Ho finito il libro e volevo dire grazie

Una mattina di aprile dell’anno scorso mi sono svegliata con un’idea, con questa storia, appena abbozzata, nella mia testolina bacata: ho messo insieme, senza motivo e senza preavviso, i ricordi dei miei due giorni a Budapest con Maria, che mai ero riuscita a raccontare in un diario di viaggio, e un post su Facebook sul Festival del Tango che si tiene lì in agosto. La mia testa ha frullato per tutto il giorno, poi sono tornata a casa e mi sono messa a scrivere.

Non sapevo neanche cosa stessi facendo. Sapevo solo che lo stavo facendo e che mi divertivo un sacco.

La prima versione del racconto è uscita tutta di getto, in cinquantaquattro cartelle e dieci notti insonni. Sapevo anche io che era iperrealista ed immaturo, il mio racconto, ma da qualche parte dovevo pur cominciare. Anche solo a mettere giù me stessa in righe ragionate e non solo in post isterici sul Guscio.

Ho avuto la fortuna di ritrovare sulla mia strada un fratello gemello che forse neanche si ricorda il mio viso, dagli anni di scuola, il mio fratello gemello dell’otto settembre del millenovecentosettantasette con cui forse nemmeno ho mai parlato.

Jacopo mi ha letta, bastonata di critiche, incitata a riprovare e lavorare sulle parole e sulla storia.

Ho obbedito. Sono bravissima a farlo, quando ne ho voglia. Avevo voglia di credere che potevo essere all’altezza di me stessa, di arrivare a quell’“asticella alta” che ho fissato raccontando la notte in milonga.

Ho fatto una fatica boia, a riscrivermi. A tagliarmi, criticarmi, provare a lasciarmi andare al benedetto flusso della narrazione di cui mi parla il mio fratello di stelle.

La versione 2.0 del Tango a Budapest l’ha letta solo Jacopo. E mi ha detto che poteva anche andare, ma che era solo un lungo racconto. Cioè, lui non ha detto “solo”, sono io che ce l’ho aggiunto. E poi mi ha proposto una idea malata: “Prova a raccontare Andrès”.

Ma Chi, io?! Raccontare il punto di vista di un uomo? E come si fa?

Ho raccolto la sfida, e ho passato settimane ascoltando tutti, ma proprio tutti gli uomini di cui ho stima. Ho chiesto, curiosato, osservato metodicamente. Non riuscivo a trovare Andrès in nessuno.

Poi, una domenica pomeriggio, mi sono seduta a pensare.

Ho rimesso insieme i racconti erotici e perduti di Pietro, le mani furenti del “dottor bollore”,  i ricordi del passato ardente di Andrea, le centinaia di ore passate a camminare sul tango a scuola di ballo. E ho trovato Andrès. Andrès con l’anima e senza viso. Proprio come l’amore della mia vita, che non conosco. Forse.

Ho cominciato a scriverlo, ma non riuscivo a sbloccarmi.

Poi, un giorno, ho mandato il racconto all’altro mio fratello scrittore Luciano, che è molto, molto più coraggioso e fantasioso di me. Abbiamo bevuto una bottiglia di Inferno e parlato di Andrès.

Ma ancora non lo vedevo.

Poi, uno strano e vivacissimo Natale. Nell’antivigilia ho scritto un post sulle cose belle del duemilaundici, ignorando deliberatamente quelle brutte, bruttissime, che mi sono capitate, e mai avrei immaginato che nella settimana successiva sarebbe cambiato tutto.

La mattina della Vigilia ho conosciuto Diego, e ho trovato il sorriso e il lavoro di Andrès.

La sera di Santo Stefano e poi il tre gennaio sono annegata nei riccioli neri e negli occhi blu di Paolo, e  di colpo, di Andrès, ho trovato il viso.

E ho ricominciato a scrivere. Una settimana di lavoro matto e disperatissimo, spesa ad immaginare e poi a inventare e poi a prendere appunti. Poi scrivere, poi correggere. Poi ecco Andrès, che forse mi è venuto meglio di Alice.

