La posizione di ballo

La mia reazione all’incursione dei piccoli delinquenti bastardi a Ground Zero è stata prevedibilissima: calcolo delle probabilità di un altro accadimento simile, misura del rischio che corro, resa di fronte all’impossibilità di attivare l’allarme d’estate mentre sono in casa, delibera dell’acquisto di una mazza da baseball.

E poi?

Poi ho alzato il culo, mi sono messa un vestitino da streghetta e sono andata a fare due passi di salsa sul Naviglio. Per me la danza è, e rimane, la miglior espressione fisica della leggerezza che conosco. E la mia unica forma di libertà interiore.

Ho discusso a lungo, sabato sera, della posizione di ballo. Quella che tanto mi criticava la mia maestra, dicendo che peso come un canarino ma mi sento un bisonte. Io però non mi ci sento più, un bisonte, sarà che ho disseminato quel ballerino fragile e impostato che avevo scelto per la vita.

Assumo la posizione di ballo, mi appoggio, tengo il mio asse, non so i passi, ma ballo. Sinuosa come una vipera, leggera come una farfalla. Il cavaliere conduce, la dama segue.

Pensavo, oggi, che in effetti io ci vivo, in posizione di ballo. Almeno negli ultimi mesi, se nessuno mi abbraccia e mi porta, io sto ferma.

Diceva di me il dottor stranamore che reagisco e agisco nello stesso momento, e indubbiamente aveva ragione. Reagisco e agisco. Altrimenti, sto ferma.

Un’altra piega del rilascio della 3.0 è la posizione di ballo.

Sto ferma, appoggiata alla colonna, al lato della pista. Osservo chi balla con curiosità e forse un po’ di invidia, ma sana, tengo gli occhi abbastanza bassi da non disturbare i passanti con il mio sguardo. Se qualcuno si avvicina, delicato, arrossisco piano, poi alzo gli occhi e scopro se il mio interlocutore è ancora lì. E se lui non si muove, io non mi muovo. Reagisco, non agisco.

Un gesto, allora faccio un piccolo passo, timido ma non indeciso, e solo se il cavaliere mi tende la mano allora vado in mezzo alla pista e lo guardo.

Lui apre le braccia, io mi assesto sul mio asse, gli do il mio peso, aspetto il suo passo, ne faccio il mio.

Ho imparato a vivere nella mia posizione di ballo, ecco.

Aspetto sempre un segnale, non guido più la danza, sto sospesa, sorrido, attendo.

Se non mi inviti, io non esco.

Se non piombi a Ground Zero, non ti vengo a cercare.

Se non mi baci, non ti bacio.

Appoggio le mie braccia sull’arco di quelle del mio cavaliere e lascio che mi guidi: camminata, giro, sospensione, adorno.

Non so se sia giusto vivere in posizione di ballo, nemmeno mi sono mai immaginata come una dama leggera, flessuosa e attendista. Eppure, adesso, mi riesce solo di far così.

Sto ferma, in silenzio, e ascolto il mio cuore, almeno finché non mi parla. E quando mi parla e nessuno si muove, scrivo.

Il braccio sinistro appoggiato, quello destro leggermente piegato, il busto inclinato, il peso in avanti, rimango nella mia posizione esistenziale di ballo e aspetto, prima delle note, la marcacion.

Forse che sono diventata una donna?

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