Antologia della fantascienza

Febbraio di un anno bisesto, settimana con un martedì palindromo, preceduta da un venerdì diciassette: la fantascienza è ordinaria, in date siffatte.

E di colpo fanno tredici gradi al sole, dopo i meno dieci dei giorni scorsi, il sole splende sul pavè di piazza del Calendario e sbarluccica sui vetri neri del palazzo DB1.

Sbucata fuori da un fumetto di Crepax, Alice scende dalla macchina bianca con la gonna corta e le gambe lunghe e attraversa, furiosa, il piazzale. Davanti alla porta a vetri, con finto fare disinvolto, incrocia un viso familiare, lo fissa a lungo, cercando di riconoscerlo, poi si inabissa nell’androne della banca e scompare dietro la porta, discutendo animatamente al telefono.

Mentre aspetta Amelie, che scende dall’ascensore imbustata in un succintissimo tailleur gessato, digita un frettoloso sms: “Possibile che fossi tu? Proprio tu, proprio qui fuori? Sfacciatamente, io” e poi bacia distratta le guance della sua amica e insieme a lei scende verso il ristorante.

Amelie è di buonumore, la giornata di lavoro procede bene, nessun buon motivo per non sgranare un malizioso sorriso complice, sulle scale mobili.

Un piatto di Goulasch e uno di pesce, verdurine miste, uno strudel in due, sui vassoi. E gnocca e più gnocca che attraversano spavalde il corridoio tra i tavoli, alla ricerca del posto migliore. Intorno a loro si spalanca un mar rosso di sguardi e posti a sedere, in questo luogo dimenticato da Dio dove si mangia bene ma la gente è torrida.  Alice ed Amelie camminano, mentre l’una smadonna della sua mattinata infernale e l’altra l’ascolta asserendo indignata. Tutti, ma proprio tutti gli uomini si girano a guardarle: gnocca e più gnocca, che se le shakeri escono perfettamente e nuovamente ricombinate, di nuovo, gnocca e più gnocca.

Stivali neri, tutte e due. Vestito strappamutande l’una e tailleur spogliamiqui l’altra, perfettamente indifferenti alla pletora di spettatori che le circonda, se la chiacchierano vistosamente e abbandonano in fretta il tavolo, alla ricerca di un raggio di sole per passare gli ultimi dieci minuti assieme.

Sembra incredibile, neanche avessero spruzzato dell’extasi nell’aria, che tutti, ma proprio tutti gli sguardi siano puntati su di loro.

Neanche lo sanno, mentre Alice fuma sul pavè, all’aperto, con la posa da diva stanca e lo sguardo vigile sul piazzale, che tutti le guardano. Neanche lo sanno, mentre Amelie traffica col lo smartphone alla ricerca della traduzione di una frase inconoscibile in greco antico scritta coi caratteri dell’alfabeto latino.

L’iPhone e il Galaxy suonano contemporaneamente, dall’altro lato, senza saperlo, i due mittenti hanno mandato lo stesso sms dalla stessa stanza. Perfettamente ignari l’uno dell’altra.

“Pensavo fossi tu, ma non ti ho riconosciuta dalla voce. Sto facendo esami qui in banca.” risponde Grace Kelly, la docente del corso.

“Non parlare troppo con Alice, qui fuori” esordisce il dr. Slump, uno degli esaminandi, del corso.

Nessuno dei quattro ha idea del filo che li sta legando nell’inopinabile follia di un attimo. E il filo è quella specie di personaggio uscito dal fumetto di Asterix che, lontano anni luce ormai, ha avuto e devastato un legame con tutte. Se avesse un nome, forse, lo chiameremmo Cesare, ma come quello dei Cesaroni, però.

Nel giro di due ore partono trenta sms e quattro mail, tutte concatenate, con nessuno dei destinatari che sa che anche tutti gli altri sono coinvolti.

Grace Kelly scrive ad Alice che è col dr. Slump, che era un caro amico di Cesare, pensando che lei non sappia chi sia, e rileva come è piccolo il mondo.

