Parole sparse

Siedo al mio tavolo con dei pensieri confusi e arruffati nella testa, il sapore di un cubetto di parmigiano sulla lingua, la voglia di stappare quella bottiglia di Cinque Terre che è in frigo e a cui non posso avvicinarmi perchè, come dice Federica, sono in Ramadan (al secolo, a dieta ferrea).

Dopo due giorni che ascolto e riascolto Dalla, sono tornata al vecchio caro Ligabue, per ritrovare la concentrazione.

Sul tavolo, vicino a me, ci sono le mie Marlboro nere che devo smettere di fumare e l’ultimo libro di Andrea Camilleri, miracolosamente comparso ieri nel mio carrello della spesa.

C’è qui Chopin che siede sulle mie ginocchia, a ricordarmi che il nostro nido è bellissimo e ce lo siamo costruito con tanto amore e dedizione e ne siamo orgogliosi. Ho una casa piena di amore e una vita piena di amici, soprattutto, ho conquistato quel meraviglioso grado di libertà che non mi concedevo, nell’aver imparato a dire quello che penso e dichiarare quello che sento, fregandomene felicemente se non sono approvata dal resto del mondo.

Però, lo stesso, mi sento un po’ incompleta, perchè sono ancora senza sogni.

Ho passato una settimana di lavoro massacrante, cambiando argomento ogni mezz’ora e gestendo un’urgenza dietro l’altra. Ecco, sì, questa settimana mi sono sentita di nuovo io: una che può fare la differenza, se ci si mette.

Lunedì mattina vedevo tutto nero e avevo solo voglia di distruggere il mio CV e buttare via tutto, venerdì sera ero così di buonumore che sono uscita anche se ero devastata dalla stanchezza. Quante cose ho fatto? Forse non molte, in fondo, però le ho fatte bene. Un rilascio di software riuscito (finalmente), un po’ di formazione, un po’ di gestione delle priorità delle risorse che coordino, soprattutto, ho risolto un problema grosso e, spero, conquistato la fiducia di una persona con cui sono in costante relazione di stima e conflitto contemporanei. Bello. E quindi grazie a Matteo, che si è fidato di me e assieme abbiamo fatto un bel lavoro.

Ondeggio tra la voglia di appartenere ad un organico e quella di fare il brillante consulente, non mi riesce di risolvermi all’una o all’altra angolazione, eppure rimango fiera di me, anche se fatico a tirare avanti.

Dov’è il futuro, dove bisogna andare? Ma soprattutto: dov’è che voglio andare, che continuo a non saperlo?

Ho dormito poco, mi è tornata l’insonnia. Cambia la stagione e io mi sveglio presto la mattina, non riesco ad addormentarmi la sera, ho sempre fame e la mia pelle si ribella al clima. Insomma, il Ramadan è indispensabile per rimanere bella, perchè io voglio rimanerci, bella. Dovrei riuscire a farlo davvero, la dieta depurativa e la meditazione tutte le mattine, prima di cominciare la giornata. Invece, mi riesce solo di ascoltare “Panamericana” dei Gotan Project e di concentrarmi su quello che sto per fare e ricordarmi che c’è una linea sottile tra la noia e il bicchiere. Che fatica.

Il mio libro? I pareri sono discordanti. I pochi che l’hanno letto mi han detto che è scritto bene e che si fa leggere, ma è lì che langue nella sua immaturità editoriale e io non so che fare. Ho deciso che partecipo a un concorso letterario e vediamo che succede. Mi do tempo fino al 30 aprile per farmi stroncare dalla critica, e mi tengo strette strette tutte le parole che mi ha detto ieri Federica, che è una lettrice esigente e una amica sincera, e il mio tango, secondo lei, è spaziale. Aspetto Stefania, anche se lo so che non ha il tempo di leggermi. Aspetto Maria, così, per sapere se ride o si incazza, nel riconoscersi nel suo personaggio. Aspetto mia madre, per sapere che ne pensa e cosa ha capito. Aspetto anche che qualcuno di voi che mi leggete mi chieda di leggerlo per darmi un parere. Scrivo per scrivere e per essere letta. Forse, un po’, anche per essere amata.

Continuo a pensare che è questa la mia strada: scrivere. Ma le storie non fioriscono come i nontiscordardime a primavera, e sono ferma tra l’invenzione e la realtà, bloccata nella narrazione. Dovrei provare, lo so, ma non so da che parte cominciare a ricominciare. E allora continuo ad annoiarvi con i miei post autoincensanti sul Guscio.

Le mie amiche? Giovedì sera mi sono accapigliata con Anna, perchè come due cretine non ci siamo capite ed eravamo stanche e abbattute, e alla fine è stata una cosa buona, perchè solo quelli che si vogliono bene davvero litigano quando non si capiscono. Domenica prossima torno dalle sorelle liguri, chè Stefania vola una settimana in Italia e mi perdo il seratone del venerdì perchè devo tenere un corso di formazione. Non vedo l’ora di vederti, Sisa, anche se stavolta probabilmente potrai trovare il tempo solo per un caffè.