Per scrivere queste pagine ho ascoltato ore ed ore di tango, elettronico e tradizionale. Ore ed ore fino a sapere i CD e le playlist a memoria. Ore ed ore fino a sentire “tanto, tanto tango, da unire il cielo con la terra”. Ore ed ore fino a sperare che la sentiate anche voi la musica, nelle parole.

Alice esiste, sì. Sono io. La storia è inventata di sana pianta: magari avessi incontrato un argentino a Budapest e ballato il tango. Sono tre anni che non faccio un ocho. Ma la storia di Alice, quella, è la mia.

Andrès, invece, è un sogno. Il fantasma di un uomo che ho desiderato conoscere e immaginato, ma che non esiste. Forse.

Soprattutto perché, per settimane, mi sono chiesta come rispondere alla domanda di Jacopo: che senso ha incontrare Alice, per Andrès? Che senso può avere, per un uomo, incontrare per due notti una come me?

L’ho immaginato, dal niente. Poi ho ascoltato Lorenzo parlare di me, e ho scoperto che uno che guarda Alice e sente come Andrès esiste. Uno che di me vede la vitalità, l’energia e il sorriso e ha voglia di prenderli.

Allora adesso, che in un modo o nell’altro devo separarmi dalla decima rilettura dei miei milioni di aggettivi, che tutto è nelle mani di qualcun altro, vorrei dire grazie.

Grazie a chi mi legge, a chi mi critica, a chi mi risponde.

A chi mi ha amata, a chi ancora mi ama, a chi non ne vuole più sapere, né di me, né di Alice e delle farfalle.

Grazie. In un rigoroso disordine che per me ha perfettamente senso.

A Jacopo Viganò, per la fiducia, la sincerità, le critiche oneste e costruttive, la stima, e la gemellarità neanche troppo segreta.

A Matteo Borraccino, la mia passata stella polare, che ha spinto forte perché ricominciassi a scrivere, anche se era la strada maestra per andare il più lontano possibile.

Ad Anna Saccani, per l’emozione grandissima che mi ha dato nel restituirmi il suo punto di vista sulla prima versione della notte in milonga, per la sorellanza, l’ispirazione, per Ground Zero e Second Heaven, e per la luce chiara del faro.

A Stefania Garetto, per avermi insegnato che dei sogni si può fare realtà.

A Federica Balbis, che non si riconoscerà mai ma è il personaggio che amo di più, e davvero una grande amica.

A Maria Agrillo, senza la quale non avrei mai visto Budapest e immaginato questa storia, che è molto romanzata, vagamente sognata e un po’ vissuta, ma solo quel che basta.

Ad Alberto Barbagallo, per quell’assaggio di felicità sbagliata che mi ha fatto respirare aria pulita.

Ad Andrea Drudi, per il rugby raccontato, i fiumi di birra, una bellissima mail, la carpa col kintaro e il più bel gioco di parole e di titoli sul tango.

A Pietro Masciulli, perché senza di lui non avrei mai potuto intravvedere Andrès ed esserne così tanto avvinta da riuscire a raccontarlo.

A Marco Ferrante, per quella strana presenza speciale e tutte le parole che non gli ho scritto, ma gli ho detto.

A Paolo Montesano, di cui mi sono perdutamente invaghita, anche se forse solo per un’ora, che mi legge, mi risponde e mi dice: “Scrivi!”. Senza di lui, che mi dice che ho troppa energia, non avrei mai avuto quella che mi serviva per finire il libro.

A Sara Miglio e Valentina Guida, compagne di avventura e agognate socie. Magari, un giorno, lo facciamo davvero!

A mio padre, che mi legge in segreto e  mi commenta anonimo.

A mia madre, che forse, finalmente, ha capito.

A Luciano Canova, il mio lettore preferito e uno scrittore appassionato e convinto.

A Paola Conti, per il Boca, il tango e il jazz condiviso di notte su Facebook.

