Fiori, farfalle e fate

Domenica di luglio, che caldo fa. Sono le cinque e mezza di mattina, il sole albeggia fuori dalla finestra bianca di Ground Zero e la temperatura si propone già insostenibile.

Alice allunga un orecchio per cogliere segni di vita da Sandwich Floor, ma intorno si sente solo silenzio e il cinguettare degli uccellini che abitano sugli alberi di Melrose Place in versione Segrate.

Digita veloce un sms: “Sono sveglia, ho la panza gonfia come un’anguria e sono incazzata blu”. Ma in realtà è di buonumore, solo che deve cambiare abbigliamento rispetto a quel che aveva progettato.

Mentre si trascina verso la doccia, allucinata dal fatto di essere in piedi così presto, il telefono suona un sms di risposta: “Quindi non vieni?”

Amelie. Un nome una garanzia: ogni volta che legge una cosa scritta che si può intendere in due modi, sceglie sempre il peggiore. Lei, quella realista.

“No, solo che non mi si chiudono i calzoncini e mi toccherà mettere quelli inguinali”.

“Ah beh, la tua solita tenuta da zoccoletta, insomma”. Tanto schietta che sembra quasi stronza, la signorina rigore (si fa per dire).

Doccia, colazione, bottiglia di acqua fresca, zaino col cambio, scarpe da trekking e crema solare.  C’è tutto.

Alle sei meno cinque Amelie piomba a Ground Zero, col sorriso smagliante e la vocina che cinguetta (del resto lei è mattutina) e preleva Alice dal suo coma onirico, la carica in macchina come un sacco di patate e sgomma alla volta delle “sue” montagne.

Destinazione: Bormio, laghi di Cancano.

Percorrenza prevista: due ore e mezza.

Problemi: nessuno. Peccato che la Golf sia in riserva, con 60 km di autonomia, e che non ci siano cavi AUX nel cruscotto.

E quindi il viaggio di andata comincia ascoltando Virgin Radio e cercando un Iperself dell’Agip. Sulla Valassina, però, distributori adatti non ce n’è, e bisognerà arrivare fino alle prime gallerie dopo Lecco per trovarne uno, lì dove il serbatoio è praticamente vuoto e la radio non prende bene.

Al distributore di Bellano, ore sette, la scena è in pieno stile “Crazy” degli Aerosmith, con l’unica differenza, sottile, che nessuna delle due si cambia. Scendono dall’auto in calzoncini e canotta, turbando i tre poveri avventori che rimangono a guardarle attoniti mentre Amelie fa benzina e Alice sfodera parole a raffica e fotografa il prezzo della benzina per postarlo su Facebook.

Una galleria, due, poi la radio le abbandona del tutto. Per fortuna c’è un CD di Vasco in macchina. E cominciano così, con “Brava” che suona e loro due che se la ridono, a scegliere chi fa gnocca e chi fa più gnocca, chi fa scema e chi fa più scema.

Amelie quella strada la sa a memoria, da Lecco in poi. Alice, invece, per fortuna, sa quella da Lecco in giù. Chiacchiere, lungo la strada, finchè la Valtellina non si propone in tutto il suo florido splendore di vitigni e meli ai lati della strada. Alice spiccica il naso sul finestrino, studiando stupefatta i nomi delle cantine e le DOGC autoctone; Amelie le spiega, con pazienza e attenzione, la morfologia della valle, il perché un versante sia coltivato e l’altro no, cosa voglia dire essere esposti a Nord o a Sud, e tutto quello che serve all’amica per assaporare sotto la lingua, alle otto di mattina, il sapore del suo adorato Sassella.

Bormio è lì davanti, al crocevia di cinque valli che si uniscono a stella, e c’è da ridere a guardare Alice che vuole a tutti i costi andare nella valle del Braulio. Mioddio, se è faticoso, avere un’amica così alcolica.