Venerdì mattina sono finalmente riuscita a vedere Maria, e come sempre ho ritrovato quel vecchio affetto a cui siamo use e quella distonia legata all’enorme differenza tra le nostre vite. Lei felice, e intonata con se stessa, e magra e madre. Io in costante inquietudine nel mio perfetto equilibrio alla ricerca della felicità, stonata, sola, gonfia e piena di inezie da raccontare. Chissà se riusciremo a evolvere da questo stallo relazionale, a diventare qualcosa di nuovo, o lasceremo morire un vecchio affetto che non trova più una via di espressione nella vita. Chissà se le sta leggendo, le mie pagine. Chissà che ne pensa.

Densa, questa vita, densa sì. Di voci con accenti graziosi e inaspettati che arrivano dal telefono, di facce che incontro e scopro, quasi per caso a cena o a colazione.

Strana la curiosità di conoscere questo personaggio improbabile che mi scrive via skype e mi telefona il sabato sera per raccontarmi della sua domenica romana ad organizzare finali per il campionato femminile di pallanuoto. Deliziosa la sopresa di sentire l’accento della liguria ponentina nelle orecchie, che mi ricorda un recente passato impraticabile a cui ho cercato di credere e da cui mi sono dovuta necessariamente allontanare.

Bella, la serata con due perfetti sconosciuti e Anna, a mangiare le prelibatezze inventate dalla mia socia, bere il vino accuratamente scelto da me, e conversare di cose che non conosco e futilità che fanno ridere.

Funziona così, nella vita? Che esci una sera e incontri delle persone che nemmeno ti aspettavi esistessero e che ti riempiono la testa di pensieri buoni?

Non ci capisco niente, del senso dell’attrazione. Sono così incasinata, alla ricerca delle farfalle, che non capisco più quando sono io che me le invento, quando voglio farmele venire a tutti i costi, quando invece so benissimo che non mi verranno mai e che dovrei spostarmi subito di posto. E così, come una bambola isterica e sconclusionata, ho trovato e rifuggito un uomo che mi ricorda così tanto il mio ex marito da terrorizzarmi, e gli ho egoisticamente infranto le speranze e illuso le attese, pur essendo sincera e onesta come sono. Ho scoperto che cerco coraggio, potenza e sicurezza, e che quindi il mio veteriligure non fa per me, oltre a non volermi. Continuo a pensare che è inevitabile, mi piacciono le teste pelate e le spalle larghe, i sorrisi brillanti e gli spiriti inquieti. Eppure lo so che poi, regolarmente, mi schianto.

Il futuro, il passato, l’amore? Mi rimbomba nella testa la frase di mia madre, che dice che ha sempre pensato che sono troppo difficile per trovare qualcuno che mi stia vicino a tempo indeterminato. Quella di Silvia, che mi dice che non capisce come uno che è stato con me possa amare poi lei, io, così straordinaria. Forse perchè ha sempre cercato lei e mai amato me, il che spiegherebbe la differenza.

Io? Straordinaria? Io per me sono solo io. Con tutta questa energia che non riesco a contenere, io che dovrei andare di più in palestra, così magari ne brucerei un po’, di energia. Io, che sorrido di come sono e ne vado fiera, anche se odio quei chili che non riesco a perdere. Io, che vorrei fare di più e dare di più, ma non so nè come nè dove.

A questa Pasqua che viene, a questo tempo di rinascita e di primavera, chiedo di trovare i miei sogni.

Chiedo di sentire l’entusiasmo di una cosa da fare, una storia da scrivere, una soluzione da inventare, un progetto da realizzare.

Chiedo di avere il coraggio di andare a ballare, con gli amici sudamericani e quelli italiani. Di rimettere le scarpe da ballo e trovare un ballerino di tango, di fregarmene se non so fare i passi e lasciar andare il mio sangre caliente e il mio innato senso del ritmo.

Chiedo le farfalle nella pancia, l’emozione di qualcuno di nuovo e di magico che mi faccia venire voglia di alzarmi presto la mattina e andare a letto tardi la sera. Qualcuno a cui preparare una cena, a cui pensare con intensità e dedicare post di Guscio, qualcuno per cui abbia senso che una come me esista.

Lo dicevo io, che stamattina sarebbero state solo parole sparse. Ma mi serviva scriverle.

1 commento su “Parole sparse”

  1. Ero sicuro che fosse quello il motivo di insoddisfazione, ti capisco,magari se smetterai di cercarlo lo troverai.
    Parole sparse (belle) ma almeno sincere con te stessa, e non è poco.
    Ah, poi se ritrovi il coraggio, sai che non ti dirò mai di no.

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