondo me non devi stare ferma: anche se non sai cosa fare, le scelte sbagliate sono meglio delle non-scelte.
    2. le statistiche dicono che 35 anni non e’ un’ eta’ al di fuori della standard deviation per intraprendere studi superiori. Sono anni che lo dico.
    3. Get out of there.

    S.

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