dal Guscio, con altre schegge

Sono tre anni, ormai, che scrivo qui.

Mai ci avrei creduto, quel lontanissimo giorno di agosto, che avrei trovato una casa per le mie emozioni e non avrei continuato, incessantemente, a cambiare anche quella. Me lo ricordo come fosse adesso, quel fottuto, maledetto, terribile agosto del duemilanove. Andava tutto a rotoli, proprio come adesso. Che ci sia un anatema lanciato sulle mie estati?

Faceva caldo e io ero magra magra magra. Mangiavo poco, leggevo tanto, dormivo quasi niente. Sedevo sul tappeto arancione, guardavo spaventata il cielo, ascoltavo Ludovico Einaudi, pregavo di riuscire a piangere per liberarmi dall’angoscia di vivere.

Cambiato tutto, non è cambiato niente. Ho cambiato, e cambiato e ricambiato casa. Ho cambiato, e cambiato, e ricambiato uomo. Ho cambiato modo di vestire, colore e taglio dei capelli, montatura degli occhiali.

Ma è sempre agosto, e io sono sempre magra magra, mangio poco, dormo niente. Ho un paio di occhiali neri, siedo per terra a gambe incrociate, ascolto Ludovico Einaudi e prego di piangere.

Però, in quei giorni, ho trovato il coraggio di fare una cosa nuova.

“Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is. 43,19)

Mi sono fatta tre regali, per quel mio compleanno: il Guscio, nella sua prima, rudimentale, innocentissima versione; il mio Chi tatuato sulla prima vertebra; il mio autoritratto in trentadue capoversi. Adesso di tatuaggi ne ho due, di capoversi devo scriverne trentacinque, di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima, ma da allora tra restyling, riorganizzazioni, approfondimenti, scrivo qui. E così, proprio come pensavo, quando torno e mi rileggo, ritrovo esattamente quello che ci ho messo dentro ogni volta che ho lasciato una riga.

Capita che mi chiedano perché lo faccia, di sbattere me stessa in faccia al lettore in questo modo così insolente, egocentrico e incontrollabilmente pubblico. C’è chi mi dice che lo faccio per autoincensarmi. Chi mi dice che lo faccio per insicurezza, per vedere me stessa riflessa negli occhi degli altri. Chi mi consiglia di farne una professione (magari).

In realtà, io scrivo e basta. Perché è l’unico modo in cui so guardare me e la vita. Non ne conosco altro, di canale espressivo. Mi siedo qui, dovunque sia qui, scrivo, spero che mi leggiate (in effetti) e poi torno a cercarmi.

Mia madre una volta mi ha detto che per ritrovarsi bisogna perdersi. Io mi sono persa così tante volte, dentro me stessa, nella nebbia della paura, nel ciclone della collera, nella spirale dell’inquietudine, che riconosco solo questa via, per ritrovarmi.

Scrivo. Qualche volta scrivo per divertirmi, qualche volta scrivo per raccontare qualcosa che ho visto. Per qualche persona speciale ho scritto per donare. Il più delle volte, semplicemente, scrivo per stare assieme a me stessa e amarmi, almeno io. Continuo, inveterata, a credere di non essere amabile. Allora cerco di farlo da me stessa, mi siedo qui per terra, vicina a me. Mi accarezzo la testa con compassione, come ha fatto Michele oggi pomeriggio, abbraccio la bambina piccola e spaventata che abita dentro di me. Accarezzo la gatta, sorrido al guerriero e guardo in fondo al vaso, dove c’è il fango. Se Dio vuole, ogni tanto, riesco anche a piangere. E tutto quello che esce, dal pianto e dalle dita sulla tastiera, rimane qui. Non se ne va. Non perdo un grammo di me. Lo tiro fuori, lo metto qui. Non lo dimentico ma mi alleggerisco, anche solo per qualche minuto.

Ogni tanto non ho nessuno a cui scrivere, per le più svariate ragioni. E allora scrivo sul Guscio. Senza destinatario preciso, per tutti quelli che sceglieranno di esserlo, soprattutto per me, che sono l’unica che conosco che mi sa scrivere.

Il Guscio compie tre anni, più o meno oggi. Io ne compio trentacinque, più o meno tra trenta giorni.

Vedo lo stesso buio che vedevo allora, sento lo stesso freddo che sentivo allora.

L’unica differenza è che adesso ci sono abituata, che ho realizzato che vivo da sola, decido da sola, sbaglio da sola. Ho imparato che l’inquietudine è mia, e non è una brutta malattia da curare. Ho imparato a non avere paura del buio e a guardarci dritta dentro. Ho imparato che sono coraggiosa e forte. E quando sono così tremula e annego nel blu notte, ascolto solo musica vera. Non mi nascondo più, non faccio più finta di niente. Non parlo se non ne ho voglia, non mi carico dei fardelli altrui per non pensare ai miei.

Guardo la vita dritta in faccia, penso che son più le volte che mi fa incazzare di quelle che mi fa sorridere, mi siedo per terra e scrivo.