La seconda missione da compiere per la giornata è procacciarsi il pranzo e la colazione in una deliziosa panetteria nel piccolo centro di Bormio: una crostata ai mirtilli, un pane di segale aromatizzato all’anice e la celebre focaccia bormina (che nessuno sa che esiste, ma ammazza se è buona).

Parcheggio alle vecchie colonie, proprio sopra le torri di Fraele. I cellulari smettono di prendere e si fa giusto a tempo a mandare un ultimo ciao al guerriero maori e un pensiero al pallavolista profondo. Poi c’è da cominciare a camminare.

Sono quasi le nove e c’è una piccola area di ristoro dove rifocillarsi di crostata ai mirtilli e riempire le bottigliette di acqua fresca di fonte. Fuori la macchina fotografica e gli occhiali da sole, Amelie sfodera la prima istruzione per l’uso: “Adesso ti faccio vedere quali sono le pigne che dobbiamo raccogliere”.

Lei non se ne rende nemmeno conto, ma Alice non riesce a capacitarsene: di colpo la sua socia è stata colta da un furioso attacco di biologite acuta e non riesce più a parlare senza dire un nome in latino ogni tre parole. Il primo sintomo, evidentissimo, compare già alla fontanella, quando Amelie si sofferma a sottolineare quale meraviglioso esemplare di muschio sia arrampicato sulla vasca di pietra, facendo bella mostra del suo lato maschile. “Fotografalo, Alice, è una cosa rarissima da vedere”. E Ali scolaretta obbediente, impara e scatta.

La passeggiata è su una strada sterrata, grigia del colore lunare della roccia di quelle montagne, costellata a destra e sinistra da pini mughi e rododendri. Bastano le prima tre domande di Alice su: “Ame, ma come si chiama questo fiore?” che la biologite prende il sopravvento sul periodare di Amelie, che li sa tutti, ma proprio tutti, i nomi, e quelli che non ricorda li fotografa, per ritrovarli questa sera.

Ecco il primo lago, ecco la diga, laggiù in fondo. Ecco il ghiacciaio dello Zebrù alle spalle.

Macchine che passano, su questa strada che un volta era percorsa solo dai veicoli di servizio del personale della centrale idroelettrica, e le cospargono di terriccio grigio. “Amica, vado e li meno?” spara Alice, attaccabrighe di default. Amelie ride e fa spallucce: “Prima o poi la smetteranno di cercare di stirarci o di suonarci il clacson”.

Sì perché, in effetti, ogni autista o ciclista che le ha sorpassate non ha mancato di girarsi e lanciare una lunga occhiata di approvazione. “Ecco, vedi Ali? Apprezzano il lato B ma anche quello A”.

“Ma vaff…” commenta Alice, ancora scottata dalla autopercezione di sé come giocattolo per adulti infelici.

Un ruscello, foglie di mirtilli, rododendri, piccoli fiori a stella bianchi che si chiamano Pulsatilla. Amelie sa i nomi, Alice sa a cosa servono come rimedi omeopatici, ma non li riconoscerebbe mai.

Il passaggio sulla diga, sulla strada del sale e del vino, il secondo lago, e poco dopo uno sterminato prato verde in salita. Nell’erba, dieci, quindici colori diversi di fiori. Arancio, giallo, rosso e blu, lilla e celeste in ogni sfumatura e consistenza. E farfalle, farfalle dappertutto. Non gettarsi tra i fiori come Heidi è impossibile. Amelie si stende e poi si mette a fare foto, Alice annusa tutto quello che trova con la faccia al suolo, cercando di familiarizzare con le farfalle, quelle vere.

Qualche scatto, poi si ricomincia a camminare. Una baita, il vento che soffia e non fa sentire il sole sulle spalle e sulle gambe, una radura e, finalmente, un Cirmolo! Il pino cembro, l’albero di Amelie, che troneggia amichevole e alto in mezzo ai suoi fratelli mughi, tutti un po’ nani.

