se Dio avesse la voce…

… canterebbe così.

Sì, lo so, è solo un sabato qualunque, un sabato italiano.  A Milano piove, fa freddo, e come solo noi che viviamo qui sappiamo, è tutto terribilmente fastidioso, disturbato da questa umidità gelata che si mischia col traffico della movida di fine settimana e innervosisce e raschia l’umore.

Eppure, dietro la porta scura e pesante del Blue Note, sembra di essere su un altro pianeta. Nero e caldo, anche se noi siamo in ritardo.

Dieci secondi, per sederci al tavolo, e sette americani sul palco.

Sette perfetti inglesi, tre donne e quattro uomini,vestiti così drammaticamente male da far invidia ai Village People. Sette personaggi agghindati con un pessimo gusto estetico, sì, ma la voce di Dio sul palco. Non una, sette, come i giorni che ci sono voluti a fare il mondo e riposarsi, non uno di meno, non uno di più. La perfezione fatta armonia sonora.

Non ci sono strumenti sul palco, nemmeno l’ombra, eppure la melodia suona. Eccome.

Perchè gli Swingle Singers si esibiscono “a cappella“. Non hanno bisogno di nulla, nessun effimero orpello, che non siano le loro purissime voci.

Meglio degli angeli, deliziano lo scarso ma entusiasta pubblico milanese in un sabato piovoso di un ponte autunnale, inebriano lo spirito ed accarezzano l’anima.

Intonano, con voci forti e delicate assieme, sottili e profonde, pezzi che spaziano dai Beatles a Bach senza soluzione di continuità.

Tanta è la gloria e la pace e l’emozione nell’ascoltarli che non si può che tacere, estasiati, e poi applaudire, sfegatati, nei pochi secondi che ci lasciano, tra un brano e l’altro, per esprimere la sincera e travolgente gratitudine della vibrazione altissima che sanno donare.

C’è una bond girl alta un metro e un po’, coi leggins neri e le scarpe verdi, una vichinga con la decolletè scozzese e una gonna di jeans, una gattona mora piena di curve con l’infradito ai piedi e una canotta con stampata la bandiera statunitense. Uno spilungone rasato, con gli occhiali stile Steve Jobs e l’espressione ingegneristica, un giovanotto con la masticazione inversa e il mascellone alla Ridge di Beautiful,  il biondo simil-americano di una stagione di basket finita male e il capellone sorridente e brillantissimo coi pantaloni rossi. E ciascuno di loro ha una voce diversa, e divina.

Il soprano, il tenore, il contralto, non so… non mi interessa.

C’è che lassù, su quel palco a due metri da me, stasera, era la voce di Dio che intonava la vita.

Non trovo definizioni ulteriori del concetto di unisono e di armonia. Di consonanza e differenza. Di fusione della diversità.

Ricordo note melodiose e brividi sulla pelle. Ricordo il senso vago di avere la pelle d’oca per l’aver ascoltato John Lennon, per una volta non cantato da sé, e di averlo amato ugualmente.

Un’ora di concerto vola così veloce che nel momento in cui finisce ti par di esserti appena seduto, anche se di pezzi ne hanno cantati almeno dieci, nel frattempo. E non c’erano strumenti, non c’erano artifici. Solo sette voci magicamente diverse e fuse a realizzare il più etereo prodotto dell’arte umana: la musica.

Potete immaginare due mani che si muovono, il suono che irradia l’intero locale, e un contrabbasso che non c’è, pur percepito, se non chiudete gli occhi?

Potete immaginare la voce che diventa danza, sopra il palco, e si muove assieme al passo vagamente coreografato di sette corpi trasformati in puro suono armonico dalla magia creativa di chi li ha messi tutti assieme?

No, finchè non ascoltate gli Swingle Singers che intonano Libertango.

Non ho potuto tacere, alla fine dello spettacolo. Non ho saputo non piangere. Mi sono commossa ed ho stretto la mano a tre di loro, ringraziandoli, da ballerina di milonga, per l’emozione fradicia e sbalordita del più bel Libertango che io abbia mai potuto ascoltare. E ne ho ascoltati tanti.

Non ci sono parole abbastanza per rendere merito al bandoneon risuonato da una voce che viene direttamente dal cielo, dall’armonia profonda e fusa di suoni e colori così diversi ed aggraziati, da una passione così forte e bassa eppure così spaventosamente angelica.

Libertango, cantato dagli Swingle Singers, si può solo ascoltare, ringraziando Dio per tanta armonia messa assieme sullo stesso palco, senza strumenti, con la sola grazia celestiale di sette voci così intonate da diventare ineffabili e mettere in scena con le sole corde vocali tutta la passione terrena e umida del più bel tango che mai sia stato interpretato.

Misero sarà pure, lo so, il mio parere di critico musicale poco istruito, ma infinita la mia gioia, stasera, nell’assaporare con tutti i sensi un così grande, incredibile spettacolo.

Grazie papà, per avermi regalato questa occasione.

Grazie Dio, per aver messo tanta grazia in una umanità così apparentemente ordinaria.

Grazie vita, per le infinite pieghe di meraviglia stupefatta che sai prendere.

Grazie Astor, per aver scritto Libertango ed averci permesso, stasera, di ascoltarla così.

 

3 commenti su “se Dio avesse la voce…”

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