A Deborah Meoli, che, senza averne la più pallida idea, mi ha regalato la vena per la crepa e la via per andare avanti.

A Diego Cerrone, che con quell’abbraccio incredibile e quella risata piena mi ha fatto immaginare la versione sorridente (e professionale) di Andrès.

A Lorenzo Lamera, che è stato, ma rimane, uno mio spirito affine.

Alle amiche preziose del club dell’oroscopo, quelle lontane e quelle vicine, Ali Vitali, Leontine Benedicenti, Chiara Budetta ed Eva Susenna, che mi regalano emozioni per le parole e risposte ricche ai miei deliri.

A Michele Losmargiasso, per avermi convinta, davvero, che posso credere a quello che vedo attraverso lo specchio, perché adesso sono io che mi vedo con lo sguardo con gli occhi d’oro.

A Massimo Furia, per il sostegno e l’ispirazione, e per la più bella immagine di me che io potessi imparare ad amare e riguardare, piano, ogni giorno.

A quelle due fotografie delle SMUC e dei porcelli annacquati, che mi hanno ispirata.

A Sibilla, Maria, Valentina (e Chiara) a diciotto anni nel cortile del Berchet.

A quella tavolata matta a colazione dopo il matrimonio di Federica e Tony: Elena, Michele, Federica, Tony, Stefania, Josè, Michele (ed io).

A Giulia La Falce, per l’entusiasmo e questa nuova magica sorellanza, e per Amelie.

A Stefano Amariti, che mi ha convinta a rimettere le scarpe da ballo, anche se non balla il tango.

A Barbara Peluffo, per la consonanza, la sincerità e quello splendido CD di Silvana Deluigi.

Ai Gotan Project, che suonano invadenti e inesorabili, facendo sussultare il subwoofer, nelle mie notti insonni e piene di parole.

A tutti i visi che ho raccontato in queste pagine, associandoli, mischiandoli e confondendoli tra loro come i mille baci di Catullo. E in special modo a Lorenzo Pallotta, che ha la faccia perfetta di Luka da cucire sullo spirito del “dottor bollore”.

Ai miei lettori del Guscio, quelli rumorosi e quelli silenziosi, e a quelli che continuo a scoprire solo per caso.

Alla mia Alice, perché la giustizia del mondo punisce chi ha le ali e non vola.

Un pensiero particolare e nostalgico a Fabio Crespi, il mio adorato maestro di tango.

10 commenti su “Ho finito il libro e volevo dire grazie”

  1. Da stasera Alice vive e vivrà con così tante persone da essere diventata un po’immortale. Anche fuori dal Paese delle Meraviglie. Anche Fuori dal Guscio. Brava. Bel colpo di magia!

  2. Da quando ti conosco aspetto il momento in cui il tuo guscio si crepi e faccia uscire Alice e la scrittrice che vedo chiaramente sin dalle prime righe tue che ho letto.
    Credo fermamente, e lo sai, che tu possa prendere il volo e lasciare a terra tutto ciò che non centra affatto con la tua vera professione e vocazione: scrivere!
    E vivere serena 🙂

  3. come si legge in tante storie, dalla “Sapienza” a Tolstoi, da Grossman, a Yeoshua, la lucidità manca quando si vive intensamente emotivamente, ma… in realtà:
    la madre è l’unica che ha sempre capito
    il padre ha sempre immaginato;
    la madre ha sempre letto, il padre solo poche volte (sa lui perché)
    … messer Bianconiglio sorride – e continua a sperare

  4. Tutti i libri del mondo non ti danno la felicità, però in segreto ti rinviano a te stesso.
    Lì c’è tutto ciò di cui hai bisogno, sole stelle luna. Perché la luce che cercavi vive dentro di te.
    La saggezza che hai cercato a lungo in biblioteca ora brilla in ogni foglio, perché adesso è tua. (Hermann Hesse)

  5. Pingback: ho deciso di raccontare il tango | Fuori dal Guscio

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