Ho riletto, stasera, un trilione di parole di Chi?!. Mi sono ritrovata uguale, solo coi confini più definiti e forse con qualche spigolo aggiunto dalle intemperie del tempo. Qualche osso che si vede di più, un paio di rughe d’espressione che stavolta non spariranno, la sensazione di essere davvero una supernova sul punto di esplodere, più che di illuminare.

Rileggo e risento l’onda.

La paura del primo viaggio da sola. Le ferite delle schegge del guscio che mi si sono conficcate nella pelle mentre lo spaccavo fuori e che non se ne sono più andate. Le emozioni altalenanti di Chiara che inventa Alice e che un giorno si osserva stupefatta da fuori e quello dopo riannega nella versione unopuntozero. La mia vecchia, bellissima e inutile casa coniugale, l’amore che ho cercato di provare, invano, per la mansardina arancione. Il primo Natale senza famiglia, ma con un’altra famiglia, anche se non convenzionale. Il silenzio dei primi mesi del duemiladieci. L’incredulità nell’esperienza dell’ebbrezza nelle braccia del dottor Stranamore. Le cronache dei miei primi strani percorsi turistici da sola, pur se brevi e limitrofi. La botta di emozione di quegli unici tre mesi in cui Michele ed io siamo stati un po’ felici, assieme. E i miei adorati Quaranta Capoversi, sprecati sì, ma bellissimi da rileggere. Il diario di viaggio negli Stati Uniti, redatto tutto in diretta. I grigi che tornano e che mi fanno scrivere di meno e meno intensamente. L’orribile agosto e lo spaventoso settembre del duemilaundici: il post più letto, ancora oggi, è Goodbye Dr. Strangelove, con duecentotrentaquattro accessi nella stessa giornata, che tra le altre cose mi dice che ne ho, di persone che mi vogliono bene. Poi l’agonia, breve; la riflessione, lunga; la vita che scorre, lo stesso. Un brevissimo momento di pace, ma nemmeno un silenzio, sul Guscio. Parole, parole, parole, spese a raccontare com’è la trepuntozero. Che è uguale ai trentadue capoversi ma si riconosce anche senza lo sguardo con gli occhi d’oro, allo specchio.

Adesso, di nuovo, sono tornata indietro. A raccontare l’amore che speravo ma sbagliavo, la frustrazione, la dispersione dell’energia. Ma ho trovato un modo per esprimere l’angoscia e il dolore. E quando li sento, adesso, li riconosco e li so vivere. Non affrontare, no. A quello non so se si è mai pronti. Ma a starci dentro, quello sì.

A respirare fango e benzina, che mi entrano nelle narici e mi soffocano. A sentire il cuore che batte duro, contro i muri e nelle note di Eden Roc. A cercare l’aria che non trovo, né fuori né dentro. A sentire quella mano bastarda e ruvida e con le unghie lunghe che mi stringe forte forte la gola.

Ho imparato a starci, fuori dal guscio, a ek-sistere, hic et nunc, quam minimum credula postero. Sto male, ma ci sto.

Buon compleanno, mio amato Guscio. Casa senza spazio e senza tempo, che trovo dovunque io mi trovi, che mi accoglie e mi conforta come se ci fosse davvero qualcuno che mi ama: io. Ma Chi? Io?! Sì, io.

Buon compleanno, Guscio. Pieno di musica, parole ed emozioni.

Non lo so se lo trovo un regalo più bello da farmi, per il mio compleanno, di quello che mi sono fatta, da sola, tre anni fa.

4 commenti su “dal Guscio, con altre schegge”

  1. …. non posso certo sapere io se il Guscio è il tuo regalo più bello …. posso solo dirti che è un meraviglioso regalo per “chi” legge … grazie …

  2. Chi, ho una idea geniale per il guscio, perchè non lo fai a colori?
    … proprio come la vita che ti auguro!

    Senti qui, classifica i post con un colore che li rappresenti; un colore vivace per quelli divertenti (mi viene in mente l’AnChi, epifania in arancio e jazz, 2012012, ma vado a memoria); rosso fuoco quelli d’aMMore (quelli che solo tu sai scrivere!!!) e così via. I colori opachi li lasciamo fuori così magari stanno anche fuori dalla vita vera e per quanto riguarda i momenti di buio, beh ci sono, se li colori di un colore cupo però li riconosci subito e quando serve eviti di pucciarci il naso.
    Insomma un arcobaleno delle emozioni! e quando rileggi scegli solo ciò di cui vuoi nutrirti o “rivedere allo specchio”, il colore di cui hai bisogno!
    è una figata o no? 😀

    buon compleanno Guscio
    dal Faro sbirulino!

    PS mi perdoni i tre puntini? ahahhaha non ho saputo resistere 😛

    1. An, ci tocca studiare.
      Non so se riesco a mettere i colori dalla piattaforma, ma proviamoci!
      Rossi, quelli dell’aMMore? Allora prima ne scrivo uno sulla passione, e poi lo coloriamo di rosso, eh? 😉

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