Nascosto in un cespuglio, scoperto a tradimento da Amelie che ha aguzzato la vista oltre che strutturato il linguaggio tecnico, un bellissimo Bottondoro, che in verità si chiama Trollius Europaeus, ma il suo nome volgare è troppo più bello.

Ancora una mezz’ora di cammino e poi la sosta, quasi in riva al lago, in un prato verde in discesa, immerse in una dilagante sinestesia di colori, fiori, battere d’ali di farfalla e frinire di grilli, profumi di pino e di una grigliata, lontano, nella baita laggiù.

Il pranzo al sacco, le gambe al sole e i costumi da bagno, il silenzio intorno.

Amelie: “Amica, cosa vuoi di più dalla vita?”

Alice: “Dovrei dire niente, ma direi una bugia.”

Annie: “Già.”

Un secondo di silenzio. E poi due sorrisi pieni di paura e speranza assieme, che si raccontano che sarebbe bello se quei due lì fossero lì con loro. Una scommessa. Tanto vince sempre Alice (cazzo).

Missione numero tre compiuta: pranzo al sacco davanti all’Alpisella.

La passeggiata di ritorno è sotto il sole cocente, raccogliendo le pignette viola e verdi del pino mugo per fare lo sciroppo, questo inverno, finchè non incontrano una pazza anoressica in maratona col suo cane, che si mette a chiacchierare e le costringe a scammellare al suo passo, riducendo Alice in uno strenuo attonito silenzio, così inaudito.

Missione numero quattro compiuta: due sacchetti pieni di pigne profumatissime per fare lo sciroppo. Ma ci uscirà anche dell’olio essenziale per profumare i tre piani di Melrose?

La discesa in macchina, i telefoni che ricominciano a prendere, quello di Amelie pieno di messaggi per organizzare un fine settimana marittimo e quello di Alice con la voce calda del guerriero maori e una bellissima mail da leggere e rileggere per i prossimi cent’anni.

La missione numero cinque è ardua, perché Amelie non ricordava che per arrivare alla Poccia bisognerà trascinare Alice lungo un sentiero scosceso nel bosco, con roccia a destra e fiume a strapiombo a sinistra, e che la cretina soffre spaventosamente di vertigini. Armata di coraggio e della forza della sfida, Alice, tremando, ce la fa e immergersi nella poccia è come sedersi in paradiso.

Le gambe non fanno più male, la pelle non brucia più, l’acqua termale che sgorga libera in riva all’Adda rigenera lo spirito e regala una pace ineffabile.

Tornare indietro sarà durissima: tutti i milanesi stanno migrando a casa, in coda da Morbegno a Lecco, per andare a vedere la finale dell’Europeo di calcio. Quattro ore e mezza di viaggio massacrante, con Alice che dormicchia e Amelie che strenuamente guida sotto il sole cocente.

Vasco ha già suonato, Bublè ha già suonato, e non rimane che ascoltare Pavarotti & Friends, alla faccia di chi sente solo Lady Gaga.

Da Lecco in poi, almeno, troviamo un’utilità in tre anni d’amore sbagliato, perché Alice sa tutte le strade alternative alla Valassina e si riesce a rientrare a Melrose in tempo per una doccia, un tuffo nell’olio idratante e una corsa per vedere la partita.

Una pizza, un abbraccio, due zaini da disfare, due sorrisi così, dopo questa bella gita piena di cose e di pensieri leggeri.

E dormire, stanotte, sarà più facile, complici la stanchezza, le narici piene di essenze, gli occhi pieni di colore e la testa piena di sogni.

2 commenti su “Fiori, farfalle e fate”

  1. al solito, ti leggo e sorrido … visualizzo quel che dici e mi sembra di essere lì …. o, più semplicemente, lo desidero … grazie, Chiara …

  2. bisogna fare più spesso questi splendidi tuffi nella natura!!

    GRAZIE AMICA!
    della bella giornata
    del regalo il giorno del mio compleanno
    del tuo affetto
    di aver ovviato al problema musica nella mia golfina
    … ma cazzo, questa volta la scommessa non la devi vincere tu!

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