Variazioni sulla saudade su note di Piazzolla

La saudade è una vena sottile, una piega in tono crepuscolare che prende l’anima a tradimento, senza preavviso.

La saudade è un’emozione complessa, una sinfonia in tono minore, un insieme di sfumature di grigio chiaro e blu notte, un senso di gravità al diaframma, un suono basso e vagamente torbido.

La saudade viene così, di colpo. La senti salire piano e fermarsi lì, a mezz’asta,  al punto giusto per rarefare il respiro e strozzare, ma poco, la voce in gola.

Arriva, si ferma, e non se ne va. Almeno per un po’. Ed in quel faticoso e dolente frattempo, il tango la esprime al meglio.

Una lacrima che non scende, un boccone troppo pesante, un sasso piantato sotto la suola della scarpa.

La saudade è l’Oblivion di Piazzolla che suona a tutto volume da un CD comprato assieme, quando assieme sembrava avere un senso e non ce l’aveva, amplificata da quello Yam-HTR scelto con tanta cura e attenzione per una casa troppo grande da riempire, senza amore.

È l’omologa dell’atto di separazione che arriva proprio nel giorno di quello che doveva essere un anniversario.

È ricordare la copia senza dedica degli Ossi di seppia di Montale che tre anni esatti fa ho trovato nella mia borsa, a dire ‘è tutto finito ma io ti amo ancora’ e sapere benissimo che amare è tutt’altro, da quello.

E non ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale. Vorrei farlo adesso, che so cosa voglio, ma non posso.

E non a caso, quindi, il nome della categoria di certi post. Perché gli Ossi di seppia dovevano insegnarmi a curarmi delle cose, a dedicarmi ai miei sogni, a lavorarci con certosina attenzione e passione concentrata, non solo con la mia incontenibile furia espressiva.

Ho imparato, cara vecchia detestabile stella polare, hai visto? Ho imparato.

Ho imparato così bene che so raccontare la saudade. Ho imparato così bene che riuscirò anche a lavorare alla riduzione degli aggettivi.

La saudade è sapere che non ci si lascia perché c’è un altro, ma perché non c’è più niente da fare insieme.

La saudade è sapere che ho scambiato l’ebbrezza per la felicità e ci ho buttato tutto dentro, ritrovandomi più sola e spaventata di prima.

La saudade è stato pensare di non essere più capace di amare. E poi scoprire che non ho amato mai, prima di adesso.

La saudade è un tango in vals, col tempo in tre quarti e la melodia straziata, il passo che si trascina e vola allo stesso tempo, poi si interrompe di colpo e ti lascia lì, nuda sotto il cielo nero, con un vento freddo che scompiglia i capelli puliti e aggroviglia l’anima su se stessa.

La saudade è scoprirsi vittima di un sentimento forte e profondo e sapere di non poterlo vivere e neanche quasi assaporare.

Libertango, di nuovo, suonato dai Tangoseis. La chitarra con una melodia e il piano con un’altra, e insieme la fusione sul flauto traverso, il pezzo che non cresce, ma rimane lì, sofferente e asmatico, a liberare una lunga e straziata e dissonante emozione.

Sapere che potresti amare, sì, che forse potresti essere anche riamata. Forse.

Sapere che però sei così astrusa e difficile che cerchi solo cose che non puoi avere, come vivere delle parole che scrivi, sorridere quando piove, amare l’uomo di un’altra, che mai sceglierà te.

Poi alzarsi dal divano, sulle note angosciate di Verano Porteno, mossa da quella strenua forza che ti tiene sempre in piedi, infilarsi un paio di jeans e uscire, anche se non hai voglia e non hai entusiasmo, e non per cercare qualcosa, ma solo per essere sempre, integramente, te stessa.

La saudade è nel mio mesto sorriso, stasera, l’unica via per uscire da un giorno difficile, di una settimana difficile, di un mese impossibile, centoventesimo di un decennio davvero duro. Perché è in questi giorni di dieci anni fa che ho rinunciato a tutto.

E proprio adesso, che dovrei festeggiare perché ho smesso di rinunciare e ricominciato a sognare, realizzo mestamente che ho sogni troppo grandi per esser desideri.

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