Nel frattempo il dr. Slump scrive ad Amelie che l’ha vista fuori dall’aula di vetro parlottare con Alice e che non si è avvicinato perchè c’era anche Grace Kelly, che è la ex ragazza di Cesare.

Alice risponde a Grace che sa chi sia Slump, ed anzi, che è lui quello che le ha salvato la vita dicendo ad Amelie che Cesare, il loro ex in comune, stava assieme anche alla signorina Grey’s Anatomy.

Amelie scrive a Slump che Alice ha riconosciuto sia lui sia Grace.

In tutto questo, Cesare non sa niente. Niente del fatto che tre donne con cui è andato a letto, tradendole in catena l’una con l’altra, stanno per parlare con la quarta, la sua amica, collaboratrice di Slump, che altro non è che un parente della signorina Grey’s Anatomy. Niente del fatto che tra pochi minuti il vaso di Pandora gli potrebbe esplodere sulla testa, facendogli cadere addosso la spada di Damocle.

La domanda è: ma quanto furbo sei ad andare a letto con tre donne divise da meno di un grado di separazione l’una dall’altra? C’è il Sapiens Sapiens e c’è il Neanderthalensis, e c’è un motivo per cui solo il primo è sopravvissuto all’evoluzione della specie.

Amelie torna al piano di sopra, a sbalordire quelli del sesto piano coi suoi stivali neri nuovi di pacca e senza costumino di leopardo.

Alice torna in ufficio, riaggiustandosi il caschetto, e si lascia assaporare maliziosa dallo sguardo dei suoi collaboratori. Ma l’acido risale come la schiuma dell’idraulico liquido dai tubi intasati.

Grace supervisiona l’esame, distratta dal cellulare che suona e presa a vomitare parole e cattiverie giustificate in una mail lunga un km.

Slump fa l’esame, concentrato, e si chiede come mai certe donne siano così stupide, a imbambolarsi per i California Dream Men.

Da lontano, la signorina Grey’s Anatomy manda la sua mail piena di parole amorose, fiduciosa di un futuro speriamo davvero improbabile, o almeno glielo auguriamo.

E Alice straluna.

E’ Amelie che raccoglie i cocci al telefono.

Alle cinque, per chiudere la giornata, è Cesare che manda un messaggio ad Alice per informarla di una improbabile bolletta che lei non cercherà mai, sulla sua scrivania, completamente ignaro del pasticciaccio brutto che per un pelo non è accaduto.

A fine serata, davanti a un bicchiere brillante di Morellino, Amelie ed Alice si ritrovano sfatte, dopo l’allenamento e l’aperitivo, a commentare ridendo sguaiatamente la giornata, nella loro tenuta domestica sempre un po’ sexy, e recitano a memoria la “Maledizione del Motorino” di Alex Drastico, dedicata a tutti gli stronzi del mondo che hanno avuto la meravigliosa ventura di incontrare.

Ho pensato: “Ma che?”, “Ma come?”, “Ma chi cazzo?”
Ora… listen to me… Io giuro il Signore che spererei che tra di voi ci fosse lo stronzo così ché possa sentire di persona quanto ho da dirgli…
Cornuto!
… prego madre natura  di farti sordo, muto, ma non per sempre, cornuto! Che la voce ti venga sporadicamente e per pochi secondi nei quali tu spari delle cazzate immani…
T’accechi un occhio e ti renda daltonico l’altro… ti doti di un olfatto dove ovunque tu percepisca solo odore di merda… che ti doti di una gobba e se già ce l’hai, che in questo caso te la accentui, così che l’unica cosa che tu riesca a vedere sarà i tuoi coglioni!
Ed in fine grandissimo stronzone… che uno stormo di piccioni incazzati ti scambino per l’assessore all’ecologia riempiendoti integralmente di scagazzate così che tu debba scappare col mio motorino però ingolfato di merda…
Buon viaggio… Cornuto!”

(liberamente tratto dal testo Antonio Albanese)

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